Sanremo 2021, quarta serata: il commento e le pagelle

Cosa è successo durante la penultima serata della settantunesima edizione del Festival della Canzone Italiana
Sanremo 2021, quarta serata: il commento e le pagelle
Credits: Maurilio Giordana

La misura di quanta carne al fuoco fosse stata messa per la penultima serata della settantunesima edizione del Festival di Sanremo l’hanno data i tempi. La prima esibizione è arrivata a meno di dieci minuti dall’inizio della trasmissione - che pure è finita alle 2 del mattino - e la pratica Nuove Proposte è stata evasa prima delle 21 e 30. I Big hanno preso il palco a partire dalle 21 e 35. La musica al centro, alla vigilia della finalissima, è diventata una necessità. Passando ai fatti…

I Giovani

Il premio della critica intitolato a Mia Martini se lo aggiudica Wrongonyou, quello dedicato a Lucio Dalla Davide Shorty, che alla prova del palco sono parsi i più convincenti, ma a spuntarla, alla fine, è Gaudiano. Riguardo le esibizioni:

Davide Shorty - “Regina”: al nu-soul del trentunenne palermitano il vestito cucito dall’orchestra dell’Ariston dona, decisamente. C’è tanto mestiere e una buona scrittura, premiati dalla sala stampa, ma non dalla classifica generale.

Folcast - “Scopriti”: se nel corso della prima serata Daniele Folcarelli era scivolato sull’emozione, in finale il cantante romano arriva sicuro e dà tutto quello che può dare. E lo fa al meglio.

Gaudiano - “Polvere da sparo”: né la canzone né l’interprete escono dagli schemi. E’ un compito fatto molto diligentemente, ma talmente preoccupato di piacere il più possibile da non riuscire a dare la scossa. Eppure, la scossa, pare che alle giurie sia riuscita a darla, eccome.

Wrongonyou - "Lezioni di volo”: bravo nel gestire le dinamiche di una canzone con un arrangiamento per niente facile da affrontare su un palco, Marco Zitelli è efficace nel rendere uno dei ritornelli più melodici in gara nella categoria quest’anno. Come Shorty, tradisce il fatto di essere un diversamente giovane. E - sia chiaro - è tutto meno che un problema…

I Big

Alla vigilia della finalissima, Ermal Meta si riconferma in testa alla classifica generale, seguito da Willie Peyote e Arisa. La top ten è completata da Annalisa e Maneskin, seguiti da Irama, La Rappresentante di Lista, Colapesce e Dimartino, Malika Ayane e Noemi. La sala stampa ha premiato Colapesce e Dimartino, seguiti da Maneskin, Willie Peyote, La Rappresentante di Lista ed Ermal Meta. Ultimi nelle preferenze dei giornalisti si sono rivelati Bugo (ventitreesimo), Gio Evan (ventiquattresimo), Aiello (venticinquesimo) e Random (ventiseiesimo). Riguardo le prestazioni sul palco dei concorrenti nella categoria principale:

Annalisa - “Dieci”: dalla sua ha l’essere tradizionale, sia nell’esecuzione - indubbiamente solida - che nella proposta. Quella della Scarrone è una canzone molto sanremese, cantata in modo molto sanremese. Una precisa scelta di campo.

Aiello - “Ora”: l’enfasi è la sua cifra, l’abbiamo imparato già dalla prima serata. Quando l’interprete si mette davanti alla canzone si corrono molti rischi, che - a quanto pare - non preoccupano il cantante cosentino.

Maneskin - “Zitti e buoni”: Damiano, Vittoria, Thomas e Ethan restano fedeli al set proposto nel corso della prima serata. L’effetto speciale non è un overdrive su un riff di chitarra, ma sentirlo uscire dagli amplificatori a Sanremo. E, riferito a questo preciso contesto, fa senza dubbio la sua figura…

Noemi - "Glicine": spariscono le incertezze della prima serata, ma è chiaro che - grazie al riferimento ritmico della batteria e al pieno dell’orchestra - la Scopelliti il meglio lo dia dopo la prima parte. La canzone, cucita addosso alla sua voce, alla prova del palco ha una resa convincente.

Orietta Berti - "Quando ti sei innamorato": l’acronimo OOPArt potrebbe esserle applicato, per il Sanremo del 2021, come Out Of Place Artist. Nel festival dei giovani che spopolano su Spotify la grande voce di Cavriago è qualcosa di più che una parentesi legacy, imparagonabile alla concorrenza - piaccia o meno - per stile, approccio, padronanza del palco e molte altre cose.

Colapesce Dimartino - "Musica leggerissima": pur risultando efficace, c’è qualcosa di sottile e irrisolto nel brano dei due cantautori siciliani, che pure sono stati capaci di inserire nella ricetta tutti gli ingredienti giusti - i ganci melodici, l’atmosfera Seventies e la coreografia. Il problema, nel mosaico che hanno assemblato, potrebbero non essere le tessere ancora non al proprio posto, ma quelle che lo sono già. La giuria della sala stampa li ha premiati. Chissà che nel corso della serata finale non arrivino sorprese...

