Francesco Guccini, l'album di debutto: "Folk Beat N.1"

Uscì nel marzo del 1967. Nei prossimi giorni lo raccontiamo canzone per canzone.
Francesco Guccini, l'album di debutto: "Folk Beat N.1"

Non è un giovinetto, Francesco – il cognome, Guccini, come la barba, compariranno solo più avanti — perché le 27 primavere dell'esordio non suggeriscono la carriera di un enfant prodige.

Nel tumulto dei desideri e di uno sterminato e indomabile talento, l'artista emiliano si affaccia, è il 1967 l'anno del De André di "Via del Campo" e "Preghiera in gennaio", con un album non esattamente a fuoco, cominciando dal titolo, un po' folk un po' beat e quel numero 1 a minacciare nuove puntate - che non arriveranno perché nel frattempo sarà arrivato il Guccini protagonista irripetibile della musica d'autore italiana per mezzo secolo. L'operazione è sperimentale, tanto più che lui non è nemmeno iscritto alla Siae e le creature portano firme di comodo o di fantasia pur essendo, e il futuro lo certificherà ufficialmente, completamente sue. Comprese quelle prestate ai Nomadi, come "Noi non ci saremo", "Canzone per un'amica", "L'atomica cinese", o all'Equipe 84, come "Auschwitz" e "L'antisociale".

Quaranta minuti abbondanti e dieci brani con qualche accenno dello splendore che verrà a rendere "Folk beat n.1" un disco comunque imperdibile, e non solo per i collezionisti di memorabilia, già dall'incipit di "Noi non ci saremo", un omaggio tra i tanti a Bob Dylan, con l'apocalisse annunciata e il fatalismo che diventerà tema cruciale della carriera di Guccini. Al vestito beat che accompagna Augusto Daolio, Guccini risponde con un solo voce e chitarra e una versione “extended” che i Nomadi avevano accorciato per “non consumare vinile” nel disco del debutto "Per quando noi non ci saremo". L'album prosegue con un altro brano da scongiuri, "In morte di S.F. (Canzone per un'amica)", che diventa l'apripista di ogni concerto a venire del Maestrone, alla memoria dell'amica Silvana, uccisa in un incidente stradale ma resa immortale dai versi di Guccini: “Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi”.

Tutto il lato A dell'album, oltre alla quarta struggente traccia del B, "La ballata degli annegati", è una lunga teoria funesta che stride con il carattere brillante, a volte cabarettistico, di Guccini espresso in ogni suo concerto, in album a venire (come "Opera buffa" del 1973) ma anche in alcune canzoni di "Folk beat n.

1" come "Talkin' Milano", che vorrebbe essere la risposta beffarda e meneghina alle ballad newyorkesi di Dylan; ma che si rivela un interminabile e risibile siparietto messo in scena con lo statunitense Alan Cooper, uno dei pochi musicisti dello staff, guidato dal produttore Odoardo "Dodo" Veroli che compare perfino in una delle presunte battute: “Partiamo di sera verso Milano, io, Antonio l'americano, boy boy il cane, quattro chitarre, Dodo Veroli, niente ragazze, quelle le troviamo su, meno Boy Boy che legge Linus, lui va solo a bracchette”. In "Venerdì santo" Guccini arriva ad accostare la passione di Cristo a quella carnale di un rapporto sessuale pomeridiano: “Venerdì santo, muore il Signore, tu muori amore tra le mie braccia”.

"L'atomica cinese" è la seconda puntata di "Noi non ci saremo", la fine inesorabile del pianeta che, vista la provenienza del contagio, si può considerare un prodromo del Covid con oltre mezzo secolo di anticipo. "Statale 17" è l'irresistibile ricostruzione di un viaggio in autostop, condiviso all'epoca da un'intera generazione che si muove con il pollice alzato e la pazienza di Giobbe, con l'immancabile finale tragicomico: “Non alzo più la mano, cammino piano piano...”. La chiusura dell'album è riservata alla deliziosa contrapposizione fra il sociale e l'antisociale, in ordine inverso di apparizione. Guccini l'anarchico, ma mai impegnato se non a indignarsi per la chiusura anticipata delle osterie, si immedesima decisamente nell'antisociale, quello che detesta le apparenze, le griffe, il miracolo economico, il matrimonio e che "in un'isola deserta voglio andare ad abitare e nessuno mi potrà più disturbare”. Il sociale è il figlio di papà, lo snob un po' fascistello ma pronto a cambiare bandiera alla bisogna, “ma non mi sono sempre interessato”.

Ci vorranno cinque anni perché Francesco Guccini esploda la sua meravigliosa capacità narrativa che toccherà l'apice già nel 1972 con "Radici", album di impressionanti suggestioni che permetterà di riascoltare questo "Folk beat n.1" con un atteggiamento più affettuoso e consapevole.     

Federico Pistone

 

E' in libreria "TuttoGuccini" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s. 

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