Le recensioni di Reg Mastice: Gordon Greene, "Music in this LP are subject to fading (...)" (2008)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Gordon Greene, "Music in this LP are subject to fading (...)" (2008)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.

 

Gordon Greene - MUSIC IN THIS LP ARE SUBJECT TO FADING [...] (2008)

Di Gordon Greene si disse subito: è la rinascita del folk inglese.

Il suo primo album – STARING AT THE FRIDGE – lo consacrava a tutti gli effetti novello menestrello prodigio poco generazionale, piuttosto ego-gravitazionale, e mediamente per niente istituzionale. Era il 1996. Poi si disse: è la svolta commerciale. Il suo secondo album – I WRITE YOU FROM A DISTANT COUNTRY – si rivelò crocicchio di campionature, dilatazioni, cosmicherie piuttosto radiofoniche e radiografie più o meno cosmologiche, comunque sia mai sotto l'acuta soglia dell'eccellenza. Era il 2001. Poi si disse ancora: ha svalvolato. Il suo terzo album – RHYMES ARE JUST LIKE TYMES: BOTH ENDS WITH YMES – documentava un burn-up psichedelico orchestrale di mostruosa se non impossibile digestione, un incubo wagneriano poggiato sulle milleseicento dita di centosessanta mani (quelle della prestigiosa Dunwich Filarmonica) ma sempre in procinto di cadere in rovinose cataclismatiche schienate.

Era il 2005.

In attesa del quarto album si sprecarono i pronostici e le scommesse: che combinerà Gordon Greene ora? La risposta fu il tonfo d'un incidente motociclistico che echeggiò sui rotocalchi specializzati ed imbozzolò il nostro a letto per sette mesi, con una tastiera Casio, molte idee e poca voglia di riposarsi. Il risultato di questa degenza vide la luce nel 2008 e sorprese tutti, o forse no, essendo come previsto ennesimo colpo di genio fuori di coppa: e con un titolo (MUSIC IN THIS LP ARE SUBJECT TO FADING AND DISCOLORATION. TO ASSURE ACCURATE MUSIC TRANSMISSION, WE RECOMMEND REPLACEMENT OF THIS LP ANNUALLY) che per generosa chilometricità odorava già da solo di guinness. Album strano, quindi: e fin qui niente di strano. Ma anche strano se messo a confronto con i precedenti tre album strani suoi: e qui il discorso si fa interessante. In MUSIC… (abbrevio) Greene s'avvicina ad una forma spuria di minimalismo rock: un'ossatura di pianoforte, una voce segaligna, qualche chitarrina. Poca batteria, dal retrogusto di metronomo. Tutto il resto è puro digitalismo paranoico: una moquette istantanea che riveste come magma il flusso di pensiero dell'ascoltatore, fitto com'è di viaggi mordi e fuggi dentro al boudoir dai mille cavicchi d'un sintetizzatore di mogano; e la strada porta inevitabilmente da quelle parti là, Schulze, Riley, settaggi crautologici in previsione di collassi atmosferici. Solarizzazioni anaglifiche sulle coste smangiucchiate dei frattali di Mandelbrot. Caffettiere che borbottano su minimalissimi fornelli bianchi negli angoli cottura di Zeta Reticuli.

Gordon ci gioca su, osa l'inosabile, mette a dura prova le orecchie viziate, non ha paura: sa di poter contare su una vasta pletora di aficionados e sa pure che – oltretutto – i suoi brani, aldilà del trattamento a loro riservato, sono Perfette Canzoni Rotonde che a tutti garbano e a nessuno mai completamente dispiacciono. Così poi ci scappa pure qualche strizzata d'occhio di troppo, qualche giochetto ai limiti del perdonabile: le dissacrazioni spassose dei Floyd mischiate a improbabili dediche ad ex ragazze, ex groupie, ex amichette (forse) immaginarie, gli omaggi-plagi-citazioni che a tratti intensamente piovono con tutta l'ineluttabilità del caso, la bigiotteria elettronica che lambisce i luminescenti marciapiedi dei dancefloor e d'improvviso, come morsa da una tarantolaccia, esplode. Una “Obscured By Claude” che ricalca le forme sgraziate di "Stuck In A Submarine Shop With Uncle Bertha" di Markus Lansky. Una "Starless Stare" che suona come Gilberto Gil che batte a suon di raggi delta il mostro del terzo livello. Una “Brenda Mage” che pare Neil Young intrappolato nel corpo d'un parassita del grano in una mattina di soli stereoscopici.

E, in fondo a tutto, pure uno spesso velo di stanchezza.

Lo si scopre dopo lunghi e attenti ascolti, non è così immediato: Gordon Greene è profondamente stanco. "Ringrazio tutti, chi più chi meno" scrive nelle note interne dell'album, che sarebbe come a dire: chi se ne frega. Poi si sposta in copertina, sornione e biancheggiante, affacciato ad un oblò sulle strade di Londra con alle spalle qualche joint a metà nel posacenere qualche donna assopita sul letto qualche partita a scacchi interrotta, il suo regno di genio e noia soltanto leggermente incrinato dal rumore dei clacson di King's Cross, e quei capelli spettinati, e quell'aria di chi, avendo preso l'autobus numero 12 per il centro, si ritrovi invece a percorrere le tangenziali intasate d'un pianeta sbagliato.

Reg Mastice
www.regmastice.com

Tracklist:

1. Introduction / 256, the colors of the beast
2. Maria Stella overdrive
3. Nixon's haircut
4. How I wish you were Irma
5. Bright doors
6. Obscured by Claude
7. If I had an humming bird
8. Brenda Mage
9. Starless stare
10. Molly is a gas
11. Starless stare pt.II
12. Dating hairy hippie girls
13. Shame on you, Daisy Garamond


Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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