Billie Joe Armstrong racconta l'idiota americano

Nel 2004 i Green Day con il loro settimo album spaccano le classifiche.
Billie Joe Armstrong racconta l'idiota americano

Nel 1994, dopo avere lasciato il mercato indipendente e firmato per una major discografica i Green Day pubblicano "Dookie", l'album che li certifica campioni della rinascita del punk-rock vendendo milioni di copie. Canzoni come "Basket Case" e "When I Come Around" vengono mandate a memoria da tutti, in special modo dal pubblico più giovane. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool in quel momento hanno ventidue anni e sono sul tetto del mondo.

I tre album che seguono la pubblicazione di "Dookie" - "Insomniac" (1995), "Nimrod" (1997) e "Warning" (2000) – mantengono i Green Day nella top ten della classifica pur senza replicarne i fasti. Arriva il 2004, ora i ragazzi hanno trentadue anni e forse non sono proprio più dei ragazzi. Billie Joe (che, a proposito di anni, oggi ne compie 49) mette alla prova il suo talento e concepisce un'opera rock, sì proprio come "Tommy" degli Who, per citarne una, e si conferma uno dei migliori autori di canzoni della sua generazione.

L'album si chiama "American Idiot", è una critica allo stile di vita americano e convince pienamente critica e pubblico. Conquista il primo posto nelle classifiche di vendita in molte nazioni, si aggiudica il Grammy quale migliore album rock dell'anno e il video del singolo "Boulevard of Broken Dreams" si prende sette degli otto premi ai quali era stato candidato agli MTV Video Music Awards 2005. Con "American Idiot" i Green Day entrano nell'età adulta dalla porta principale e firmano il secondo capolavoro della loro storia dopo "Dookie". Nelle righe più sotto, alla vostra attenzione, la recensione scritta da Gianni Sibilla al tempo dell'uscita del disco.

E’ dura la vita, se sei un musicista e la tua musica – il punk rock – è fatta di canzoni di tre minuti basate su tre-accordi-tre. E’ dura, se il tuo gruppo non sono i Ramones, che di quel genere sono stati i maestri. E’ dura pure se il tuo gruppo si chiama Green Day, ed è stato negli anni '90 il motore della rinascita commerciale del punk-rock (che però hanno sfruttato soprattutto gli altri, tipo gli Offspring).

Oggi però i tempi sono cambiati e le canzoni così le radio non le passano più. Bisogna cambiare, o morire. Onore ai Green Day, che con questo “American idiot” sono riusciti a cambiar pelle senza tradirsi. Loro dicono (o meglio, lo dice la cartella stampa del disco) che sono passati dallo scrivere la “perfetta canzone da tre minuti” allo scrivere “la perfetta canzone da nove minuti”. Progetto pomposo? Sicuramente. Però sentitevi quella piccola rock-opera d’altri tempi che è “Jesus of Suburbia”, quattro canzoni montate assieme, con cambi di ritmo e di melodia assemblate con sapienza: la definizione non fa una piega.

Tutto l’album è una sorta di rock opera, un disco a tema sulle contraddizioni dell’America odierna con un protagonista ricorrente: “Non voglio essere un idiota americano/non voglio una nazione dominata da una nuova mania/riesci a sentire il suono dell’isteria?”: sono i primi versi dell’album, quelli che aprono la title-track.

“American Idiot” è, almeno concettualmente, il disco più ambizioso del trio californiano. Non spaventatevi: alla fine, sono sempre i soliti tre accordi. Solo che vengono gestiti con una maestria che tanti colleghi si sognano. In altre parole, “American idiot” si salva perché l’idea di base – bella, ma pericolossisima in termini di potenziale noiosità – è tradotta in una serie di canzoni piacevoli e ben suonate.

Insomma, “American Idiot” è un disco che conserva i pregi migliori del punk-rock degli anni ’90 (la piacevolezza, la grinta e la melodia) e ne supera brillantemente i limiti (la ripetitività sia in termini di strutture musicali sia in termini di temi post-adolescenziali). Non è un capolavoro, è chiaro: è impossibile fare capolavori, in questo genere, dopo i Ramones. Ma è un disco piacevole e non banale, che dimostra che i Green Day sono tutt’altro che scemi. Il periodo d’oro del punk-rock californiano sarà anche passato, ma i Green Day sono riusciti a non farsi spazzare via dal successo.

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