Maneskin: “Una pernacchia a chi diceva che ci saremmo sciolti”. L’intervista.

La band che ha trionfato all’Ariston racconta a Rockol il suo percorso: dalle strade di Roma fino a Rotterdam, dove rappresenterà l’Italia all’Eurovision.
Maneskin: “Una pernacchia a chi diceva che ci saremmo sciolti”. L’intervista.
Credits: Francis Delacroix

Quattro ragazzi con un’età compresa fra i 19 e i 21 hanno vinto il Festival della canzone italiana. Si dicono figli di un dio selvaggio, si tratta del rock, e rivendicano una loro personale rivoluzione. Una cosa è certa: hanno trionfato suonando con cuore e anima, senza snaturarsi o seguire i canoni della manifestazione. Quattro anni fa Damiano, Victoria, Ethan e Thomas si esibivano come busker per le strade di Roma, oggi si preparano a calcare uno dei palchi più importanti al mondo, quello dell’Eurovision, in programma a maggio a Rotterdam.

“Non è un punto di arrivo, ma di partenza – confida Damiano – il percorso è ancora molto lungo, non bisogna mai accontentarsi. Continueremo a lavorare duramente. Quello che in primis rivendichiamo è l’identità da band. Siamo una cosa sola. Ci dicevano che ci saremmo sciolti, per me preannunciavano una strada da solista e invece… a queste persone facciamo una grande pernacchia. I miei compagni di viaggio sono la mia famiglia e questa vittoria vale doppio proprio perché siamo un gruppo coeso in un momento storico in cui sembra essere penalizzante mettere in piedi una band. Beh, non è così. Ai ragazzi diciamo: prendete una chitarra, suonate, può darsi che questo genere si riesca a tirarlo su di nuovo come merita”. Ma che cosa è il rock per quattro ventenni cresciuti nell’Italia contemporanea? “Per me coincide con la parola sincerità - ammette Thomas – la stessa con cui siamo andati a Sanremo, mostrandoci per quello che siamo”. “È crudezza, ma anche emozione: il rock è dove incanaliamo tutto quello che proviamo”, continua Victoria. “Per me questo genere lo si capisce quando lo si suona”, chiude il cerchio Ethan.

Bisogna riavvolgere il nastro della storia fino al 1993 per trovare un altro brano rock vincitore all’Ariston. Si tratta di “Mistero” di Enrico Ruggeri. Una canzone che allora, come nel caso dei Maneskin, venne definita “poco sanremese”. Il cantautore milanese ha paragonato il quartetto romano agli statunitensi Greta Van Fleet, che si ispirano ai Led Zeppelin. Ma la vera benedizione è arrivata da Vasco Rossi che li ha definiti “i miei preferiti”. Le chitarre bruciano ancora? “Chi dice che il rock non abbia presente o futuro, probabilmente non nota quello che sta accadendo in Europa. Noi siamo stati diverso tempo a Londra, siamo cresciuti molto in quel periodo anche a livello di esperienze – ricorda Damiano – abbiamo visto piccoli locali pieni di band rock emergenti e giovani, ma anche respirato grandi gruppi come gli Idles e i Royal Blood, simboli della rinascita di questo genere. Siamo partiti dall’asfalto delle strade di Roma, facendo gli artisti di strada, e oggi pianifichiamo l’Eurovision: è assurdo”.

Il nuovo album, "Teatro d'ira – Vol.I", uscirà il 19 marzo. Questo progetto è il loro secondo disco e segue "Il ballo della vita" pubblicato nell'ottobre del 2018. “Possiamo solo dire che ‘Zitti e buoni’ non è il pezzo che spinge di più – anticipa Thomas – è un disco scomodo, che rappresenta davvero quello che siamo a livello sonoro. Questa per noi è la priorità: essere senza barriere. Ed è quello che abbiamo fatto all’Ariston”. La cover dei CCCP “Amandoti”, portata sul palco del Festival con Manuel Agnelli, è stato uno dei momenti simbolo della loro scalata verso la vittoria. Verrà incisa? “È una sorpresa…”, sorride Victoria.

Intanto con l’adrenalina che scende, rimane addosso il profumo di una piccola grande impresa, anche a fronte del superamento nel televoto di una corazzata come quella del duo Michielin-Fedez. “Lo sapevamo benissimo che il pezzo con cui ci siamo presentati al Festival sarebbe stato considerato ‘poco sanremese’ – conclude Victoria – ce ne siamo fregati. E alla fine questo approccio ha ripagato. Quello che ci rimane sulla pelle è proprio questo: l’aver affrontato un grande evento a modo nostro, fedeli a noi stessi al 100%”.

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