Max Gazzè e la Trifluoperazina Monstery Band - "Il farmacista": Citazionista (questa sera è toccato a Salvador Dalì) senza essere spocchioso, leggero con classe, raffinato senza farlo pesare. Di Max Gazzé non si può parlare male: bravo musicista, bravo performer e bravo autore. Sanremo non sempre è il suo habitat, anche se lui fa di tutto per non darlo a vedere.

Willie Peyote - "Mai dire mai (La locura)": il cantautore / rapper torinese gioca - pur con tattiche e schemi molto diversi - nello stesso campionato di Gazzé. Consapevole e lucido ma non punitivo - altrimenti, va da sé, a Sanremo non l’avrebbero preso - Bruno è davvero, come abbiamo osservato già nel corso della sua prima esibizione al Sanremo 2021, il titolare di una delle proposte più contemporanee di questo Festival, che potrebbe mettere d’accordo pubblico e critica.

Malika Ayane - "Ti piaci così": dicono tutti quelli che ci sono stati che il palco dell’Ariston non è un posto dove lasciare scoperti i propri talloni d’Achille. La cantante di Gottasecca, complice il suo autore Pacifico, resta sì nella sua comfort zone, ma senza ripetersi. Una scelta saggia e conservativa, che a Sanremo potrebbe premiare.

La Rappresentante di Lista - "Amare": Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina hanno avuto la felice intuizione di ibridare il DNA di un brano tipicamente sanremese con una scrittura e un arrangiamento poco convenzionali per gli standard del teatro Ariston. Una scelta che permettere di parlare a pubblici diversi, per certi versi coraggiosa, ma non priva di incognite.

Madame - "Voce": a Francesca Calearo va riconosciuto il merito di essere rimasta fedele sé stessa, su uno dei palchi più temuti d’Italia, nonostante la sua giovanissima età. Una prova di carattere non da poco. La resa, rispetto all’esecuzione della prima serata, ha parzialmente guadagnato, ma ci sono margini di miglioramento che possono - devono - essere velocemente conquistati in vista della serata finale di domani (cioè, oggi).

Arisa - "Potevi fare di più": voce e orchestra, e poco altro. La scrittura di D’Alessio e il timbro della cantante potentina vengono messi in risalto da un arrangiamento misurato ed elegante. Pochi colpi, ma tutti messi a segno.

Coma_Cose - "Fiamme negli occhi": scarna e velvettiana come da dichiarazione d’intenti, ma profondamente intensa, quella di Fausto Zanardelli e Francesca Mesiano è probabilmente l’unica proposta davvero aliena di questo Festival della Canzone Italiana. Probabile che finisca la sua corsa all’Ariston in bassa classifica, ma merita. E ha le carte in regola per rifarsi nel corso dei prossimi mesi…

Fasma - "Parlami": rap, chitarre distorte, cori e archi. Tiberio Fazioli, in mezzo a tanta abbondanza, fa fatica a mettere a fuoco la canzone, che nonostante l’interpretazione convincente non riesce a fare centro. Un lavoro per sottrazione, dalla scrittura in poi, avrebbe potuto salvare almeno in parte la situazione.

Lo Stato Sociale - “Combat pop”: l'ensemble bolognese non si fa mancare niente, né musicalmente né scenograficamente. Spigliatamente contagiosi, al loro terzo Sanremo Cazzola, Draicchio, Guenzi, Guidetti e Roberto mantengono la posizione, provando a sabotare - educatamente - la compostezza propria della più istituzionale delle competizioni canore tricolori. Ma la mancanza dell’effetto sorpresa fa sentire il suo peso.

Francesca Michielin e Fedez - "Chiamami per nome": il rapper milanese pare più a suo agio, rispetto all’esibizione proposta nel corso della prima serata, anche se - specie nelle parti vocali soliste - le incertezze ci sono ancora. La resa complessiva ne guadagna, ridefinendo in parte i contorni di una canzone dal buon potenziale commerciale. A condurre resta la cantante bassanese, capace di dimostrare il suo carattere anche in un frangente impegnativo.

Irama - "La genesi del tuo colore": sempre in GAD (gara a distanza) per le note vicende riguardanti la positività al Covid di un suo collaboratore, il già vincitore di “Amici” partecipa alla penultima serata del Festival 2021 con lo stesso video delle prove proposto in occasione del suo primo passaggio dello scorso mercoledì, quindi nulla da aggiungere a quanto già osservato.

Extraliscio e Davide Toffolo - "Bianca luce nera": molto più di “punk da balera”, che già non è poco di per sé. Mirco Mariani (che, per la cronaca, sfoggia la stessa Airline rossa usata da Jack White nei White Stripes) e i suoi celebrano il matrimonio tra noise e canzone d’autore nel migliore dei modi possibili, assecondando con equilibrio le tante inclinazioni del gruppo grazie a un brano scritto con gusto e mestiere. Il loro punto di forza: essere a proprio agio sia sul palco di Sanremo che su quello dello Sponz Fest, con una naturalezza invidiabile.

