Settore musicale e ripartenza post Covid: le posizioni di industria e istituzioni

Al Webinar organizzato da Assomusica si è parlato di come impiegare il Recovery Fund per rilanciare il comparto e di molto altro, tra voglia di ripartenza e cautela su un rapido ritorno alla normalità
Settore musicale e ripartenza post Covid: le posizioni di industria e istituzioni

Si è tenuto nella mattina di oggi, venerdì 29 gennaio, il Webinar organizzato da Assomusica “Il rilancio delle industrie dello spettacolo passa dal Recovery Fund: proposte per la ripartenza dopo la pandemia”: all’incontro, moderato dal giornalista del Sole 24 Ore Francesco Prisco, hanno preso parte il presidente di Assomusica Vincenzo Spera, il presidente di AGIS Carlo Fontana, la Senior Advisor Politiche europee per la cultura Cristina Loglio, il ceo di FIMI Enzo Mazza, l’Amministratore Delegato Fondazione Musica per Roma Daniele Pitteri e il manager già coordinatore di Puglia Sounds Antonio Princigalli, oltre a diversi rappresentanti delle istituzioni facenti parte della Commissione Cultura della Camera, delle Politiche UE, e al Sottosegretario del MEF Alessio Villarosa.

“Il periodo di pandemia ha ampliato le diversità tra settori”, ha specificato Spera aprendo i lavori: “Le criticità sociali e psicologiche causate dall’emergenza sanitaria, oltre che a complicare la ripartenza, caricano sulle spalle delle prossime generazione un peso che solo il programma Next Generation EU può alleviare. La musica, in questo senso, è un elemento aggregante indispensabile. Abbiamo sollecitato più volte il ministro Franceschini al proposito, ma spesso il nostro mondo è stato trascurato: per questo, oggi più che mai, riteniamo sia importante farsi sentire”.

“Nei teatri italiani, durante l’estate 2020, si è verificato un unico contagio da Covid-19: smentisco che il dato sia stato manipolato, perché ci è stato fornito direttamente dalla Asl”, ha ricordato Carlo Fontana, presidente di AGIS: “I luoghi di spettacolo sono sicuri, è bene chiarirlo.

La situazione attuale è drammatica, c’è stata una contrazione nella spesa delle attività culturali del 47%, nel corso dell’anno passato. Ma il Recovery Fund, da solo, non basta: ci servono gli strumenti, prima, per arrivarci. In primis, occorre sapere quando si potrà tornare all’attività: al proposito, ci aspettiamo l’indicazione di una data per prepararci alla ripartenza, approntando campagne di promozione relative alle attività, e aprendo la questione delle vaccinazioni - è dimostrato che musicisti e addetti ai lavori, per esempio, siano molto più a rischio del pubblico: non chiedo corsie preferenziali, sia chiaro, ma della sicurezza di questo settore non se ne sta occupando nessuno. E poi serve un incentivo forte, cioè defiscalizzare i biglietti: avrebbe un grande significato simbolico, perché equiparerebbe la cultura alla sanità”.

“Quella relativa alla ripartenza è la grande domanda che si stanno ponendo tutti”, ha spiegato la Senior Advisor Politiche europee per la cultura Cristina Loglio, citando il recente studio Rebuilding Europe di Gesac: “La situazione è tragica: lavorando al Recovery Fund, mi sono chiesta se avremo una platea ancora in grado di investire e di formarsi quando arriverà. E’ bene specificare, al proposito, come il Next Gen EU conduca a fondi di recupero, mentre il Recovery Fund sia stato pensato con delle finalità, che nello specifico sono digitale e ambiente: tutte le attività che possano mettersi la ‘giacca’ del digitale potranno essere incluse nel piano del Recovery Fund, a patto che l’Italia sappia creare delle schede valide. Però esistono anche altri strumenti, come il Fondo Unico dello Spettacolo, che stanno evolvendo e stanno aprendo ad altri settori che prima non erano inclusi, così come Europa Creativa, i cui paletti sono recentemente stati modificati. Suggerisco di fare quadrato, perché l’applicazione del Recovery Fund in Italia possa avere luogo”.

“La discografia ha avuto la fortuna di avere vissuto l’esperienza della trasformazione negli anni precedenti, rovesciando assunti che davano il settore distrutto dal Web e trasformando quello che in prima battuta era stato percepito come un rischio in opportunità, che quest’anno ha sostenuto almeno una parte del mercato”, ha riflettuto Enzo Mazza, ceo di FIMI: “Se lo streaming manterrà la discografia in un’area positiva, è dovuto al fatto che le aziende negli anni passati hanno investito, in Italia specie su artisti emergenti.

Ci sono prospettive interessanti, lo streaming è una grande opportunità anche per il settore dal vivo: in questo momento può permettere di conquistare clienti che dopo la ripartenza saranno una risorsa preziosa. Condivido l’idea che manchi una legge organica, e credo che il 2021 sarà un anno forse peggiore del 2020 in termini di problematiche economiche per il nostro settore: penso al diritto d’autore, che conoscerà l’impatto del mancato versamento dell’anno scorso solo quest’anno. I grandi tour mondiali, mi dicono i principali interlocutori internazionali, non partiranno prima del 2022. Bisogna lavorare su due grandi aspetti: mantenere gli interventi d’emergenza e attivare operazioni d’investimento come il tax credit per dare ossigeno alle aziende e permettergli di tornare a investire. Le professionalità, poi, sono un aspetto fondamentale: molti operatori come fonici e tecnici specializzati stanno abbandonando questo settore. Stiamo perdendo figure fondamentali che non si potranno rimpiazzare a breve, e che è importantissimo sostenere”.

