“At Fillmore East”, alle radici del Southern Rock

Il canto del cigno del folgorante talento di Duane Allman e la magia dal vivo della Allman Brothers Band, in una miscela di rock, blues e jazz senza eguali
“At Fillmore East”, alle radici del Southern Rock

Howard Duane Allman, uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, suonava la sua Gibson Les Paul collegata a due amplificatori Marshall da 50-watt al Fillmore East di New York le sere del 12 e 13 marzo 1971.

La sua band, gli Allman Brothers, si era già esibita in quel tempietto rock di Bill Graham un anno e tre mesi prima: Duane, quella volta, aveva così onorato la promessa fatta a sé stesso quando, entratoci come spettatore per un concerto di Johnny Winter nel gennaio 1969, aveva sentenziato ad alta voce in presenza di Jimmy Johnson (leggenda dei FAME Studios e poi dei Muscle Shoals, giù in Alabama) che entro un anno avrebbe calcato quel palco.

Poco più di tre mesi dopo, il 27 giugno, il Fillmore avrebbe chiuso i battenti con uno show concluso dagli Allmans.

Trascorsi altri quattro giorni, l’1 luglio sarebbe uscito per la Capricorn Records “At Fillmore East”: solo sette pezzi per un doppio vinile.

E il 29 ottobre, meno di quattro mesi dopo, Duane sarebbe morto in un incidente motociclistico: mancavano tre settimane al suo venticinquesimo compleanno.

 

Skydog

Duane era nato a Nashville, aveva detestato il collegio militare in Tennessee dove la madre vedova era stata costretta a mandare lui e il piccolo Greg per sbarcare il lunario, era diventato un asso della chitarra e un session man leggendario in Alabama registrando per una sfilza di leggende della Stax e poi della Atlantic.

Quando Wilson Pickett aveva inciso la sua versione di “Hey Jude” dei Beatles, il pezzo forte della cover era risultato il suono incredibile di quella parte di chitarra. Entrato nelle orecchie di Eric Clapton, Slowhand aveva subito cercato questo sconosciuto Duane Allman. Sarebbero diventati amici, musicalmente complici e la slide dell’americano avrebbe reso la mitica “Layla” del britannico un pezzo leggendario.

E Wilson Pickett aveva nel frattempo ribattezzato il suo magico session man “Skydog”.

Duane aveva imparato a suonare la slide poco prima, in realtà. Per la precisione quando aveva ricevuto in dono per il suo compleanno, il 20 novembre 1968, il suo primo bottleneck. La marca dell’attrezzo? Coricidin. Sì, lo stesso delle compresse analgesiche. In effetti, il collo di bottiglia era quello del flaconcino delle pillole che il fratellino Greg gli aveva regalato insieme al primo album di Taj Mahal: a Duane potevano fare comodo per riprendersi da un dolore al gomito, ma lui – svuotata la boccetta – la usò per suonare slide sulle note di “Statesboro blues” che uscivano dai solchi del disco ricevuto in dono, dove la chitarra di Jesse Ed Davis scivolava sul classico di Blind Willie McTell.

Della tecnica slide divenne un maestro un minuto dopo averla provata per la prima volta. Ne fece non solo l’architrave di “Statesboro blues”, al centro di un album leggendario come “At Fillmore East”, ma anche il nucleo di quello che avremmo chiamato Southern Rock.

 

Il rock, il jazz, il blues. E la band.

"Bill Graham Presents in New York — Johnny Winter And, Elvin Bishop Group, Extra Added Attraction: Allman Brothers".

Così recitava il manifesto affisso fuori dal Fillmore East, e alla cosiddetta attrazione extra sarebbe toccato il ricco cachet di 1250 dollari a serata (anche se, la sera finale, gli headliner del concerto erano ormai diventati gli Allman Brothers).

Le sere del 12 e 13 marzo insieme a loro c’era un grande produttore, il demiurgo di alcune delle più grandi registrazioni della Atlantic Records, Tom Dowd. Coetaneo di George Martin, anziché focalizzarsi su un’unica leggenda come il suo omologo britannico – diventato il quinto Beatle – aveva contribuito a forgiarne diverse in studio, dove Jerry Wexler gli aveva affidato le cure di tipi come Ray Charles, Spinners e Coasters. Era un produttore, dopo tutto, che aveva già familiarizzato con capolavori di John Coltrane, Ornette Coleman e Charlie Parker. Jazz.

Jazz, sì: un genere senza il quale “At Fillmore East” non sarebbe esistito. Gli Allman Brothers, che negli annali competono per il titolo di migliore rock band americana di ogni tempo, quelle sere suonavano il blues con un’attitudine jazz, con un livello di improvvisazione jazz, con un retroterra – quello di Duane, imbevuto di “Kind of Blue” di Miles Davis – straordinariamente jazz.

