Un antifenomeno piombato sulla scena pop

Sorpresa: il personaggio musicale italiano del momento non è un trapper da milioni di ascolti su Spotify e non è neppure un ragazzino esploso su TikTok.
Un antifenomeno piombato sulla scena pop
Credits: Sha Ribeiro

Il personaggio musicale italiano del momento non è un trapper da milioni di ascolti su Spotify e non è neppure un ragazzino esploso su TikTok. Venerus è l'antifenomeno. Ha aspettato il suo momento pazientemente e masticato musica per anni, prima di arrivare a incidere un album: dagli studi di chitarra nelle accademie musicali londinesi alle recenti attività come autore, compositore, session man e produttore, passando per le prime band e tanti, tantissimi concerti in club e localini. Quando le cose per lui iniziano effettivamente a girare, il musicista milanese ha 26 anni.

È il singolo "Senza di me", con Gemitaiz e Franco126, a portare il suo nome all'attenzione del pubblico, alla fine del 2018: Venerus, che ha già all'attivo un Ep ("A che punto è la notte") e una manciata di singoli ("Non ti conosco", "Dreamliner"), ne canta il ritornello. Il brano si è aggiudicato l'anno scorso il Doppio disco di platino, l'equivalente di oltre 140 mila copie (gli ascolti su Spotify ammontano ad oggi a 55,6 milioni). Sempre al 2020 risale la collaborazione con Ghali per l'album "DNA": Venerus produce sei brani dell'album del rapper. Lo fa a quattro mani con Mace, suo partner in crime dal 2018. C'è lo zampino di Venerus anche nelle canzoni di "OBE", l'album d'esordio del dj e producer milanese, uscito quasi contemporaneamente al suo. La hit "La canzone nostra" è da sei settimane al primo posto nella classifica Fimi dei singoli più ascoltati e scaricati, oltre ad essere uno dei brani più passati dalle radio. Mace ha ricambiato il favore, se così si può dire, affiancando Venerus nelle lavorazioni di "Magica musica": siamo ancora nel primo quarto dell'anno, eppure c'è già chi sostiene che quello del musicista milanese (.qui la nostra recensione), sia uno dei migliori dischi italiani di questo 2021. "Oggi c'è una corsa al Disco d'oro e alle tendenze: è come mettere i fiori finti in casa. Si parla molto di strategie e classifiche e si parla poco di musica", dice lui.

Provi a invertire la tendenza?
"Nel mio piccolo sì. Godo di più a registrare un pezzo lungo 8 minuti, tra assoli e altri virtuosismi, piuttosto che a sentirmi dire: 'Il tuo singolo sta andando da Dio'. Diventare famoso non mi interessa: il mio obiettivo nella vita non è quello di scrivere sulla carta d'identità che faccio il cantante".

E qual è?
"Fare musica per tutta la vita. Alla musica non chiedo fretta".

Non a caso sei arrivato a pubblicare il tuo primo album a 28 anni, mentre c'è chi a 18 anni è già star. Il music business di oggi è insano?
"Uno dei problemi principali di cui soffre la cultura oggi, e di conseguenza anche la discografia e la scena musicale, è proprio la fretta. Se provi a chiedere a un ragazzino di 15 anni cosa vuol dire per lui fare il cantante, ti risponderà: 'Essere famoso'. Il percorso non interessa più a nessuno: si vuole tutto e lo si vuole subito. Io, invece, ho sempre ragionato in maniera diversa: ho studiato musica per anni e mi sono deciso a pubblicare un album solo quando mi sentivo veramente pronto. E quando i tempi erano maturi: ho sempre pensato che il passaparola valesse di più dei grossi investimenti".


Come ti sei mantenuto, nel frattempo?
"Mentre studiavo musica a Londra, dal 2011 al 2016, lavoravo come lavapiatti e cameriere nei bar e nei ristoranti. Ho iniziato a guadagnare come musicista solo quando mi sono trasferito a Roma, suonando per gli altri. Avanti così per tre anni. Poi nel 2019, quando le richieste cominciavano ad essere tante, mi sono detto: 'Ok, ora posso fare solamente questo nella vita'".

Momenti di sconforto ce ne sono stati?

