UK, inchiesta parlamentare sullo streaming: piattaforme e major in commissione

L’indagine del governo britannico è giunta alle battute finali: ecco le conclusioni dei big di servizi digitali e discografia
UK, inchiesta parlamentare sullo streaming: piattaforme e major in commissione

Si è conclusa al parlamento di Londra l’indagine avviata dalla Commissione Cultura del governo britannico sull’economia dello streaming musicale. Le ultime audizioni - in videoconferenza - sono state riservate alle due principali parti in causa, ovvero le grandi aziende fornitrici di servizi e le multinazionali della discografia.

Spotify, Apple Music e Amazon hanno concordato sull’utilità dell’iniziativa del parlamento inglese, dicendosi disponibili all’unanimità a proseguire nella collaborazione con le istituzioni per migliorare le condizioni del mercato locale. Le tre società si sono dette favorevoli all’istituzione di valori di equa remunerazione - tirando una stoccata al concorrente YouTube, che in virtù del proprio status di safe harbor, pur disponendo delle licenze del caso, paga alle controparti tariffe più basse - pur rimarcando come lo streaming non possa essere equiparato né alla vendita né al noleggio, essendo una forma del tutto nuova di attività commerciale. Spotify ha osservato come i risparmi nel passaggio tra distribuzione fisica e digitale siano andati per la maggior parte “direttamente alle etichette”.

Le tre major - Universal, Sony e Warner - si sono dette concordi nel rendere il mercato dello streaming “più equo e trasparente”: Warner, in particolare, ha espresso perplessità nei confronti di un modello di business basato su un sistema di pagamento centrato sull’utente, definito “molto più complesso e oneroso dal punto di vista amministrativo per l'implementazione dei servizi digitali”.

Sulla partecipazione azionaria dei tre principali player a Spotify - attualmente, Universal detiene delle quote - valutate tra i due e tre miliardi di dollari, e Sony azioni per circa 770 milioni di dollari - e sulle eventuali implicazioni anticoncorrenziali delle partecipazioni, i due gruppi rispettivamente guidati da Lucian Grainge e Rob Stringer hanno assicurato di non ricoprire in alcun modo ruoli di governance all’interno del servizio, e di non poter esercitare, di conseguenza, alcuna influenza nella realizzazione di playlist o di contenuti originali.

Sulla definizione commerciale dello streaming, non inquadrabile - come già osservato dalle società di servizi digitali - né come vendita né come noleggio, le major hanno preferito il concetto di accesso o “messa a disposizione”, rimarcando la natura interattiva del servizio rispetto alle formule di broadcasting tradizionali: “Commercialmente, lo streaming ha ampiamente sostituito beni fisici e download”, ha concluso Warner, “Gli ascoltatori, oggi, preferiscono accedere alla musica tramite streaming piuttosto che tramite supporti fisici”.

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