Ghemon - “Momento perfetto”: eleganza e misura fanno perdonare qualche imperfezione nell’esecuzione, ma la canzone - al suo secondo passaggio a Sanremo 2021 - effettivamente cresce. La progressione basterà per un piazzamento in finale? Le classifiche per il momento non lasciano troppe speranze.

Francesco Renga - “Quando trovo te”: l’ex Timoria si è messo alla prova con un brano dai tanti momenti, decisamente meno lineare di quelli ai quali ci ha abituato sul palco del Festival. L’esecuzione viene ripetuta a causa di problemi al microfono verificatisi nella primissima parte del set. Il già sodale di Omar Pedrini dedica l’esibizione alla sua città, Brescia, dalla quale - in riferimento all’andamento dei contagi da Covid-19 - “mi arrivano notizie preoccupanti”.

Gio Evan - "Arnica": il poeta / cantautore di Molfetta è teatrale, e la sua proposta ha il merito di sforzarsi nel cercare una nuova via - alternativa al rap - nel coniugare parole e musica. Ma la canzone - anche al secondo passaggio sul palco dell’Ariston - fa molta fatica a fare breccia.

Ermal Meta - “Un milione di cose da dirti”: il già vincitore di Sanremo 2018 dato per favorito alla settantunesima edizione del Festival gioca la carta dell’essenzialità, concentrandosi su poche cose che parrebbero essere quelle giuste. Pochissimi fronzoli e molta compostezza: i favori di pubblico e critica confermano che mettendo la musica al centro, al di là delle dichiarazioni di rito, quasi mai si sbaglia, se si ha la canzone giusta.

Bugo - "E invece sì": le insicurezze (anche sul palco di Sanremo) le ha risolte adesso che ha i capelli (un po’ più) corti (ma neanche tanto), come aveva promesso tanti anni fa. Pur rivelatosi più saldo rispetto al passaggio di mercoledì, il cantautore di Trecate pare non aver ancora trovato la chiave per espugnare il Festival.

Fulminacci - "Santa Marinella": Filippo Uttinacci non è salito sul palco di Sanremo promettendo di stupire o stravolgere, limitandosi onestamente a proporre il suo brano in modo composto ma partecipato. A suo svantaggio gioca il fatto che le tempistiche e il contesto non siamo i più indicati per apprezzare la finezza del less is more...

Gaia - "Cuore amaro": un piglio latin orecchiabile e contemporaneo, con un ritornello che mira alle playlist e all’alta rotazione. La cantante emiliana guarda evidentemente oltre l’orizzonte sanremese, probabilmente a ragione, dato che le prospettive di un piazzamento paiono piuttosto remote.

Random - "Torno a te": l’intro piano e voce non è precisamente impeccabile, e la canzone non è memorabile. Alla vigilia della serata finale, il rapper campano si ritrova ultimo nella classifica della sala stampa e fuori dalla top ten nella graduatoria generale. A Sanremo 2021 il suo futuro pare già scritto.

Fuori concorso

I momenti musicale della quarta serata di Sanremo 2021 non hanno riguardato solo i concorrenti, ma anche:

Achille Lauro: “Sono il punk rock (...), l’estetica del rifiuto”, dice lui presentandosi sul palco. E parte la marcia nuziale suonata dalla chitarra elettrica (distortissima) di Boss Doms, prima della riproposizione (in medley) di “Me ne frego” e “Rolls Royce” con tanto di Fiorello con corona di spine. Più revival glam che punk, ma sono dettagli - almeno in questo contesto: De Marinis, anche stasera, ha toccato il punto che voleva toccare.

Mahmood: “Inuyasha”, “Barrio”, “Dorado” e - ovviamente - “Soldi”. Un medley molto americano - da half time show del Super Bowl, o da Grammy, per intenderci. Un cameo virato in forma di showreel: peccato, perché sarebbe stato preferibile valorizzare due canzoni invece di strizzarne quattro in altrettanti minuti.

Alessandra Amoroso ed Emma Marrone - “Pezzo di cuore”: uscita a metà gennaio e portata dal vivo sul palco dell’Ariston per l’occasione.

Omaggio a Carosone con Enzo Avitabile e i Bottari - “Caravan petrol”: il set avrebbe retto benissimo la prova del palco anche senza l’intervento - più coreografico che altro, soprattutto per quanto riguarda Amadeus - dei presentatori.

Amoroso, cover di “Una notte in Italia” di Ivano Fossati: eseguita come omaggio ai lavoratori dello spettacolo, nella speranza - dice la cantante, accompagnata dall’attrice Matilde Gioli - che “Sanremo possa essere una ripartenza per tutti”.

“Siamo donne” - Amadeus e Fiorello: momento amarcord in salsa varietà, con tanto di parrucche in testa ai due padroni di casa, della durata inferiore al minuto o giù di lì. Un omaggio più comico che musicale al brano presentato a Sanremo trent’anni fa da Sabrina Salerno e Jo Squillo.

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