Le recensioni di Reg Mastice: Burt Kenneth, "Rules to halve a pony" (1986)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Burt Kenneth, "Rules to halve a pony" (1986)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.


Burt Kenneth - RULES TO HALVE A PONY (1986)

Sembrano lontani i giorni in cui un giovane ed inquieto Burt Kenneth rinverdiva gli scaffali dei music store con i suoi chiassosi manuali di demonologia. Erano i tardi anni Settanta e l'anacronistica mistura di hard rock inzolfito ed elettronica astronomica ancora dava frutti polposi: doppi album dalle copertine intrise di colori complementari, spirali psichedeliche post-fillmoriane ed abbondanza di memento mori, hot-rod, pin-up ed esoterismi pop –  in linea, diciamo, con quell’estetica lowbrow appena codificata all’ombra del Sunset Strip. Roba datata ma già tornata di moda, come la musica di Burt, e forse è proprio per questo motivo che i punk avevano rispetto per questo strano freak, lo avevano scoperto nei negozi di dischi giusti, quelli con molto viavai sul retrobottega.

Eh sì, pensarono: quel tipo con la barba zolfina non aveva il tipico bersaglio degli hippy all'altezza del torace, non ti scroccava sigarette, non ti diceva "heey man". Aveva però mezzo cervello sconquassato da vecchie siringone giocattolo piene di Lsd, mentre l'altra metà abbracciava un proiettile grosso quanto un pugno di dollari: lui nelle interviste diceva che era tutta una trovata della Smith & Wesson, che era una specie di sponsor, che per quel proiettile mezzo fuori e mezzo dentro lo pagavano una certa cifra al mese – purchè si vedesse la scritta S&W bella grande sotto al cappello da dieci galloni. In realtà, e lo sapevano tutti, quel ferro era la parabola di Billy e Capitan America che predeva vita, era la carcassa dello scontro culturale tra vecchio e nuovo sopra ad una superstrada della Louisiana. Lo si vedeva baluginare tra i capelli, fini come zucchero filato, sul retro di copertina della maggior parte dei suoi dischi, e si pensava: eccola là, la buona stella di Burt.

Poi ci furono altre storie che puzzavano di leggenda: la galera, il nomadismo, i manicomi.

Si dice che in uno di questi, il Bellevue, Burt conobbe addirittura Alexander “Skip” Spence, il vecchio Skip, il buon vecchio pazzo Skip, e che suonarono spalla a spalla, separati solo da sei metri di muro imbottito. Ma che saranno mai sei metri di cuscini, quando due così s'incontrano? Pelle d'oca. Fatto sta che, proiettili e torazina a parte, Burt Kenneth ha continuato fino all'alba degli Ottanta a giocare a bocce con i suoi demoni. Dai primi album di garage tamugno coi Cranials agli esperimenti di rock duro solista, fino all'acquisto di quel dannato synth: ogni cosa pareva aver seguito un percorso logico – o almeno, diciamo così, terrestre. Simile a quello di un altro grande outsider, Roky Erickson, l'unico essere umano che vorresti trovarti accanto nell'ascensore condominiale. L'ultimo album di Burt prima del silenzio si chiamava proprio TRAGIC ELEVATORS, data astrale 15 gennaio 1980, buffo no? Poi sei anni di nulla.

Ci chiedevamo quanto durasse quel suo viaggio, a che piano fosse destinato il suo personale montacarichi. Forse questa volta il boccino era stato lanciato troppo lontano? RULES TO HALVE A PONY fu la risposta, arrivò nel 1986, pochi se ne curarono. Kenneth rilasciò un'intervista al celebre mensile Creem: sbiascicando di scale orientali e visioni dettate dall’I Ching, nozze druidiche con una ragazza di nome Sandoz, lezioni di zither gentilmente fornite da Bill Miller. “Conobbi lui e i suoi Cold Sun (che ancora non avevano un nome, in realtà) al Vulcan Gas Company di Austin, nel 1968”, concluse, “gran periodo quello. Ricordo un weekend passato a Guadalupe con Bill e due ragazze originarie di Corpus Christi, mangiando tortillas in questo vecchio motel pieno di minuscoli gechi. Il peyote è più orientato all’audio di qualsiasi altra droga, per quanto ne so. E le chitarre di Tom McGarrigle ricordavano spesso le voci dei gechi, ma raramente anche quelle delle tortillas”. Il buon vecchio Burt era tornato.

RULES TO HALVE A PONY era una risposta buona per chi avesse orecchie per ascoltarla: poichè, per la prima volta, essa era sussurrata.

Concentrata, essenziale, scarnificata d'ogni ninnoleria hard dei tempi andati, la musica sembrava disciogliersi come gocce d'ayahuasca su un tappeto intessuto all'alba dei grandi soli del nord. E non intendo del Quebec, ma dell'isola di Oodaaq. Una lunghissima camminata senza scarpe su un guscio ghiacciato. E poi c'è questa voce meravigliosa che fa capolino ogni tanto, che è come il mugolio di un faro, o come il mugolio del guardiano di un faro: pare di donna, giovane. Vengo a sapere – da chi è riuscito a capirci qualcosa in più – che si tratta della moglie: Sandoz, moniker di Licorice Sundae Dew, all'anagrafe Lisa Sally Doe. Lascio perdere. Certo all'ascolto manca un po’ quel lato di Burt ringhiante, quelle frasi ammiccanti, gli electroshock, le groupie di satana, "Pink Flames Of Fire, And Me, And You", "Saturn Satan", "Skulls Up", eccetera, ma in questo scambio di pesi e misure si finisce presto per non sentirsi truffati: RULES TO HALVE A PONY è anni luce avanti, anche se non si sa ancora bene in quale direzione.

Reg Mastice
www.regmastice.com


Tracklist:

1. Drain forest
2. Psalm stone
3. Maze temple
4. Yellow lace
5. Backward train
6. Trouble meadow
7. Wavy face

Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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