La grande truffa del pop

Era il leader (amatissimo dalle ragazzine) della band fenomeno del pop-rock italiano. Bagni di folla, festival, premi, copertine. Ma la parabola si consumò in fretta. A distanza di sei anni Alessio Bernabei racconta la sua vita da ex teen idol.
La grande truffa del pop

C'è stato un momento in cui Alessio Bernabei aveva tutto ciò che un 21enne che fa musica pop desidera: il successo nelle classifiche e in radio, un redditizio contratto discografico, le ragazzine urlanti che lo aspettavano sotto casa pronte a chiedergli selfie e autografi, arene sold out, premi, copertine, interviste. Il cantante laziale era il leader della band fenomeno del pop-rock italiano, i Dear Jack, nel 2014 lanciatissimi dopo la partecipazione alla tredicesima edizione di "Amici".
Due album incisi a nove mesi di distanza l'uno dall'altro sotto la "protezione" di Kekko Silvestre dei Modà e il supporto della Baraonda di Lorenzo Suraci (patron di Rtl 102.5, la radio più ascoltata d'Italia), altrettanti tour nei palasport, una manciata di hit, una partecipazione al Festival di Sanremo (nel 2015 arrivarono all'Ariston da favoriti alla vittoria, ma con "Il mondo esplode tranne noi" si dovettero accontentare del settimo posto), quattro Dischi di platino e tre Dischi d'oro: il gruppo sembrava essere destinato a funzionare. Invece, la parabola di Bernabei & Co. si consumò in fretta.
Nel settembre del 2015, a meno di un anno e mezzo dal secondo posto al talent show condotto da Maria De Filippi e a sette mesi dal Festival, a rompere l'incantesimo fu la clamorosa uscita di scena del cantante, che annunciò l'inizio della sua carriera da solista. "Non me ne sono mai pentito", dice a distanza di sei anni Alessio Bernabei, oggi 28enne, che dopo una parentesi sotto major e una pausa è tornato ora ad incidere da indipendente e pubblica un nuovo singolo, "Everest" (Zero11 Dischi).

Perché?
"Mi sentivo limitato, non avevo grande libertà. In studio e sui palchi eravamo in cinque: le scelte dovevano essere condivise all'unanimità".

Spiegati meglio.
"Avevamo gusti totalmente diversi. Io volevo fare i Coldplay, loro i Neri per Caso. Facevano assoli di dieci minuti, io cercavo di dare alla band un taglio più pop. Dicevo: 'Regà, guardate che non siamo mica i Pink Floyd'".

Coldplay, Neri per Caso, Pink Floyd: ma non venivate dal metal?
"Sì.

Io sognavo i tour in America. Invece mia madre voleva che facessi pezzi pop. Mi spingeva a partecipare ai concorsi, cantavo le canzoni di Giorgia.".



E da metallari come diventaste teen idol?
"La formazione della band cambiò nell'estate del 2013, prima del mio ingresso ad 'Amici'. Durante le ultimissime fasi dei provini ricomposi il gruppo con altri ragazzi. Io ero un bravo cantante, loro musicisti di talento: poteva funzionare. Con il talent la nostra popolarità schizzò alle stelle: diventammo i fenomeni del momento. Passammo dalla cameretta a suonare per i Modà all'Olimpico e San Siro, poi un concerto tutto nostro al Forum di Assago. Ci definivano la versione italiana degli One Direction, che in quegli stessi anni scalavano le classifiche nel Regno Unito. Ma la cosa faceva ridere: degli One Direction non avevamo nemmeno le unghie dei piedi".


La vostra ascesa, lunga un anno e mezzo, fu inarrestabile: il destino dei Dear Jack era quello di diventare una grande band?
"No. Il progetto non mi sembrava lungimirante. Alla base c'era solo fumo".

Fumo?
"Non avevamo radici solide, mettiamola così. Era tutta moda".


Com'era la vita da idoli delle ragazzine? Sesso, droga e rock'n'roll?
"Ovunque andassimo le trovavamo pronte ad aspettarci. E noi avevamo 21 anni ( ride ). Ci sentivamo delle rockstar, anche se poi io la sera bevevo la camomilla. Mai fatto uso di droghe".

E poi?
"Crebbe l'insofferenza. Cominciai a svegliarmi la mattina senza avere voglia di andare a suonare. Quando è così, c'è qualcosa che non va...".

Ne parlasti con gli altri?
"Sì. 'Se stai così male, non ha senso restare', mi dissero".

Degli ultimi mesi prima dell'addio cosa ricordi?
"Fu un'estate segnata dalle tensioni e dalle emozioni negative, fino all'ultimo concerto all'Arena di Verona. Con gli altri per un anno non ci furono rapporti".


Qualche mese dopo vi ritrovaste insieme al Festival di Sanremo, nel 2016. Solo che tu partecipavi da solo e loro con un altro cantante, Leiner Riflessi. C'era imbarazzo dietro le quinte?
"Molto. Ci guardavamo senza sapere cosa dirci. Solo un anno prima eravamo in camerino insieme a farci forza a vicenda. Io arrivai in finale, loro furono eliminati. Ci rimasti male: la verità è che mi sentivo ancora parte della band".

Cosa cambiò nella tua vita dopo l'uscita dai Dear Jack?
"Tutto. Mi ritrovai a camminare da solo: fu come ricominciare daccapo".


Dalla tua avevi una major, Warner. E i numeri, almeno in un primo momento: "Noi siamo infinito" fu un successo. Poi?
"Cominciarono a venire a galla alcune tensioni con i discografici. Quando nel 2017 tornai in gara a Sanremo con 'Nel mezzo di un applauso' non ero convintissimo del brano: volevo una ballad, loro puntarono su un pezzo più pop. Continuavano a vedermi come il ragazzino con il ciuffo che saltava sul palco e faceva pezzi da discoteca: quei panni avevano già iniziato a starmi stretti, cercavo una svolta intimista. I rapporti si deteriorarono".


E il contratto che avevi firmato?
"Una volta scaduto non venne rinnovato, dopo il disco del 2018".

In questi due anni cos'è successo? Ti sei perso?
"È inevitabile, quando passi dalla cameretta a quel tipo di successo e poi torni ad una sorta di normalità".

La tua quotidianità oggi com'è?
"La lunga inattività ha arrugginito un po' tutto. Ho diversi pezzi nel cassetto, scrivo molto. Vorrei smuovere le acque con alcuni singoli, prima di un album".

Non ti mancano i bagni di folla?
"C'era un'invadenza fastidiosa. Oggi riesco a vivere la quotidianità con più tranquillità. Per strada continuano a chiedermi le foto, certo, ma non è come una volta, quando dovevo girare con il cappuccio per non farmi riconoscere. E al ristorante non ho tutti gli smartphone puntati contro".

Parteciperesti a un reality?
"Non mi ci vedo in programmi del genere: mi sentirei un coglione".

Alla fine dei vent'anni che aspettative hai?
"Cerco un tipo di successo diverso".

Hai fatto pace con gli altri Dear Jack?
"Ho ricominciato a fare musica con il chitarrista Lorenzo Pierozzi".

E quella libertà che cercavi l'hai trovata?
"Sì, anche se ci ho messo un po'. Ho preso schiaffi in faccia. Ora da indipendente faccio ciò che voglio".

A un ragazzino che oggi comincia a fare musica e ad approcciarsi con la discografia cosa suggerisci?
"Di non farsi tarpare le ali. E di trovarsi un buon avvocato che lo aiuti a destreggiarsi tra i contratti: a volte possono rivelarsi trappole".
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