Crisi della musica dal vivo, le associazioni protestano con il governo

Da La Musica che Gira e Bauli in Piazza critiche nei confronti dell’esecutivo: ‘Dove sono finiti i 10 milioni di ristori? Il governo non ci vede’
Crisi della musica dal vivo, le associazioni protestano con il governo

Annichilito da ormai un anno di stop a causa dell’emergenza sanitaria, il settore della musica dal vivo - per mezzo di due associazioni che rappresentano le maestranze impiegate nel comparto, La Musica che Gira e Bauli in Piazza - ha intenzione di ricordare al governo gli impegni presi nei confronti del settore, senza risparmiare aspre critiche per come sta venendo gestita la crisi che ha investito - e continua a interessare - l’ecosistema del live.

Bauli in Piazza ha convocato per il prossimo 17 aprile, in Piazza del Popolo a Roma, la seconda manifestazione - dopo quella dell’ottobre 2020 in piazza Duomo a Milano - per sensibilizzare le istituzioni circa la grave condizione nella quale versano gli addetti ai lavori. “Il gioco a rimpiattino dei vari governi e del ministro Franceschini nei confronti della nostra categoria ha la grave responsabilità di portare le persone alla disperazione e quindi alla rabbia”, ha fatto sapere il direttivo del movimento in una nota diffusa oggi, mercoledì 17 marzo: “Il tempo della farsa è finito e anche la nostra pazienza”.

Tra le richiesta avanzate da Bauli in Piazza trovano spazio l’”immediata istituzione di un fondo da erogare in soluzioni mensili a tutte le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo ed eventi”, l’”immediato sostegno economico per le imprese della filiera” e l’”immediata calendarizzazione di un tavolo interministeriale che, su parametri prestabiliti, imposti i modelli graduali di ripartenza”.

Direttamente al Presidente del Consiglio Mario Draghi si è rivolta, invece, la Musica che Gira, che con una lettera aperta pubblicata sempre oggi, mercoledì 17 marzo, sui propri canali social ufficiali, ha domandato alle istituzioni quanto si debba ancora aspettare perché oltre mille erogazioni prevista dal Decreto Rilancio dello scorso agosto vengano effettuate ad altrettante aziende del settore colpite dalla crisi. 

“Per sopravvivere abbiamo fatto affidamento su cifre che lo Stato ci ha fornito come risultato di parametri specifici. Cifre che non sono mai state erogate mentre le nostre realtà stanno miseramente morendo. Ci siamo fidati dello Stato. Abbiamo fatto male?”, si legge nel documento: “Assistiamo in questi giorni all’annuncio dello stanziamento di nuovi fondi, su cui facciamo ovviamente affidamento, mentre il settore non ha ancora contezza di quando riceverà quelli di cui avrebbe già dovuto disporre. La questione non è solo il  ‘quanto’, pur essenziale per un settore che si è fermato il 24 febbraio 2020,  ma anche il ‘quando’: la scialuppa di salvataggio serve quando c’è ancora qualcuno da salvare. È una questione di tempo. E quel tempo è finito. Quando il 21 giugno 2020, con un flash mob in piazza duomo a Milano, artisti e lavoratori dello spettacolo hanno chiesto al parlamento di approvare degli emendamenti al Decreto Rilancio, tra questi era prevista una disposizione per la modifica della destinazione di 10 milioni di euro dalla cosiddetta ‘Netflix della Cultura’ a un fondo per il sostegno dello spettacolo dal vivo. La Netflix della Cultura si è fatta comunque, ma con la conversione del Decreto Rilancio in legge ordinaria l’art. 183 prevedeva un nuovo comma - l’11-quater -  che disponeva un fondo ad hoc per il sostegno dello spettacolo dal vivo. Questo succedeva il 17 luglio. Sono stati emessi due bandi (il n. 397 e il n. 486) destinati a ristorare le perdite delle aziende a vario titolo penalizzate dal fermo dello spettacolo dal vivo durante la pandemia. Di questi dieci milioni, già assegnati a chi ha partecipato al bando, si sono perse le tracce. Dal mese di novembre alle richieste di informazioni le risposte del Ministero rimandavano sempre al mese successivo come data dell’erogazione, fino ad arrivare  a metà marzo. Nel mezzo c’è stato anche un trasferimento di casse di competenza tra il MIC e il MEF, ma il ritardo nelle erogazioni resta grave e mette in seria difficoltà un numero consistente di imprese che su quel sostegno economico aveva fatto affidamento in uno dei periodi più complicati per la sopravvivenza del settore”.  

“Non cerchiamo colpe, non ci interessano”, conclude la nota: “Pretendiamo che qualcuno si prenda la responsabilità di dirci dove sono finiti questi 10 milioni del bando 486 e le residue erogazioni del bando 397. Una richiesta alla quale si aspettano ora delle risposte ufficiali”.

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