Addio a Dodo Veroli

Lavorò con Francesco Guccini e i Nomadi. Il ricordo di Maurizio Bettelli
Addio a Dodo Veroli

Di solito arrivava prima “Bisigotti” (o Bisigone, o Bisi) lo Schnauzer nano nero, inseparabile compagno di Dodo Veroli, che da sempre precedeva l’arrivo del suo padrone.

Dopo poco spuntava lui, magro, dinoccolato, con un paio di jeans Levi’s di velluto blu, l’immancabile camicia a quadri e le Clark blu ai piedi. Si appoggiava al muro, accanto all’entrata del Bar Grande Italia, un piede per terra e l’altro appoggiato al muro, e con gesto sicuro e flemmatico si arrotolava una sigaretta. Quando non era in sala prove o in sala di registrazione con i Nomadi, Dodo passava le giornate così, girellando per Modena in compagnia del suo cane e con la testa persa altrove. Tutti a Modena lo conoscevano, e tutti sapevano che una buona parte del rock beat modenese era opera sua, così come il primo disco di Guccini. Era stato lui a portare le canzoni di Guccini ai Nomadi, dopo essere subentrato a Corrado Bacchelli nella gestione del gruppo. Ed era stato lui nel 1966 a portare Francesco a Milano, a registrare il suo primo LP: “Folk Beat n.1”. Guccini cita per nome Dodo Veroli in una delle canzoni di quel disco, "Talkin' Milano".


Dodo era convinto che Modena avesse qualcosa di particolare nell’aria, motivo per cui la creatività musicale, a suo dire, era particolarmente sviluppata. Forte di questo, nel suo girovagare per città col fido Bisigotti, Dodo si fermava ad ascoltare i ragazzi che suonavano la chitarra seduti sulle panchine dei giardini, o si spingeva in periferia a sentirli suonare in qualche scantinato o in qualche casa isolata per capire quella musica, e a volte per carpire quelle idee fresche da portare ai Nomadi. 
E’ di quel periodo un album intitolato “Grande Italia”, un LP uscito nel 1975, che raccoglieva canzoni scritte e interpretate da personaggi affiorati dal vivaio musicale modenese.

Il disco conteneva un inedito di Francesco Guccini ("Le belle domeniche") un brano interpretato da I Nomadi ("Sorprese"), e altre quindici tracce di autori poco noti o sconosciuti, tra i cui nomi troviamo anche il fratello di Francesco, Piero Guccini. Il disco ebbe un successo relativo, ma innescò un grande entusiasmo tra i giovani rockers modenesi e qualcosa di magico, effettivamente, cominciò ad accadere sulla scena musicale modenese.


All’epoca io avevo appena iniziato a scrivere canzoni e le portavo in giro con un gruppo di amici. Si suonava alle sagre, ai festival de l’Unità, in qualche polisportiva e in qualche parrocchia. Chris Dennis, polistrumentista geniale in quegli anni in forza ai Nomadi, ascoltò alcune delle mie canzoni registrate su una musicassetta e le passò a Dodo Veroli. Dodo si incuriosì e cominciò a venire alle prove del mio gruppo: per ascoltare, diceva lui. All’epoca provavamo in un vecchio pollaio abbandonato e trasformato in sala prove, accanto a una vecchia casa di contadini a pochi chilometri da Modena. Naturalmente Dodo non si limitò ad ascoltarci suonare, ci interrompeva, modificava la struttura dei pezzi, cambiava le tonalità, insomma, arrangiava quelle canzoni che a lui parevano buone ma ancora un po’ da sgrossare.   


Naturalmente litigavamo: io sostenevo le mie creature e lui me le violentava senza pietà! Alla fine raggiungemmo un buon compromesso e Dodone decise di fare un album includendo solo canzoni scritte da me.

Nacque così “Naracauli e altre storie”, ottavo album dei Nomadi, del 1978. Il ricordo più divertente di quel lavoro fu quando mi fece ascoltare le versioni Nomadi dei miei pezzi, a Carimate allo Stone Castle dove stavano registrando. Ricordo che gli dissi che quella roba non mi piaceva, che era senza personalità. Lui mi guardò e mi disse “ Veh… non sei mica Dylan e noi non siamo mica The Band!”. .
A dire il vero, però, per un attimo, mi era sembrato che fosse veramente così, io Dylan e loro The Band!

Maurizio Bettelli


 

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