La storia della "svolta grunge" di Mariah Carey 

Nella sua biografia "The Meaning Of Mariah Carey", la diva del pop rivela un breve passato da rocker 
La storia della "svolta grunge" di Mariah Carey 

Tra le tante vicende messe nero su bianco da Mariah Carey nella sua biografia “The Meaning Of Mariah Carey”, fresca di pubblicazione, quella di un disco grunge non poteva di certo passare inosservata.

L’episodio risale al 1995, quando l’ugola d’oro di Huntington, impegnata nella lavorazione del suo quinto album, “Daydream”, per sfuggire alla pressione degli ultimi burrascosi strascichi della separazione dal marito e mentore Tommy Mottola, iniziò a dedicarsi a un progetto decisamente diverso dalle sue precedenti uscite. Infatti, malgrado Kurt Cobain si fosse congedato dalle sue avventure terrene ormai da un anno, l’onda lunga del rock alternativo americano era ancora in piena attività, tanto da conquistare perfino la reginetta incontrastata del pop. .
 
A puntare l’attenzione su una storia rimasta nascosta ai più per venticinque anni è stata, qualche tempo fa, la stessa Carey con un tweet rivelatore del singolare retroscena dietro all’unico e misconosciuto album a nome Chick, intitolato “Someone’s Ugly Daughter”. Un’idea un po’ spiazzante arrivata quasi per gioco, che però ha permesso alla voce di “All I want for Christmas is you” di superare le difficoltà di quei giorni piuttosto bui dando anima e corpo a una nuova starlette del firmamento musicale. Sulla scia di David Bowie e del suo Ziggy Stardust, Mariah ha quindi delineato un proprio alter ego con tanto di band al seguito emula degli Spiders From Mars. “Il mio personaggio era una ragazza goth dai capelli scuri che scriveva e cantava canzoni grottesche e tormentate”, ha precisato la cantante. 


 
Sotto mentite spoglie, questa curiosa versione di Mariah Carey in assetto ribelle ha riversato tutta la sua insofferenza in undici tracce di punk pop diretto, leggero e anche abbastanza prevedibile. Accordi aperti, batteria in quattro e un inesauribile spirito di rivalsa dalla pochezza di certi uomini - soprattutto uno in particolare - hanno fornito la spinta per liberarsi dalle negatività in brani pieni di spirito giovane e ordinaria stizza che passano dalle invettive di “Violent” alle nevrosi di “Malibu”, il cui testo non ammette mezze misure: “Se io fossi Malibu Barbie e tu Suntan Ken / Ti mollerei per G.I. Joe, perché è un macho oh oh oh”. 

 
Un veto all’operazione “Chick” arrivò tuttavia dalla dirigenza di Sony, terrorizzata che un album del genere potesse nuocere alla fiorente e redditizia carriera della Carey, con la quale restavano in essere obblighi contrattuali da rispettare. Si scelse perciò, a registrazioni quasi ultimate, la via del compromesso, con il ruolo di frontwoman e voce principale affidato a Clarissa Dane-Davidson, ai tempi coinquilina di Mariah, mentre la mente del gruppo, sotto lo pseudonimo di D. Sue, avrebbe ricoperto il ruolo, meno esposto, di autrice e seconda voce. 
 

Così quando “Someone’s Ugly Daughter” raggiunse gli scaffali nel settembre del ’95 nessuno si accorse del piccolo bluff che nascondeva, andando in breve a riempire i cestoni delle offerte per poi sparire del tutto dai radar.

Troppo innocua per essere una vera rebel girl e ancora lontanissima dall’immagine da diva impossibile che avrebbe poi incarnato con meticoloso impegno, Mariah ha trovato nelle vesti di Chick non solo l’occasione per mostrare il dito medio all’ex Mottola - “Non voglio essere il tuo zerbino, non voglio essere una bambola gonfiabile di plastica” - ma anche per riprendere serenamente la rotta verso ballate romantiche e acuti sempre più vicini agli ultrasuoni. Pur non affrancandosi mai dalle cicliche nevrosi esistenziali, la Carey, all’epoca venticinquenne, si appropriava di un linguaggio adolescenziale, figlio del suo tempo e di quella straordinaria congiuntura che furono gli anni Novanta, per uscire da un cul-de-sac emotivo, lasciando sul campo una manciata di trascurabili canzoni in bilico tra divertimento e voglia di evasione. .


 
Di quel disco dimenticato oggi non restano che pochissime tracce in rete, mentre, grazie al recente tam tam mediatico e alla completa assenza dalle piattaforme di streaming, la richiesta nel mercato dell’usato ha moltiplicato per cento prezzi che fino a pochi mesi fa si aggiravano intorno ai 5 dollari. Ancora, un’ultima incognita sull’album è arrivata proprio dalla protagonista della storia, la quale ha fatto sapere di essere alla ricerca delle versioni originali di queste canzoni da lei interpretate come solista, finora rimaste a prendere polvere in chissà quale archivio. Non resta che scoprire quindi come sarebbe stata questa Mariah Carey in maglioni oversize e anfibi consumati. 
 
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