Sanremo 2021, la serata delle cover e dei duetti: ma è proprio necessaria?

A giudicare dai risultati, andrebbe almeno ripensata 
Sanremo 2021, la serata delle cover e dei duetti: ma è proprio necessaria?
Credits: Emanuela Bonetti

Comincio a scrivere queste note quando sono già passate le due di notte, e la serata di giovedì del Festival di Sanremo 2021 si è conclusa (finalmente) da pochi minuti.


Il momento che secondo me racconta meglio il senso di questa serata si è verificato quasi al termine della versione di "Povera patria" reinterpretata da Colapesce e Dimartino.

Per qualche ragione - che non condivido, voglio dirlo - i versi finali del brano sono stati cantati dalla voce di Franco Battiato, che ne è l'autore e l'interprete originario, presumibilmente tratta da un nastro di casa discografica, e auspicabilmente - ma non ne sarei così sicuro - con il beneplacito anche del proprietario della voce, e non solo del proprietario della registrazione. Ecco: con tutto il rispetto per Colapesce e Dimartino, sono bastati quei cinque secondi di voce di Battiato per far capire la differenza fra la versione originale e la loro cover. Che era rispettosa, certo, ma non conservava la potenza drammatica dell'originale.


Ho raccontato questo dettaglio perché a mio avviso è un po' il riassunto di queste cinque ore appena trascorse. Non ho niente contro le cover version, in generale; anzi, le ascolto volentieri e spesso le trovo interessanti. Ma è molto più difficile interpretare bene una cover che una canzone originale. Soprattutto se la canzone originale è stata un successo, è un brano popolare, ed è nelle orecchie e nella memoria del pubblico in una versione "di riferimento".


Un esempio, fra quelli di stasera? Per dire, "Insieme a te non ci sto più": l'incisione di Caterina Caselli del 1968, arrangiata da Paolo Conte e suonata dall'orchestra diretta da Gianfranco Monaldi, ha un fascino, un colore, un sentimento che Malika Ayane non potrebbe mai restituire in maniera altrettanto intensa. E allora, l'unico modo per far bene una cover è riuscire a renderla, in qualche maniera, migliore dell'originale; il che vuol dire, praticamente sempre, farla "diversa" dall'originale. Altrimenti si rischia l'effetto karaoke.


In una serata come quella che è appena finita, al rischio cover si è aggiunto, per ragioni che io trovo assolutamente non condivisibili, anche il rischio determinato dalla formula del duetto (alla quale hanno rinunciato in pochi). E qui il punto è che alcuni - molti - dei duetti che abbiamo ascoltato nella serate delle cover mi sono sembrati, come si diceva dalle mie parti, "tenuti insieme con lo sputo"; cioè abbinavano personaggi e voci incongruenti fra loro, a volte forse per indisponibilità di un partner migliore, a volte forse per ragioni di colleganza o di amicizia, a volte forse per mancanza di meglio.


E allora, le cover che - sempre secondo me - hanno funzionato sono state quelle che hanno visto impegnati insieme artisti affini fra loro e/o che hanno avuto il coraggio di "tradire" l'originale per una rielaborazione personale.
A mio gusto, e parlo di gusti musicali, le migliori mi sono parse quelle di Max Gazzé, che con Daniele Silvestri e la MMB (un gruppo che, ma guarda, suona cover dei Beatles) hanno proposto una versione molto suggestiva e drammatica di "Del mondo" dei C.

S.I., e quella degli Extraliscio, che miscelando il "Casatchock" di Dori Ghezzi e "Rosamunda" hanno ritrovato la vitalità popolana che mi sembra un po' latente nella loro canzone in gara ("Bianca luce nera"). Ho anche apprezzato l'energia anni Ottanta della "Splendido splendente" di La Rappresentante di Lista, special guest l'interprete originaria Rettore; la bella prestazione vocale di Arisa in "Quando" di Pino Daniele (il contributo di Michele Bravi mi è parso poco significativo, per quanto garbato); la compostezza - e anche l'abbigliamento elegante, diciamolo, che li ha distinti in un coacervo di abiti di scena spesso eccessivi o inadeguati - di Willie Peyote, che insieme a Samuele Bersani ha ricantato la "Giudizi universali" del secondo.


Ho trovato divertente la performance di Francesca Michielin e Fedez, che hanno dimostrato autoironia e leggerezza; impeccabile vocalmente Orietta Berti ("Io che amo solo te" di Sergio Endrigo è un capolavoro), che avrei ascoltato più volentieri da sola senza le Deva; piacevole Ghemon con il medley per il quale era accompagnato dai Neri per Caso; mentre è doveroso ricordare che Lo Stato Sociale ha riportato l'attenzione del pubblico a casa (ma quanti erano, a quell'ora, cioè a mezzanotte passata, i telespettatori?) sulla tragica situazione, causata della pandemia, dei locali in cui si fa musica in Italia, ma forse lo ha fatto con un piccolo sovrappiù di retorica che si sarebbe potuto evitare.


Durata eccessiva a parte, serate come questa delle cover hanno sostanzialmente lo scopo di allungare la settimana del Festival: quindi nascono già zoppe, anche perché sono certo che i cantanti preferirebbero un passaggio televisivo in più per la loro nuova canzone. Se proprio non se ne può fare a meno, si scelga: o duetto (su una canzone del repertorio del cantante in gara) o cover. L'uno e l'altra è troppo, e i risultati sono troppo discontinui.

Franco Zanetti
 

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