Skydog, non dimentichiamolo, non era solo: fu sempre in ottima compagnia. Sul palco era circondato da Dickey Betts, che ne avrebbe poi raccolto il testimone alla slide; da Greg Allman, superato in tecnica chitarristica dal fratellone ma imprescindibile all’organo Hammond e che, nel tempo, sarebbe stato la figura centrale del più famoso album del gruppo “Brothers and Sisters” (1973), oltre che mitico womanizer, marito di Cher, autore di una biografia fondamentale per ogni amante del rock (“My cross to bear”); da Jaimoe Johanson, batterista sublime che aveva in curriculum collaborazioni con Otis Redding e Sam & Dave; e da Berry Oakley al basso e da Butch Trucks alla batteria, una sezione ritmica che levati.

E, giù dal palco, c’era appunto Tom Dowd, pioniere dell’otto piste negli Atlantic Studios. Il quale, finiti gli show, si ritrovò con la band negli Atlantic Studios a Manhattan a fare l’alba per riascoltarne le registrazioni. Dopo averne prodotto il secondo album “Idlewild South”, la conosceva molto bene e là, in studio, aveva un’unica preoccupazione: fare il modo che nulla ne smussasse la clamorosa magia live. Gli davano parecchio fastidio le intrusioni impreviste di Rudolph "Juicy" Carter al sax e di Thom Doucette all’armonica, e se ne occupò al meglio…

 

At Fillmore East

"Okay, the Allman Brothers Band".

E’ la voce di Michael Ahern, l’annunciatore di palco del Fillmore East. Ed è così che inizia il doppio, epico album degli Allman Brothers.

Ed è subito blues, è subito slide guitar, è subito Duane in “Statesboro blues”: la sua iniziazione, il suo debito di riconoscenza, il suo genere che si espande nel locale e che poi trascina i suoi compagni verso "Done Somebody Wrong" – a proposito di classiche perle grezze: "E’ un vecchio pezzo di Elmore James, e anche una vecchia storia vera...", spiega il chitarrista. Che poi completa la trilogia radicata nel Delta con Stormy Monday", uno standard di T-Bone Walker in cui la band serve un aperitivo di quei fantastici continui scambi di assoli tra Duane e Dickey, mentre Greg afferma gradualmente il peso del suo organo, la vera colla capace di unire tante potenziali schegge in un amalgama di classe e originalità.

Con "You Don't Love Me" si sfocia in territorio jazz, per restarci a lungo. Il gruppo lascia Duane Allman solo sul palco per parecchi minuti, e alla fine il pezzo tocca il traguardo dei 19 (che coincide sia con la durata dell’intero lato due del primo disco del doppio album). Già: è il 1971, bellezza.

La band torna per rimescolare le carte con “Hot Lanta” e poi con quello che è invece uno standard di proprietà, "In Memory of Elizabeth Reed". In assenza di etichette, capita spesso che affiori la migliore musica: pure essendo alle radici del Southern Rock, gli Allmans mostrano qui ampie trace di prog e si crogiolano per lunghi tratti in quella che oggi chiamiamo fusion.

Ed ecco “Whipping post”. Stravolta rispetto alla sua versione originale non solo per il minutaggio clamoroso anche in questo caso (si passa dai 5 ai 23 minuti), è l’archetipo della jam session, il cuore del capolavoro live di un gruppo senza inibizioni, laico nell’attraversare i generi e, purtroppo, di maledettamente scarsa longevità nella sua migliore versione, quella iconica. Ma fortunatamente non abbastanza breve per marchiare a ferro e fuoco il resto degli anni Settanta del rock americano.

Legacy

L’eredità di questo album è straordinaria, tanti e importanti sono i suoi elementi innovativi diventati nel tempo parte dell’arredamento standard del rock. Due, però, si stagliano sopra gli altri.

Un nuovo modo di impiegare due chitarristi all’interno di una rock band, sdoganato dagli scambi continui tra Duane Allman e Dickey Betts che, facendolo, hanno pure forgiato un suono.

E la sensibilità jazz del gruppo. La spontaneità con cui il batterista Jaimoe Johanson propose a un session man bianco fattosi musicista in Alabama di ascoltare Miles Davis e John Coltrane (in particolare “Kind Of Blue” e “My Favourite Things) guidò Duane a tradurre il jazz in un contesto rock. Il suo esercizio, opposto e contrario rispetto allo sforzo profuso da Davis, passò attraverso lo struscio del collo di bottiglia sulle sei corde e produsse un altro inedito su cui si sarebbero formati Lynryd Skynyrd, Marshall Tucker Band, Widespread Panic e Derek Trucks Band – ma anche Black Crowes e Kings Of Leon. Sono alcune delle splendide conseguenze di “At Fillmore East”, che avrebbe cristallizzato lo stile degli Allman Brothers e il suono dei Seventies, per quanto ormai orfani della chitarra inarrivabile di Duane.

Tracklist:

Side one:

"Statesboro Blues"   
"Done Somebody Wrong"   
"Stormy Monday"   

 

Side two:

"You Don't Love Me"  

 

Side three:

"Hot 'Lanta"   
"In Memory of Elizabeth Reed"   

 

Side four:

"Whipping Post" 
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