Soundreef: come funziona la gestione dei diritti online

Spotify, Apple Music e Tidal, ma anche social come Facebook e YouTube: ecco come si conteggiano e si ripartiscono i diritti provenienti dal digitale
Soundreef: come funziona la gestione dei diritti online

Lo dicono praticamente tutti i rapporti, già da diversi anni: a trainare l’industria musicale mondiale è il digitale, nella fattispecie lo streaming. Servizi come Spotify e Apple Music e piattaforme come YouTube sono il primo driver nel consumo di canzoni, e - così come la discografia - anche le collecting danno ormai per assodata la fondamentale importanza di questo settore.

Settore al quale Soundreef ha sempre prestato massima attenzione, tanto da essere scelto dal gotha del rap italiano - che proprio sul Web ha il suo scenario di ascolto più vasto - per la gestione dei propri diritti digital. Ma se per il monitoraggio di radio e TV è la tecnologia di fingerprinting audio a rappresentare la chiave per una puntuale e precisa ripartizione, quali sono le dinamiche per il controllo dei canali Web e mobile?

“La chiave, nella gestione dei diritti online, è la gestione dei metadati legati a un’opera”, ha spiegato Lucian Beierling, VP of Royalties della collecting company guidata da Davide d’Atri: “Faccio l’esempio di ‘Almeno tu nell’universo’, un brano famosissimo scritto da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, quest’ultimo autore Soundreef: oltre alla versione più nota, quella di Mia Martini, sui servizi streaming sono presenti cover, sia di artisti noti come Elisa che di interpreti e band emergenti.

L’opera depositata è identificata da un codice, chiamato ISWC, che deve essere abbinato a tutte le versioni disponibili dell’opera stessa, identificati dai relativi codici ISRC: questo, in sostanza, sta diventando uno dei core delle attività di collecting online. Più precisamente, l’identificazione più rapida possibile dei codici ISRC, al momento, è per noi l’operazione più importante: il nostro compito è trovare tutte le strategie e le soluzioni che una data company possa sviluppare per permetterci di svolgere al meglio questo compito”.

Se nel caso del monitoring radiotelevisivo basta un “orecchio” digitale che segua i palinsesti, come si può seguire una modalità di fruizione così complessa e personalizzabile come quella propria dei servizi streaming? “La rendicontazione, sui DSP, passa per il protocollo DDEX, un formato comune creato per gestire l’intermediazione tra le società che gestiscono i diritti”, prosegue Beierling: “La complessità, in questo caso, sta nel fatto che l’intermediazione non segue più una dinamica nazionale, ma paneuropea: come Soundreef, infatti, riscuotiamo e ripartiamo i proventi dei diritti su base multiterritoriale”. Questo sistema permette a Soundreef di procedere con pagamenti trimestrali per piattaforme come Spotify, Apple Music, iTunes, Beatport, Tidal o Facebook. Ma non con YouTube: per le royalties maturate sul servizio di video sharing controllato da Google, Soundreef è in grado di rendicontare gli utilizzi già a trenta giorni, pagandoli a 90.

“Rispetto agli altri DSP, è vero che YouTube ha dei rates inferiori, ma - di contro - è più rapido nella rendicontazione”, osserva Beierling: “A differenza degli altri DSP, che utilizzano il formato DDEX, il servizio di Google è dotato di un sistema proprietario, conosciuto come Content ID, che permette di individuare i brani nella miriade di video che vengono quotidianamente caricati.

Mi spiego: su un normale DSP, come Spotify, un codice ISRC può essere associato ad una sola traccia; su YouTube, invece, la stessa traccia può essere inserita in un video insieme a molte altre, o il video stesso potrebbe essere un UGC. Tutte queste variabili rendono più difficile l’individuazione. Grazie a questo sistema, e in assenza di conflitti con altre società, il processo ci permette di rendicontare il 20 di ogni mese”.

Quale, secondo Beierling, potrebbe essere la soluzione per rendere ancora più snelle e trasparenti la rendicontazione e la ripartizione online? Per appianare i conflitti tra le società potrebbe essere utile un’autorità preposta alla risoluzione di problematiche del genere? “Non credo negli enti e nelle authorities, ma nelle best practice”, risponde lui: “La strada, per le collecting, è quello di ragionare sempre di più come delle tech company, con persone che ragionano nello stesso modo e, parlando, risolvono i problemi. Dal punto di vista degli autori e degli editori, credo che - da parte dei DSP - uno spostamento verso modelli di UCPS da quelli tradizionali pro-rata possa essere d’aiuto, soprattutto per le realtà minori”.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.