Il vangelo blues secondo John Mayall: 'E' ancora un linguaggio universale'

Il vangelo blues secondo John Mayall: 'E' ancora un linguaggio universale'
A settantadue anni suonati, il più anziano membro in servizio nell’esercito blues di sua maestà britannica ha ancora la voglia e la forza di macinare cento concerti all’anno, insieme ai suoi Bluesbreakers (i musicisti a volte cambiano, il nome rimane). Nessuno più di lui, pertanto, ha diritto di intitolare un album (uscito in questi giorni per la Eagle Records/edel) ai “Road dogs”, gli infaticabili globe trotter della musica che percorrono in lungo e in largo le strade del mondo spendendo l’esistenza tra palchi, van e alberghi più o meno confortevoli. “E’ la musica che rende tutto più facile”, spiega il veterano inglese da tempo trapiantato al sole di Los Angeles. “Ci piace quel che facciamo. Come spiega la canzone che intitola il disco, il segreto sta nel rendere le cose il più semplici possibili: viaggiamo leggeri e veloci, senza bisogno di grandi apparecchiature e senza tanta gente di contorno. Siamo una macchina ben oliata”. E’ così dai tempi dei favolosi Sixties: quando Mayall si mise in marcia per predicare il verbo del blues, da lui raccolto attraverso le frequenze di una radio a onde corte. Il ricordo è ben vivo, e il bluesman bianco (di pelle e di capelli) lo rinvanga in un’altra delle canzoni dell’album nuovo, intitolata appunto “Short wave radio”: “Erano gli anni ’40, gli LP non esistevano ancora e io cominciavo a collezionare i miei primi 78 giri. In Francia c’erano già molte stazioni radio dedicate al jazz e al blues, in Inghilterra l’unico modo che avevamo per captare quei programmi era proprio di sintonizzarsi sulle emittenti a onde corte. E’ stato fondamentale, agli inizi, per allargare la mia educazione musicale e tenermi aggiornato su quel che succedeva in giro. In quella canzone ho voluto citare i nomi di alcuni dei musicisti che mi hanno ispirato (Albert Ammons, Blind Lemon Jefferson, Big Maceo, Muddy Waters, Little Walter…): l’ho fatto pensando agli ascoltatori più giovani, mi piace l’idea di dargli qualche suggerimento se desiderano andare alla scoperta delle radici del blues e capire da dove viene la mia musica. Ricordo quando nei primi anni ’60 ebbi la mia prima occasione di incontrare i miei eroi musicali, John Lee Hooker e Sonny Boy Williamson, Muddy Waters e J.B. Lenoir, Buddy Guy, T-Bone Walker... Io li consideravo degli dei, poterli incontrarli di persona è stato l’episodio più importante della mia vita di musicista. Guardandoli suonare da vicino ho imparato la dinamica e la struttura del blues e ho capito che anche un inglese di pelle bianca poteva suonarlo con autenticità”. E oggi da dove arrivano, l’ispirazione e la scintilla? “Credo si tratti di un processo più subliminale. Può arrivare dallo studio e dall’esplorazione delle possibilità degli strumenti che si usano, le tastiere ad esempio. I suoni che puoi ricavarne possono spingerti in direzioni nuove. In questo album io ho programmato alcune sequenze di sezioni fiatistiche che alterano o sottolineano l’umore di certi pezzi. Ma quelli restano colori che servono ad abbellire il quadro: la sostanza è sempre il blues, puro e semplice”.
