Manuel Agnelli: "I Maneskin hanno incarnato la libertà del rock"

La reazione alla vittoria a Sanremo della band, che guidò come giudice ad X Factor e con cui ha duettato nella serata delle cover: "Finalmente  una parte di pubblico si è finalmente sentita rappresentata in televisione e a Sanremo."
Manuel Agnelli: "I Maneskin hanno incarnato la libertà del rock"

Manuel Agnelli è felice: "Ho ancora l'adrenalina, sono stato in piedi questa notte": comprensibile: un po' della vittoria dei Maneskin è anche sua. Il duetto su "Amandoti" dei CCCP è stato uno dei momenti di svolta della settimana, tanto che è il video più visto sulle piattaforme digitali della Rai nella settimana del Festival di Sanremo: 665.000 visualizzazioni su RaiPlay, il doppio su YouTube. Il leader degli Afterhours è stato il mentore della band, dai tempi di X Factor del 2017, e l'idea di richiamarlo sul palco è stata dei ragazzi. 
Agnelli, che è stato in gara con la sua band nel 2009, spiega perché questa vittoria vale doppio: non tanto perché segni una "rinascita del rock" - che secondo lui è già in atto, ma perché "una parte di pubblico si è finalmente sentita rappresentata in televisione e a Sanremo".

Sorpreso?
Si, sarebbe una bugia dire di no. Mi aspettavo che facessero bene, si vedeva che c’era una dose di energia e freschezza che negli altri non c’era. Ma che i Maneskin potessero vincere... Non osavo crederci. Però dopo la cover che abbiamo fatto assieme mi sono accorto di quanta attenzione c’era attorno a questi ragazzi. 

Che significato dai a questa vittoria?
In generale queste sono piccole cose rispetto a quelle che stiamo vivendo, ma comunque grandi soddisfazioni. I Maneskin finalmente sono arrivati a testimoniare che si può essere se stessi in qualsiasi ambito e vivere delle cose grandi senza adattarsi a dei ruoli prestabiliti, senza limare spigolosità, senza dover rifiutare la parte più oscura o meno sociale.
Questo è un po’ lo spirito del rock ’n’ roll. A me la difesa del rock ’n’ roll in quanto tale non interessa, piuttosto mi interessa quello che può rappresentare. Ovvero la libertà di essere quello che si vuole dovunque e comunque, anche quando significa comporta diventare impopolari e non conviene. I Maneskin hanno incarnato perfettamente questo spirito, senza compromessi. Poi possiamo discutere milioni di anni su cosa è rock o cosa e no…

Si sta già interpretando la loro vittoria come la “rinascita del rock”, infatti. Tu cosa ne pensi?
Un discorso che non mi interessa, lo lascio ai farisei dell’alternativo. Sta già avvenendo, perché c'è già una necessità di linguaggio, di parlarsi liberamente senza gli stilemi che stanno imponendo ai ragazzi, che sono diventati talmente saturanti e soffocanti da imporsi. Lo stiamo vedendo in Inghilterra con i gruppi di neopunk, come Idles o Fontaines D.C. Non tanto come suoni, ma come voglia di viversi nella musica in maniera più sincera.

Enrico Ruggeri stamattina diceva che il rock ora è appannaggio delle elite.
E’ un errore secondo me definire cos’è il rock, chi lo può fare e chi non lo può fare, come se fosse un valore in sé: è un modo estetico diverso, un tipo di non conformismo interiore.

Per una band è più difficile fare Sanremo?
Si, per motivi tecnici: i cambi palco sono velocissimi ed è facile incappare in problemi: è successo anche agli Afterhours nel 2009. Arrivare su un palco con una base pre-registrata o con una parte di orchestra già pronta e cantarci sopra è difficile, ma settare batteria, basso e chitarra e suonare live è ancora più difficile. Fai fatica a rendere con la stessa naturalezza di un concerto. Ma fa parte del gioco e del mettersi in gioco.

Ci sono anche stati anni in cui al Festival non c'erano band.
I gruppi in generale fanno più fatica dei solisti, in Italia. Le band si fanno per un motivo diverso dalla convenienza, e finisci per dividere qualsiasi cosa per tre o quattro persone: la visibilità, il successo, le soddisfazioni, le emozioni. E' il bello e il brutto. Sanremo fa da amplificatore a tutte queste dinamiche a quelle discografiche e di comunicazione.

Cosa ha funzionato e cosa no, secondo te, quest’anno?
Il fatto che duri 5 ore è anacronistico, poi sono 5 giorni... Però negli ultimi anni, già con quello di Baglioni poi con questi ultimi, Sanremo è tornato a rappresentare la musica che si fa in Italia. Rimane una kermesse, ma almeno c’è la musica che si fa in questo paese. Bella, brutta, quel che vuoi. Ma almeno è tornato vivo, non è più solo uno spettacolo televisivo, ma un punto di riferimento nella sensibilità della gente.

Ti aspettavi che i Maneskin doppiassero Fedez e Michielin al televoto?
Lo speravo: questo è il segno più importante di tutti, la vera vittoria. Ok la demoscopica, l’orchestra, i giornalisti: il segnale grande di libertà di gusto, di riapertura del pubblico a certe cose. Ne avevo già avuto sentore a X Factor con i Little Pieces of Marmalade: teoricamente impossibili per la televisione, ma alla fine c’è stata una sorta di riconoscimento nello spirito di quella proposta. Credo che una parte di pubblico si sia finalmente sentita rappresentata in televisione e a Sanremo.

Si parla anche del regolamento, che cambia ogni anno e ogni volta viene criticato perché dà troppo peso a questa o quella componente. Ti sei fatto un’idea?
La gara di per sé è già grottesca, e le regole ne sono una conseguenza. Se esiste Sanremo, c’è comunque una parte assurda che è questa. Il voto diviso per ambiti è una giusta soluzione, come è giusto lo spazio alla gente comune. Ma il pubblico è stato lasciato da solo e senza riferimenti, in questi anni, e i risultati sono stati disastrosi.

I tuoi amici Max Gazzé e Daniele Silvestri hanno scherzato con un meme sull’intensità della vostra cover: eravate dei personaggi di Street Fighter. Te l’hanno poi inviato?
Sì, me l’hanno mandato… Siamo amici e c’è una grande stima, ma ci sono punti di vista diversi sulla musica. Io sono calvinista, mi prendo molto sul serio, sono orgoglioso. Questo modo italiano di sdrammatizzare, di mettere l’ironia in mezzo, mi appartiene solo parzialmente. Prendo sul serio la musica che faccio anche a livello drammatico e con i Maneskin mi sono trovato perfettamente. Ero così a 19-20 anni: per questo è venuta fuori una versione non leggera. Un modo espressivo, non ce n’è uno giusto o uno sbagliato.

Ora che consiglio daresti alla band?
Li ho trovati cresciuti e consapevoli di essere in un momento cruciale della loro carriera. Attenti, impegnati, lavoratori, anche in sala prove: qua non hanno bisogno di nessun consiglio. Gli consiglio invece di non dare per scontato il loro talento: il rischio è di fermarsi. Hanno vent’anni adesso, devono crescere e non si devono accontentare. Non tanto nei dettagli, ma lavorare sui contenuti, diventare sempre più interessanti. 
 

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