Le recensioni di Reg Mastice: Il Grande Vuoto, "Karaoke" (2018)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Il Grande Vuoto, "Karaoke" (2018)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.

 

Il Grande Vuoto - KARAOKE (2018)

Definizione sintetica: progressive contemporaneo postindustriale tra Caravan, Slint e CSI, con ampie campagne strumentali che puzzano di Geoffrey Chaucer e luridi hinterland provinciali che profumano di disagio adolescenziale.

All’alba del 2018 l’esordio dei fiorentini Il Grande Vuoto riuscì a metter d’accordo la critica tutta, ma ben meno gradita al popolo fu la scelta d’una campagna promozionale troppo in linea con questi tempi truci e sbandonati: il gemellaggio speculatico col coro infantile sovietico Mziuri, ad esempio, un chiaro caso di ipergamia atto a spingere con cotton fioc virali questi sei brani lungo il canale uditivo del distrattissimo fruitore medio. Oppure quella baruffa pianificata sulle assi infiorate del festival sanremese, pochi mesi dopo: con un noto agent provocateur del circo catodico impegnato ad alzar la voce contro i nostri per la gioia degli uffici stampa e dell’intellighenzia blogger peninsulare. Per concludere con la ciliegina sul pasticcio – abyssus abyssum invocat – d'una poltronata polemica sotto le luci abbaglianti del peggior show da palinsesto d’assalto, in prima serata, e relativi postumi di scuse e smentite.

Con questo bel battage in movimento pareva pure superfluo schedulare un tour: che però arriverà lo stesso, seppur in streaming, ad aprile 2020. “Quelli seduti nelle prime file applaudano, gli altri battano forte i capslock delle loro tastiere”, fu l’invito: e ci ricorderà che nonostante tutte queste seccanti banalità la musica e i testi dei quattro meritavano ancora un ascolto. Prendiamo un brano come "Clavicole”, ad esempio: non siamo forse dalle parti della miglior scuola sartoriale autarchica? Con quell'intreccio furioso di sintetizzatori nasali e quelle arie mesosferiche in odor di Grizzly Bear: tre minuti e mezzo di potenziale commerciale misteriosamente altissimo, rimandi d’impressioni settembrine e demetrio-stratificazioni tascabili. E con una spina dorsale – a schiocco di frusta, come Guimard suggerisce – che ricorda le migliori ristampe anatomiche di matrice floydiana. E il resto del disco, strutturato a mo’ di suite modulare, sta allo stesso livello: tra l'alito latino e il sottobosco novantino, le oscurità primo millennio e i pruriti cosmici, i bassi pulsanti e la precarietà economica.

Una congerie elettrica che s’incrapula via via nella penombra post rock con lo scorrere del minutaggio, ma che pure finisce per sbrecciare dentro ad un idillio albionico come se fosse la cosa più normale del mondo: "Resta", la lunga sezione strumentale di chiusura, è difatti un'incursione o ancor meglio un saccheggio all'interno dei caravan dei Caravan (che pare quasi d'immaginarseli, storditi dal vino invernale, precipitarsi alla rastrelliera delle armi inciampando nei loro stessi velluti) – e mai anacronismo mi parve così squisitamente diacronico.

Come dei piccoli Nello Vegezzi anarcopunk, i quattro militanti del Grande Vuoto segano il fusto del pero dalla fioritura miracolosa della campagna di Canterbury e lo trapiantano in un'aiuola brulla al centro della piazza principale di Poggio Rusco, in provincia di Bologna: il pero rifiorisce ancora più rigoglioso. L'incredulità, come diceva Rigaut, è talvolta più forte del miracolo stesso.

Reg Mastice
www.regmastice.com

 


Tracklist:
1. Sulle pratiche riproduttive
2. Clavicole
3. Aggiungi al carrello
4. La casualità del male
5. Set cortesia
6. Resta

Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).


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