Le recensioni di Reg Mastice: Your Emotional Sister, "Plugless" (2015)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Your Emotional Sister, "Plugless" (2015)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.


Your Emotional Sister - PLUGLESS (2015)

Difficilmente condivisibile il pensiero del Morandotti quando soleva dire che "le rivoluzioni più clamorose non fanno rumore".

Tra la fine degli Ottanta e la metà dei Novanta abbiamo visto schiudersi decine di scrigni sonici d'inaudita esuberanza noise ed imporsi sulla scena alternativa un distaccato esercito di sociopatici nerd dal muso lungo: impegnati non solo a fissare punte di stivaletti e pedaline multieffetto, ma anche ad imbastire nel sottobosco di tali nebbioni un'improbabile tappeto d'introspettiva romantica melodia. Per dirla in breve: psycho + candy, un po' gioco di luci ed ombre e un po' mito di Eros & Thanatos 3. Qualcosa che pretendeva d'essere atarassico, soffocando i mille patèmi esistenziali da giovane Werther psiconauta sotto badilate d'oblio ronzante, non riuscendoci – e anzi: trasformando quello stesso oblio in poesia. Nebbie di sogno o sogni di nebbie? Il successivo sbordare dentro allo scintillante reame da coma del dream pop era inevitabile: quasi quanto un ricovero dopo una serata di magoni affogata in sostanze ottundenti.

I Your Emotional Sister sono decisamente troppo giovani per aver goduto appieno di quel meraviglioso periodo, nati artisticamente nel 2007 come ennesima variabile post-emocore in un panorama saturo di variabili post-emocore, presto poi convertiti ad una forma spuria di new no wave senz'anima e, infine – all'altezza del terzo album – rincantucciatisi senza troppe pretese sotto l'ala protettiva del revival shoegazerino. Come avrete capito, null’altro che l’ennesima band-eruola pronta a cambiar genere a seconda del vento (del trend) – e destinata perciò ad un onesto prosieguo di carriera sotto il marchio della mediocrità. Poi invece, all’improvviso, il genio: dedicare un tributo alla “scena che celebrava se stessa” (per dirla come il Melody Maker), coverizzando brani della vecchia e nuova scuola rumoristica armati solo di strumenti acustici non effettati. Ma attenzione, non un processo di snellimento di tipica tradizione unplugged: qui non si stacca semplicemente la spina, scoprendo dei brani l'ossatura nuda e cruda e dunque enfatizzandone la profonda bellezza aldilà della produzione originaria. Qui ogni cosa – feedback, delay, distorsioni, saturazioni, filtri, echi, tremolo, riverberi, ronzii – viene ricreata fedelmente senza l'uso di corrente continua, in maniera artigianale e quantomai imprevedibile. Una sorta di “rock elettrico a vapore”, potremmo azzardare.

E se una "Sometimes" (My Bloody Valentine) appare pura e quasi casta nella sua resa davvero minimale violoncello & voce, una "In A Hole" (Jesus & Mary Chain) esplode invece cangiante in un mostruoso multilivello di sovrapposizioni a manovella: fischi, raschi e gorgoglii a ricreare l’aerius clamor, e ancora archetti di violino passati ad nauseam sulle corde d'un pianoforte a coda, caffettiere ribollenti, unghie su lavagna.

Questi, occhio e croce, i due picchi estremi. Tutto quello che sta nel mezzo è parimenti bello e (s)misurato: "When The Sun Hits" (Slowdive) che esplode nel ritornello con i suoi violini scordati e i suoi cori moltiplicati da modesti tubi di cartapesta, "Taste" (Ride) con sottofondo d'acquazzone che batte sul tetto di lamiera d'un capannone industriale, "Breather" (Chapterhouse) che è tutto un vibrare di seghe a nastro fatte roteare in moto sinusoidale intorno a un sensore ambientale, "Black Car" (Black Tambourine) che si transustanzia in un brano jazz a malapena percepibile sotto lo spesso magma di didgeridoo, "Sensitive" (Field Mice) che è delicato intreccio di diciotto differenti strumenti a corde, "Wisdom" (Brian Jonestown Massacre) che per contro è pura percussione e contrabbassi rinforzati. Fino all'eccesso concettuale di "Orange Creamsickle" (Astrobrite), registrata in presa diretta chitarra e voce direttamente dentro ad un rumorosissima fabbrica di bulloni d'acciaio di Newcastle Upon Tyne. E, si, nel caso ve lo stiate chiedendo: l’acufene che persisterà a diversi giorni dall’ascolto è da considerarsi come goliardica bonus track.

Reg Mastice
www.regmastice.com


Tracklist:

1. When the sun hits
2. Sometimes
3. Gentle sons
4. Sensitive
5. In a hole
6. Breather
7. Black car
8. Wisdom
9. Orange creamsickle
10. Taste
11. Always lie

Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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