Morire a un concerto degli AC/DC

Accadde nel gennaio del 1991, a Salt Lake City (Utah).
Morire a un concerto degli AC/DC

La sera del 18 gennaio 1991 il rock visse una delle sue purtroppo molte tragedie. Al concerto degli AC/DC al Salt Palace di Salt Lake City (Utah) persero infatti la vita tre persone.

Il dramma si consumò all'inizio della loro esibizione, mentre stavano eseguendo la prima canzone della loro scaletta, "Thunderstruck", il singolo di maggiore successo dell'album che la band australiana supportava con quel tour, "The Razor’s Edge", pubblicato solo qualche mese prima, nel settembre 1990.

Il Salt Palace non prevedeva posti a sedere, quella sera erano presenti oltre 13.000 persone. Accadde che, al risuonare delle prime note del brano, i fan si precipitarono correndo verso il palco generando un parapiglia e schiacciandosi l'uno contro l'altro.

Il giorno dopo il concerto Scott Carter, un membro della sicurezza dell'arena, ha così raccontato quanto accaduto a MTV: "Ho provato a dire alla guardia di sicurezza degli AC/DC di spegnere la musica, di spegnere le luci, ci sono feriti, la gente urla.

Tutto quello ricordo è il senso di impotenza perché sono stato ignorato. Non si fece nulla." Effettivamente, nonostante si fosse scatenato il caos tra la folla, la band non si interruppe e continuò a suonare. Il tempo esatto in cui il gruppo proseguì l'esibizione è stato oggetto di polemica e discussione. Qualcuno dice quindici minuti, altri dissero che fosse trascorso molto più tempo, che i minuti fossero addirittura quarantacinque. Tre ragazzi morirono a causa delle ferite riportate: uno quella notte, altri due in ospedale i giorni seguenti.

Anni dopo il cantante della band, Brian Johnson, ha ricordato con grande dolore quanto accaduto al concerto di Salt Lake City: “Notte terribile. Non la dimenticherò mai finché vivrò. Ero distrutto. Angus era fuori di sé. Vedevo che stava scoppiando. Mal (Malcolm, il fratello di Angus Young e chitarrista della formazione australiana, ndr) cercava di calmarlo come meglio poteva."

Su pressione e raccomandazione delle autorità, che temevano che una cancellazione del concerto potesse provocare dei disordini, gli AC/DC ripresero il concerto e lo portarono a termine, dopo una pausa di un quarto d'ora. Al di là delle difficoltà di comprendere pienamente cosa fosse successo, la band era molto infuriata per il modo in cui la tragedia venne poi riportata nei notiziari.

Ha dichiarato sempre Brian Johnson: "Penso che la cosa che ci ha ferito di più sia stata, il giorno dopo, leggere i giornali che dicevano che 'la band suonava mentre dei ragazzi stavano morendo per loro' accompagnata da una mia fotografia con un sorriso stampato sul volto. Era solo un'opportunità giornalistica che andava oltre i limiti della decenza. Ero davvero arrabbiato e ferito."

I genitori delle vittime - la diciannovenne Elizabeth Glausi e i quattordicenni Curtis Child e Jimmie Boyd - fecero causa agli AC/DC e alla contea di Salt Lake City per il loro coinvolgimento nelle morti. Altre cause furono intentate da quanti subirono lesioni e traumi durante quei minuti di caos. Alla fine tutti i casi furono risolti in via extragiudiziale. Però quella tragedia rimase nella testa dei componenti della band per molti anni. Malcolm Young ne fu così angosciato che si rifiutava sempre di parlarne.

Quella tragedia fece sì - come quella che avvenne oltre dieci anni prima, il 3 dicembre 1979 al River Front Coliseum di Cincinnati (Ohio), quando a un concerto degli Who morirono undici persone - che i luoghi dove si tengono i concerti abbiano dovuto adottare sempre più rigidi protocolli di sicurezza per garantire al pubblico di godere dello spettacolo senza rischi per la loro sicurezza personale.

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