Le recensioni di Reg Mastice: The Orbit Shoppe, "Rodney the drop-out" (1966)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: The Orbit Shoppe, "Rodney the drop-out" (1966)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.

 

The Orbit Shoppe - RODNEY THE DROP-OUT (1966)

Ai veterani londinesi Orbit Shoppe avevo perdonato quasi tutto, negli ultimi anni: i deboli e speculativi live pubblicati sotto l'ombra dell'albero di Natale, spuntati da qualche cassetto rimasto (vedi note di copertina) "per trent'anni misteriosamente sigillato"; le ancor più inutili ristampe rimasterizzate del repertorio originale, depositate ogni anno con caparbia cocciutaggine sugli scaffali dei centri commerciali (appesantite da bonus track fisiologicamente incoerenti o, ben che vada, inconsistenti); e non per ultimi quei due o tre dischi di reunion che dovevano rilanciare il gruppo – con organico completamente rimaneggiato – fino alla cima dorata delle classifiche inglesi.

In questo ultimo caso, ok, il tentativo era meno bieco giacchè la volontà e la passione sembravano proprio non mancare: ma le idee, quelle si, e in misura assai drammatica. Un finale un po’ triste, per una band che nei Sessanta fece gridare al miracolo modernista.

Un modo quindi per glorificare quello che fu – e al tempo stesso salvarsi da quello che rimane – è rimediare (nella sua edizione digipack del 1995, se possibile: quella deluxe del 2018, oltre a costare il doppio, non aggiunge infatti niente di nuovo tranne una coda di bonus ripetitivi e cronologicamente fuorvianti) il piccolo capolavoro che risponde al nome di RODNEY THE DROP-OUT, anno di gloria 1966: primissimo Lp inglese a potersi definire "concept" (in anticipo quindi sui vari "S.F. Sorrow" e "Tommy"), RODNEY THE DROP-OUT parla una lingua nuova pur conservando una fortissima fiatella cockney, mischiando con violenza lo slang R&B alle novelle sfregole freakbeat (fuzz, dissonanze e rumori estetizzanti), non lesinando al tempo stesso in fugaci incursioni (anzi: razzie. O ancor meglio: spedizioni punitive) nei territori alieni d’un folk acustico ma comunque portuale, ben imbevuto di ginepro e bitter ale. Calcando pure un po’ troppo la mano in talune bizzarrie strumentali, forse per arginare preventivamente l’accusa di “saltacarrismo”: l'organo liturgico che fa capolino nell’elegiaca “Burn A Candle For Rodney”, ad esempio, o il clavicembalo distorto in quel guazzetto chamber-pop titolato “There's A Gun In Your Headache”, o il calliope ante-Pepper della circense “Let's Start A Revolution”.

Erano tempi selvaggi e RODNEY THE DROP-OUT sembra averli congelati per bene per noi posteri, in un minutaggio invero piuttosto ridotto (ventotto minuti appena) ma che comunque non diventa mai frettoloso: anzi, traccia dopo traccia la storia del ribelle Rodney prende vita spontaneamente, dalla corrosiva cavalcata iniziale di "Leaving The School" passando attraverso la tentazione psichedelica di "Seven Minded Warrior" e “Indian Feathers” (forti di dodici-corde pizzicate alla stregua di sitar) e autofagocitandosi con l'acusticheria corale di "Burn A Candle For Rodney".

Una parabola socio-musicale tipicamente middle class, che tra picchi lirici e ingenuità commoventi arriva persino a scomodare con buon anticipo scottanti tematiche oltreoceano (vedi il Vietnam, vedi le teorie "espansionistiche" di Leary) ma che a sorpresa poi finisce per schierarsi più dalla parte dei reazionari che dei rivoluzionari. Questo “wind of change” che improvvisamente soffiava tiepido sulla tradizionalissima terra d'Albione era evidentemente in grado di spaventare pure degli autentici ribelli da classe operaia come gli Orbit Shoppe: cresciuti a latte e risse, ok, ma pur sempre più propensi ad una pinta di birra che ad una tavoletta di rabbioso acido.

Reg Mastice
www.regmastice.com

Tracklist:


1. Leaving the school
2. Run Rodney run
3. There's a gun in your headache
4. Acid empire
5. Seven minded warrior
6. Let's start a revolution
7. Indian feathers
8. Rage and fear
9. Burn a candle for Rodney


Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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