Il grande saggio della scena romana (che bacchetta De Gregori e Venditti)

Ha visto nascere stelle. Ha fatto il produttore e il discografico. Dalla sua penna è nato uno dei brani simbolo della canzone popolare italiana, omaggiato pure da Francesco Bianconi dei Baustelle. E sulla sua biografia troppo ancora si potrebbe scrivere.
Il grande saggio della scena romana (che bacchetta De Gregori e Venditti)

Ha visto nascere stelle come Francesco De Gregori e Antonello Venditti, all'epoca strimpellatori del Folkstudio (il locale trasteverino intorno al quale si formò la prima scuola romana) e oggi colonne di quella scena romana negli ultimi anni rivitalizzata dall'ondata "indie" inaugurata da Niccolò Contessa, Calcutta e Tommaso Paradiso che poi ha portato all'affermazione su scala nazionale dei vari Gazzelle, Carl Brave, Franco126, Fulminacci. Ha scritto per Lucio Dalla e Riccardo Cocciante. Dalla sua penna è nato uno dei brani simbolo della canzone romana popolare, tanto celebre da essere cantato anche fuori dal Grande Raccordo Anulare: nel 2012 ispirò a Francesco Bianconi dei Baustelle la agghiacciante "Contà l'inverni", gioiellino contenuto in quello che ad oggi resta forse l'album più riuscito della band toscana, "Fantasma". È stato anche discografico: negli Anni '80 contribuì a rilanciare un personaggio gigantesco come Sergio Endrigo, in quegli anni vittima dell'ignobile etichetta di "cantautore per bambini" (gliel'avevano affibbiata in seguito all'uscita di "Ci vuole un fiori", l'album del '74 con testi di Gianni Rodari). E sulla biografia di Edoardo De Angelis, che quest'anno festeggia i cinquant'anni di attività, troppo ancora si potrebbe scrivere.
Parla per il cantautore la sua discografia: ventuno album pubblicati dal '72 ad oggi (più i tre dischi della Schola Cantorum, il gruppo vocale da lui guidato che debuttò nel '74 in un album di Francesco De Gregori prodotto De Angelis stesso, quello "della pecora"). L'ultimo, "Io volevo sognare più forte", è appena uscito.


Un titolo al passato che sembra nascondere del rimpianto: a 75 anni sei nostalgico?
"No.

Più che guardare al passato, è una proiezione sul futuro. L'ha ispirato il verso di una canzone del disco, 'L'orso e la stella'. Simbolista, come spesso capita. Racconta la storia di un orso che si annoia a fare l'orso e di una stella che si annoia ad essere stella. Guardandosi a vicenda scoprono di provare un'attrazione per il mondo l'uno dell'altra e così decidono di cambiare forma".

Perché un nuovo album a questa età?
"Ho ancora voglia di raccontare storie. Lo faccio a modo mio, con canzoni che considero robuste come 'L'apertura della caccia', 'Lettera dall'inferno', 'Il lupo non verrà', 'Nel mio cuore', 'Il dolore del mondo'. Affrontano tematiche varie: dalla difesa dei diritti alla posizione dell'uomo nel mondo e nella storia, passando per la cura dei sentimenti".

Nel disco c'è anche una nuova versione di "Lella", cantata negli anni dai Vianella, Lando Fiorini, Venditti, Paola Turci. Citata pure da Camilleri (nel romanzo "Il ladro di merendine" la fa cantare al commissario Montalbano). Omaggiata da Francesco Bianconi dei Baustelle con la sua "Contà l'inverni". Il tuo nome viene inevitabilmente associato a quella canzone. Un po' croce e un po' delizia?
"Già. È per questo che spesso ho provato a riarrangiarla, a riscriverla, quasi nel tentativo di renderla irriconoscibile. L'ho fatto anche in questo disco, cinquant'anni dopo l'originale".



Nell'era della trap quella del cantautore è una figura novecentesca oppure la nuova scuola ha contribuito in qualche modo ad attualizzare questa figura?
"Le mode e le tendenze del momento passano o vengono superate da quelle successive. I lavori significativi rimangono. Penso a quelli di artisti come Dario Brunori, che considero a tutti gli effetti un mio simile, un discendente diretto dei grandi della mia generazione. E come lui Niccolò Fabi, Samuele Bersani. Mi sembra che anche i vecchi, ogni tanto, tirino fuori degli album notevoli".

Ad esempio?
"Sto aspettando gli inediti di Francesco. Gli ultimi non erano male".

Ti riferisci a De Gregori, vero?
"Sì. Dopo trent'anni, abbiamo ricominciato a sentirci. Nel 2016 ha anche prodotto un mio disco, 'Il cantautore necessario'".