“La musica è anche lavoro, e va considerato al pari degli altri settori produttivi”, ha dichiarato Antonio Princigalli: “Se opinione pubblica e politica non sviluppano questa consapevolezza, agiremo sempre intorno a qualcosa di non definito. Il Recovery può essere uno strumento formidabile per cambiare le cose: una crisi come questa può essere l’occasione per attuare delle operazioni sistemiche su una filiera complessa. Come, per esempio, un enorme rinnovo del patrimonio artistico: al momento c’è cognizione di cosa c’è e cosa c’è stato, ma non c’è una visione su quello che può accadere. Serve un rinnovamento, volto ad aumentare il patrimonio creativo contemporaneo. E’ necessaria, poi, una forte azione di edilizia culturale, con luoghi dedicati alla musica contemporanea, che tranne pochissime eccezioni mancano. C’è poi da rivoluzionare il sistema dei piccoli club, semplificando le normative burocratiche. Senza dimenticare, ovviamente, di adattare il Fus a quella che è la realtà contemporanea, rendendolo più capiente, anche in virtù del momento di emergenza che stiamo vivendo, e di adeguare l’IVA su dischi e strumenti musicale a quella dei libri, abbassandola al 4%”.

“E’ indispensabile abbandonare la retorica dell’arte solo come bellezza e patrimonio”, ha osservato l’Amministratore Delegato Fondazione Musica per Roma Daniele Pitteri: “I comparti artistici sono settori economici nei quali lavorano milioni di persone in condizioni al di sotto di quelle dei settori considerati normali.

Il settore cultura, dal punto di vista contrattualistico, è uno dei più penalizzati. E’ necessaria lavorare su due livelli. In primis bisogna immaginare un futuro: se questa situazione durerà, come faremo a rendere sostenibile questo settore? Le infrastrutture digitali costituiscono un elemento fondamentale, che dovrà accompagnarsi come normalità tra le modalità di fruizione della musica. Lo streaming ha avvicinato a cultura e spettacolo un pubblico nuovo, che anche quando si tornerà alla normalità vorrà fruire cultura e spettacolo a distanza. E’ il momento di fare alleanze, non di procedere in ordine sparso aprendo ognuno la propria piattaforma di distribuzione: il rischio, così facendo, è di frammentare l’offerta e di non rendere sostenibili le piattaforme. La ‘Netflix della cultura’? E’ sbagliata la logica con la quale è stata pensata, perché non parte da chi produce, ma da chi distribuisce”.

Gli interlocutori istituzionali, pur appartenendo a schieramenti politici contrapposti, su una cosa si sono rivelati compatti: la musica ha patito più di tutti la pandemia ed è stata trascurata da tutti. Le risposte alle domande poste dalla filiera, tuttavia, sono diverse. Per l’onorevole Lucia Borgonzoni “le spese per la cultura dovrebbero essere detraibili, come quelle per la salute. Gli Istituti di Cultura Italiani dovrebbero promuovere anche la musica in tutto il mondo. E creare una direzione musica al MiBACT sarebbe il primo passo per unire le istanze del settore”, mentre per la deputata Angela Colmellere “il governo dovrà definire un piano per il settore culturale, distrutto dalla pandemia”, perché “la ripresa dovrà essere vera. Mi preoccupano la perdita di professionalità e lo scoraggiamento degli interlocutori”.

Per la deputata Rosa Maria Di Giorgi quello che sta affrontando il comparto culturale è un “problema gravissimo, che richiede riflessioni in prospettiva e atti di coraggio: andrebbero creati tavoli provinciali che si assumano la responsabilità del riavvio delle attività, tenendo ovviamente conto delle direttive nazionali. Si deve iniziare a lavorare con il ministero della sanità e il CTS per avere maggior attenzione al settore dello spettacolo. Il Recovery Fund prevede azioni di natura strutturale, non ristori: andrebbero modificate le schede perché al momento la musica è contemplata poco o nulla”.

“Il 2021 sarà peggio del 2020, non andrà tutto bene”, ha sostenuto il deputato Federico Mollicone: “I ristori devono continuare ed essere diversificati, perché la musica è stata trascurata. Porteremo avanti le battaglie storiche dell’IVA al 4%, della detrazione delle spese della cultura e della semplificazione delle procedure. Il Recovery Fund rappresenta una straordinaria occasione, per la ristrutturazione del settore. Le riaperture dei luoghi dello spettacolo per noi sono possibili, essendoci stati, su 600mila spettatori, un solo contagiato. Teatri e sale da concerto possono diventare luoghi di contenimento del virus, se impegnati anche nel monitoraggio dei contagi”.

“Quello della musica è un settore profondamento trascurato”, ha osservato il deputato Guido Germano Pettarin: “La cultura, al pari del turismo e dello sport, è un distretto industriali. In questa prospettiva è indispensabile programmare per immaginare una ripartenza, ma per programmare ci vuole collaborazione”.

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