Pure e semplici sono anche le parole delle canzoni. Marcatamente autobiografiche (“Kona village” è un omaggio a una idilliaca località nelle Hawaii, “Snake eye” prende spunto da una vecchia diatriba professionale del musicista: “E’ basata su una storia vera ma non sperare che faccia nomi e cognomi”, dice Mayall. “L’ho raccontata perché parla di esperienze comuni a molte delle persone che hanno scelto di fare i musicisti di professione”) ma anche attente ai temi sociali e ambientali del momento, delinquenza giovanile, 11 settembre, tsunami… “Credo che sia compito del bluesman contemporaneo tradurre in parole e musica pensieri e sentimenti suscitati da quanto accade nella realtà di tutti i giorni. La mia è solo un’altra voce nel deserto, sono ancora convinto che la musica abbia un potere di guarigione e che condividere queste sensazioni possa servire a curare le ferite e a farsi comprendere dalla gente”. In uno di quei pezzi, “Chaos in the neighbourhood”, l’ultrasettantenne Mayall offre una chance ad un chitarrista prodigio di 14 anni, Eric Steckel. “L’ho incontrato la prima volta in un festival in Florida, credo a Tampa, quando non aveva neanche compiuto 13 anni. Il giorno stesso si era esibito lì con il suo trio e ad un certo punto il padre si avvicinò a Buddy (Whittington), il nostro chitarrista, dicendogli che ad Eric sarebbe piaciuto fare la nostra conoscenza. Si sono messi a suonare insieme e, constatato quanto era bravo, abbiamo deciso di tenerci in contatto. Approfittando di una sua vacanza scolastica ce lo siamo portati dietro durante un tour in Scandinavia ed è andata benissimo. Oggi è tutt’altro che facile trovare in giro talenti originali e che si elevino dalla massa. Un altro tipo del genere è Dale Morris, che suona il violino sul nostro album: io non l’avevo mai sentito prima, me l’ha fatto conoscere Buddy che è texano come lui. Ha provato e si è subito adattato alla nostra musica”. E chi apprezza, Mayall, tra i musicisti affermati? “Sicuramente Robben Ford: ho suonato in un paio di pezzi del suo ultimo Cd (“Keep on running”, 2003) e ora stiamo progettando di averlo come ospite nel prossimo tour americano dei Bluesbreakers, tra settembre e ottobre”.
Dalle enciclopedie della musica Mayall è invariabilmente dipinto come lo zelante rettore dell’università del blues inglese, alla cui scuola si sono laureati molti dei maggiori musicisti inglesi degli anni ’60: da Eric Clapton a Mick Taylor passando per Peter Green. Pochi però gli riconoscono altrettanto valore come performer: la cosa gli risulta indigesta? “Sono abituato. L’ho letto e sentito dire tante di quelle volte in passato, e probabilmente quella è ritenuta una formula conveniente per descrivere la mia carriera. Io naturalmente la penso diversamente, e alla fine è la musica che conta e che sta lì a testimoniare. Eric, Peter e Mick sono entrati nei Bluesbreakers quando erano ancora dei teen ager: con me hanno scoperto le loro radici, partendo da quelle si sono diramati in altre direzioni. La cosa più emozionante, quando mi sono ritrovato sul palco con Clapton, Green e Chris Barber in occasione del mio settantesimo compleanno a Liverpool (è accaduto nel 2003 durante un concerto per l’Unicef), è stato rendermi conto di quanta gente fosse venuta a vederci. Guardare dall’esterno il tendone sotto il quale avremmo suonato di lì a poco mi ha fatto una notevole impressione. Sono contento che quel concerto sia stato registrato e pubblicato su disco e Dvd perché una cosa del genere probabilmente non accadrà mai più”.
Se i Bluesbreakers sono stati per anni una casa con le porte perennemente aperte, gente che entra e che esce in continuazione, oggi non è più così, e il quartetto base è stabile da diverso tempo. “Il segreto di questa longevità? Siamo grandi amici e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Siamo perfettamente compatibili, è una condizione difficile da raggiungere che abbiamo ottenuto grazie a tanto lavoro in comune”. Omaggiato di recente da Wim Wenders, che nella colonna sonora del blues-documentario “The soul of a man” ha ripreso il suo vecchio classico “The death of J.B. Lenoir” (“Mi è piaciuto, ci sono filmati che non avevo mai visto prima. Ma il mio preferito della serie è il film sul movimento blues revival in Inghilterra, ‘Red, white & blues’ ”), Mayall è felice ma non sorpreso di vedere facce giovani tra il pubblico dei suoi concerti. “L’ho sempre sostenuto, il blues è un grande comunicatore, ad ogni festival o concerto arriva gente nuova che trova immediatamente un punto di contatto con questa musica. Nelle parole, nelle storie, nell’atmosfera del blues c’è qualcosa di universale”. Anche per questo, aggiunge, continua a scorazzare sulle strade, da ostinato “road dog”: “Non ho nessuna intenzione di smettere. Finché la salute me lo permetterà continuerò a suonare in giro dando il meglio che posso”.
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