Ha ricambiato il favore dopo più di quarant'anni: tu nel 1972 producesti il suo esordio solista "Alice non lo sa" dopo lo scioglimento dei Theorius Campus, il duo composto da De Gregori insieme a Venditti. Come nasce un classico del cantautorato italiano?
"Lo registrammo quasi di nascosto. All'epoca ero un dipendente della It di Vincenzo Micocci. Avevo altri compiti, invece mi chiusi in studio con Francesco e iniziammo a incidere. Un giorno mi portò questa canzone: 'Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole, mentre il mondo sta girando senza fretta...'.".

"Alice", appunto...
"Quando arrivò il ritornello mi accorsi che c'era un problema. La linea melodica finiva con una nota alta. Una cosa del tipo: 'Ma la sposa aspetta un figlio e lui lo saaa' ( canta ). Terrificante. Gli dissi: 'Francesco, questa chiusura dell'inciso così alta è atroce. Perché non provi a cantarla un'ottava sotto?'".


Ti diede retta.
"Non fu così semplice convincerlo, eh. 'Come un'ottava sotto? Ma scherzi?', mi rispose. 'Fammi una cortesia, provala'. Alla fine la ricantò. Salvai la canzone".

E quando vi presentaste da Micocci?
"Francesco fu fortunato, perché fuori dalla porta dell'ufficio di Vincenzo c'era Sergio Bardotti: aveva una riunione con Micocci dopo di noi".

All'epoca era già affermatissimo, avendo scritto successi come "Datemi un martello" per Rita Pavone, "Te lo leggo negli occhi" per Dino, "Se perdo te" per Patty Pravo, "Occhi di ragazza" per Morandi e vinto come autore il Festival di Sanremo nel '68 con "Canzone per te" di Sergio Endrigo. Senza dimenticare il sodalizio con Dalla. Ma cosa c'entra Bardotti?
"Ascoltò tutto l'album. Ad un certo punto arrivò 'Marianna al bivio', in cui Francesco parlava di Lilli Greco, un produttore della Rca, l'etichetta che distribuiva i dischi della It: 'Lilli Greco non capisce, ma che Dio lo benedica, tra un bicchiere e una bistecca mi diverte', cantava. Bardotti spalancò la porta: 'Ma che Dio benedica lui: chi è questo ragazzo?'".


A distanza di tanti anni lo hai trovato cambiato, Francesco? È ancora "il grande schivo", il ragazzo timido che al Folkstudio nascondeva le mani nelle tasche dell'impermeabile?
"Tutt'altro. Un giorno stavamo camminando per strada e alcuni ragazzi lo hanno riconosciuto. 'Francesco, possiamo chiederti una foto?'. Non si è tirato indietro. Io lo guardavo con gli occhi di fuori. Mi ricordo di parecchie scortesie...".


Aveva iniziato gli Anni Dieci incidendo un bellissimo autoritratto, "Guarda che non sono io": il vero De Gregori qual è?
"Negli anni si è nascosto dietro tanti personaggi, a partire dalla stessa 'Alice'. Forse è proprio in 'Guarda che non sono io' che si è messo a nudo".

E Venditti, invece?
"Ha preso una deriva commerciale, da anni. Ha messo via l'impegno approfittando di una vocalità particolare, iniziando a scrivere canzoni che indubbiamente si fanno canticchiare e fischiettare volentieri, da 'Ricordati di me' in poi, ma che non l'hanno visto rispettare le promesse".

Ha ancora senso usare termini come "impegno" e "disimpegno", nel 2021?
"Io considero la canzone uno strumento di impegno. E si badi bene: non amo la canzone politica, non ho mai scritto canzoni politiche. Ma nei miei brani una forma di impegno c'è sempre, anche quando parlo d'amore: è una vocazione".

E nelle produzioni degli altri questa vocazione la percepisci?
"Poco. Dall'impegno degli Anni '60 e '70 oggi si è passati a una sorta di intenzionale disimpegno. È normale: la canzone è un fenomeno culturale e sociale e come tale segue le mutazioni della società e si adatta".

Il 17 luglio De Gregori e Venditti dovrebbero cantare insieme - pandemia permettendo - allo Stadio Olimpico, riformando il duo dei Theorius Campus: andrai ad ascoltarli?
"No. Mi sembra un evento costruito a tavolino".

Perché sei così severo?
"È un evento di carattere puramente commerciale che non mi interessa. Aspetto di prendermi un caffè con Francesco per fare due chiacchiere, piuttosto. E magari ascoltare qualcosa di nuovo".
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