"Non lo nascondo. Nel 2017 non facevo che ripetermi: 'Cosa mi metterò a fare?'. Non vedevo spiragli. Ero arrivato a Roma con un disco registrato in inglese: aspettavo il momento giusto per farlo uscire, ma i mesi passavano e non succedeva niente. Riflettevo: 'Che senso ha continuare ad aspettare gli altri?'. Quello fu il passaggio fondamentale. Iniziai a far uscire i miei pezzi: cambiò tutto".

Avresti potuto ritagliarti un posto nella scena indie che a Roma in quel periodo stava esplodendo: dopo il successo di Calcutta e Thegiornalisti il 2017 fu l'anno di Coez, Carl Brave x Franco126 e Gazzelle. Perché non lo hai fatto?
"Perché io con loro non c'entro niente. Non mi interessava svoltare tanto per svoltare. Volevo sviluppare un mio percorso musicale. Mi rifiutai di scendere a compromessi. Continuai ad avere pazienza: 'Il tempo mi darà ragione', pensavo".

E Mace quando l'hai conosciuto?
"Nel marzo del 2018, in studio a Roma da Frenetik&Orang3, che mi avevano preso sotto la loro ala protettiva e parlavano benissimo di me agli addetti ai lavori. Era in città per un dj set. Mi disse: 'Ho uno studio a Milano, quando vuoi passa e facciamo un po' di musica insieme'. Da allora non ci siamo mai fermati: in tre anni avremmo scritto qualcosa come 300 pezzi. 'Magica musica' e il suo 'OBE' sono nati praticamente insieme".

Siete entrambi richiestissimi, ora. E dopo il successo de "La canzone nostra" le proposte probabilmente aumenteranno: siete la controparte di Mahmood-Dardust, ormai dietro le principali canzoni pop italiane?
"Non ci avevo mai pensato. Ma non credo. Né io né Mace viviamo la musica come competizione. Onestamente ora vorrei concentrarmi più sulla mia musica anziché produrre e scrivere per altri".

Il tuo disco è suonato davvero. Anche in questo provi a invertire la tendenza, rispetto al pop da classifica?
"Sì. Anziché stare di fronte al computer in questo momento storico preferisco stare di fronte agli strumenti. Ho suonato quasi tutto io, a parte i fiati e l'organo: al sax c'è Vittorio Gervasi, al trombone Federico Proietti, alla tromba Giuseppe Panico, all'Hammond Danilo Mazzone".

Ti senti una voce fuori dal coro?
"Quando mi hanno passato per la prima volta su Rtl ho pensato: 'Forse ho sbagliato qualcosa'".

I featuring, oltre ad essere pochi, non sono neppure modaioli: in "Sei acqua" suonano i Calibro 35.
"In quel pezzo ho voluto i Calibro 35 perché sono da sempre fan delle produzioni di Enrico Gabrielli e il loro tocco poteva impreziosirlo. Oggi c'è una corsa alle collaborazioni, come se queste fossero la moneta: per me alla base di tutto ci deve essere un rapporto umano. Con Frah Quintale (canta in 'Appartamento') condividiamo certe influenze, tra soul e r&b. Gemitaiz (al suo fianco in 'Buyo') è stato tra i primi a credere in me e con Rkomi ('Namasté') l'idea di fare qualcosa insieme è nata quest'estate mentre stavamo lavorando alla sua musica: mi piace la sua scrittura".

Soul, r&b, elettronica, ambient, jazz: il rischio che corre "Magica musica" è quello di suonare come inetichettabile, non trovi?
"Per me è un complimento. Questo disco è un viaggio psichedelico. Non mi sono risparmiato, tra assoli, interludi e arrangiamenti corposi. Il concept del disco è ben rappresentato dalla copertina, cita un'iconografia che mostra Giordano Bruno mentre mette la testa fuori dai limiti della Terra: è quello che faccio io, musicalmente".
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Il titolo del tuo album sembra riprendere quello di un disco dei Return to Forever di Chick Corea, "Magic music". E anche la copertina non è troppo diversa dalla tua: un omaggio esplicito?
"No, anche se in casa ho una copia di quel disco: lo avevo totalmente rimosso e mi sono accorto delle affinità solo riascoltandolo, dopo la morte di Corea".

Non ti vedremo a Sanremo. Sarà per l'anno prossimo?
"Non ho nemmeno la tv... (ride)".
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