Pino “Pinaxa” Pischetola spiega cos’è il Dolby Atmos

Il grande ingegnere del suono è tra i protagonisti della riedizione de “La voce del padrone” di Franco Battiato
Pino “Pinaxa” Pischetola spiega cos’è il Dolby Atmos

Abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima la versione in Dolby Atmos de “La voce del padrone”, capolavoro di Franco Battiato che sta per compiere 40 anni di età (fu pubblicato nel settembre 1981). L’ascolto è avvenuto negli studi milanesi di Pino “Pinaxa” Pischetola, protagonista oggi come allora al mixer, ed è stata l’occasione per chiedergli di spiegare in termini comprensibili il senso e i punti di differenza di questa tecnologia rispetto ad altre con le quali abbiamo da anni maggiore familiarità.

"Il suono Dolby Atmos è audio-immersivo, che significa che la tua percezione è di essere dentro la musica, di essere avvolto dalla musica. Questa è una tecnologia che nel cinema esiste da un po', così come nei videogiochi, dove magari mentre partecipi senti gli spari davanti o dietro di te. E il grande vantaggio del Dolby Atmos rispetto a precedenti tecnologie, come ad esempio il Dolby Surround, è che con l’Atmos l'esperienza d'ascolto è scalabile”.

Cioè…?

“Se ascolti un pezzo in un cinema con 64 altoparlanti disposti intorno alla sala, la definizione dei singoli suoni si adatta agli altoparlanti. Per cui se tu hai un suono in alto, in basso o a destra, quel suono uscirà solo dall'altoparlante corrispondente a quella precisa posizione. Ma la scalabilità permette di rendere le caratteristiche dell’Atmos anche in nuovi dispositivi domestici e compatti - come ad esempio l'Echo Studio di Amazon. La scalabilità, infatti, significa che quello stesso mix riprodotto in 64 casse al cinema viene dinamicamente riadattato in un dispositivo più compatto. Fino all’ascolto in cuffia: usando la tecnica binaurale si riesce ad avere in cuffia la percezione di un suono tridimensionale. La sensazione, dunque, è quella di una maggiore ampiezza: ti senti dentro, avvolto dalla musica”.

“La voce del padrone” di Battiato è il primo album italiano in assoluto in Dolby Atmos: quanto è recente la tecnologia?

“Mentre nel cinema il Dolby Atmos esiste fin dal 2012, io ho sentito la prima demo per la musica due anni fa ad una fiera di settore in America dove ero stato invitato e dove ci avevano fatto ascoltare "Rocket man" di Elton John in una sala attrezzata. Da fuori di testa. Fu subito chiaro che mentre nel Surround si tendeva a tenere tutti i suoni davanti e gli effetti dietro, qui invece potevi mettere per esempio i cori in alto, gli archi davanti e dietro dei sintetizzatori che girano. Insomma, puoi fare quello che vuoi, praticamente. Avevo da tempo il pallino di dedicarmi a questa cosa, e durante il lockdown continuavo a pensare che avrei dovuto farlo - magari anche perchè in quel periodo sentivo il bisogno di un cambiamento, di una prospettiva. E quando è arrivata la chiamata di Davide Benetti per rifare “La voce del padrone” l'ho presa come il segnale che era il momento. E per realizzarlo ho rifatto subito tutta la regia del mio studio".

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La realizzazione dell’album in Dolby Atmos è stata complicata? Lunga?

"No. Per fare il mix in Atmos ho impiegato un giorno a brano, come nella media per un mixing normale, anche perchè partivo già dal lavoro fatto con Franco per il cofanetto “Anthology” e ho solo dovuto mettere i suoni nei punti giusti”.

Cosa ti aspetti che succederà da adesso in poi grazie al Dolby Atmos?

“Mi aspetto principalmente tre cose. La prima è che per i dischi nuovi, all'atto del mix per lo stereo, sarebbe bello anche fare quello per il Dolby Atmos. Quando hai finito un disco e hai già trovato l'equilibrio, portarlo in Dolby Atmos non è un enorme sforzo. La seconda: il catalogo. Remixare i classici, come stanno facendo molto in America. Proprio perchè le versioni successive negli anni fanno perdere all'album la qualità originale, riprendere i nastri all'origine e fare un lavoro di restauro paga. In terzo luogo mi auguro che produttori e compositori capiscano il mezzo, e creino i brani tenendone già conto. Penso soprattutto alla musica elettronica. Ho ascoltato il live dei Kraftwerk uscito in Dolby Atmos in cuffia: ti fai un viaggio pazzesco”.

Quello tra Atmos e vinile è un connubio casuale o fondamentale?

“Bella domanda... Parliamo della tecnologia più avanzata paragonata a quella più tradizionale, “antica”. A mio parere il vinile ha una fedeltà che continua a dare filo da torcere a tutti gli altri supporti. E' che su vinile il Dolby Atmos non lo puoi riprodurre, per quella questione della scalabilità dell'esperienza di ascolto di cui parlavamo... Su vinile il riproduttore non avrebbe tutte le informazioni di posizione sui suoni che hai su un file digitale. Allora ti dico che tra un MP3 in streaming e un dolby Atmos in streaming vince a mani basse il secondo perchè ti dà questa sensazione di ampiezza che lo stereo non ti può dare, senza contare che la compressione peggiora ulteriormente la situazione. Invece se la mettiamo sulla qualità d'ascolto pura, il vinile vince su tutti”.

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