Industria musicale e disparità di genere: la strada è ancora lunga

Il settore creativo dovrebbe essere quello naturalmente più incline all'inclusione e alla valorizzazione delle differenze. Ma, a conti fatti, lo è davvero?
Industria musicale e disparità di genere: la strada è ancora lunga

Il tema, purtroppo, non è nuovo. Anzi, tutt’altro. La recente ricerca condotta da Deezer, che ha rivelato come la presenza femminile rappresenti meno del 10% nei generi chiave che abitano le top 100 delle piattaforme di streaming e delle chart di tutto il mondo, non ha fatto altro che ribadire quanto già fatto emergere da un’indagine di NUOVOIMAIE nel 2018, ulteriormente approfondita nel corso dell’edizione 2020 del Festival della Canzone Italiana: il gender balance, nell’industria musicale, pare un obiettivo ancora molto lontano.

Non che il settore, dal canto suo, sia rimasto insensibile al problema. Oltre alla meritoria iniziativa dei leggendari studi londinesi di Abbey Road, che proprio oggi - lunedì 8 marzo - vedono concludersi una serie di webinar dedicati alla formazione e all’inserimento professionale, IMPALA, l’associazione che raggruppa le principale etichette indipendenti europee, all’inizio di quest’anno ha avviato uno strutturato programma a lungo termine per favorire - su più livelli e in più ambiti - la valorizzazione della diversità culturale e l’inclusione nel settore musicale.

Che prospettive ci sono per colmare il divario tra generi che rappresenta - per l’industria discografica e della musica dal vivo attuale - un vulnus gravissimo e sempre più insopportabile? Rockol ha posto questa domanda a tre donne che occupano, in Italia, le pochissime posizioni apicali in quota femminile del comparto.

“Il problema, purtroppo, va oltre il settore musicale, e si allarga praticamente a tutti gli altri”, ci spiega Paola Zukar, manager e fondatrice di Big Picture Management, nonché figura assolutamente centrale sulla scena rap nazionale: “Riguardo la realtà italiana, quello del gender balance è un nodo ancora lungi dall’essere risolto, soprattutto per quanto riguarda i ruoli decisionali ed economici.

Di donne, nell’industria musicale, ce ne sono un mucchio, ma quasi tutte in ruoli tradizionalmente femminili, come - per esempio - l’ufficio stampa. Ruoli dove bisogna abbozzare, spiegare, e dare dimostrazione di enorme pazienza. Se invece si passa ai ruoli decisionali, soprattutto quelli che implicano la gestione di budget, di donne se ne trovano pochissime. La strada per la parità di genere la vedo .bumpy, accidentata, lungo la quale ci sarà da sgomitare. Senza contare la pandemia, che - come hanno rilevato tutti gli studi - ha penalizzato quasi esclusivamente l’impiego femminile. La cosa non mi stupisce: se oltre alla propria attività professionale si hanno anche impegni con figli e famiglia, dedicarsi anima e corpo al proprio lavoro diventa praticamente impossibile”.

“Lo scorso 27 gennaio abbiamo avuto il primo webinar del programma di IMPALA, che non riguarda solo il gender balance, ma abbraccia - più in generale - tutte le tematiche riguardanti l’inclusione”, spiega Francesca Trainini, Chair di IMPALA, Managing Director di Peermusic e Vicepresidente responsabile per il Settore Estero di PMI: “A livello europeo è andato bene, facendo registrare complessivamente cento partecipanti.

Peccato che, in questi cento, di italiani ce ne fossero solamente due. Dal mio punto di vista credo che di questo argomento sia necessario parlare di più, e continuamente”. “Quando promuovevo in ambito discografico l’iniziativa di IMPALA la risposta più comune era: ‘Bellissimo, sacrosanto, appoggio pienamento l’iniziativa: purtroppo, però, ho altro da fare’”, prosegue la Trainini, che ha preso parte anche la programma di mentoring supportato da YouTube She.Grows: “Capisco che possano esserci delle resistenze: iniziative come queste fanno ancora paura, perché smuovono delle cose che minano il tipico DNA imprenditoriale italiano, quello proprio delle piccole aziende chiuse in sé stesse, terrorizzate dal cambiamento. Il mondo, però, sta andando esattamente dalla parte opposta. E’ una questione anche economica: includere vuol dire attingere a risorse alle quali prima non si aveva accesso. E’ un messaggio, questo, che ancora in Italia non viene recepito. Può darsi che tra una generazione lo si capisca anche qui, e che certe dinamiche oggi guardate con estrema diffidenza diventino perfettamente normali. Noi italiani non siamo mai i primi, ad aprirci al cambiamento, e - anche in questo caso - ne pagheremo lo scotto. Ma prima o poi ci arriveremo, come succede sempre”.

“Sono convinta che il poco ‘consumo’ di musica femminile sia dovuto al fatto che la maggior parte delle produzioni sono gestite da uomini", racconta a Rockol Maila Sansaini, dg di NUOVOIMAIE: "Non è una questione di talento o di gusti del pubblico: per le donne, nel settore musicale, esiste un concreto problema di accesso al lavoro.

Parlando di mercato, c’è più domanda di musica femminile di quanto non ne proponga l’offerta, che - mi spiace dirlo - è sistematicamente negletta”. “Ribadisco: il problema è del tutto tecnico", prosegue la Sansaini: "Non è che le artiste non piacciano o non abbiano talento: le cronache recentissime .hanno incoronato Laura Pausini come una delle artiste più premiate a livello internazionale. Sul panorama italiano ci sono poche eroine che si vedono riconoscere i propri meriti, ma la stragrande maggioranza non ha questa fortuna: ciò che accade nel mondo della musica riflette quello che si verifica in tutti gli altri mercati. Ancora più che in passato, sono convinta che le donne abbiano molte meno opportunità di ricoprire ruoli di rilievo. Con NUOVOIMAIE stiamo cercando di coinvolgere delle musiciste nostre associate per stilare e promuovere un manifesto trasversale per la valorizzazione del mondo femminile nell’industria musicale: sarà un testo che riguarderà tutti gli attori della filiera, dalle case discografiche ai promoter passando dalle collecting, i media e molte altre entità, che non interesserà solo gli altri, ma tutte le figure professionali del comparto creativo. Chiederemo a enti e aziende di sottoscriverlo, impegnandosi formalmente a combattere il gender gap salariale, incoraggiando le donne impiegate nel comparto a esprimersi liberamente, anche assumendoci le responsabilità dei nostri limiti e difetti. Dipingerci sempre come vittime ci offre uno scudo protettivo, ma non sempre lo siamo: vogliamo poterci esprimere su tutto, anche su caratteristiche di genere che possano essere stigmatizzate”.

 

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