Apple, i podcast e la mossa del cavallo

Un'industria creata a Cupertino una ventina d'anni fa potrebbe essere ora rivoluzionata dal suo stesso creatore.
Apple, i podcast e la mossa del cavallo

Un paio di decenni fa, con l'introduzione dell'iPod, Apple gettava le basi per l'industria del podcasting. Oggi la sua app per podcasting è installata nativamente in tutti i suoi dispositivi. Fino ad ora si è comportata come un patrono del comparto, incrementandone la popolarità senza ricavarne denaro ma utilizzandone l'attrattiva per arricchire l'offerta del proprio ecosistema chiuso .

Di recente Amazon ha acquistato Wondery. Prima ancora SiriusXM aveva acquistato Sticher. Soprattutto, nell'ultimo paio d'anni Spotify aveva improvvisamente saltato il recinto della sola distribuzione in streaming di musica registrata per entrare pesantemente nell'industria dei podcast, acquisendo piattaforme leader come The Ringer e Gimlet Media e pagando poi esclusive importanti come quella per la Joe Rogan Experience - la stima degli investimenti sostenuti nel comparto dalla piattaforma svedese supererebbe gli 800 milioni di dollari.

Si è dunque passati da una tendenza a una certezza di consolidamento dell'industria - un settore in cui Spotify, sia detto per completezza, stenta al momento a generare utili.

Apple, ora, ha lasciato trapelare che si accingerebbe a lanciare un servizio di abbonamento a pagamento sui podcast: gli iscritti, quindi, pagherebbero per accedere alla sua offerta di podcast. Bisogna pensare che il gruppo guidato da Tim Cook si aspetti di fare soldi importanti, qualora la mossa fosse confermata? Credo di no, considerando che non ha mai pensato di farne con la musica, per fare un esempio. Ma, a proposito di musica, forse introducendo l'abbonamento a pagamento ai podcast Apple si aspetta, semmai, di ottenere tre obiettivi diversi.

Il primo è di rompere le uova nel paniere di Spotify. E, con l'occasione, di chiunque altro investa o progetti di investire nel settore. Perchè se il podcast a pagamento è sicuramente di per sè una notizia che lascia il consumatore tra l'infastidito, il contrariato e l'indifferente, significa invece una prospettiva di ricavi per la comunità di creatori di contenuti, che Apple potrebbe attirare così nella propria orbita - qualcosa che, come conseguenza dei propri ingenti investimenti, è legittimo immaginare che anticipi le stesse intenzioni di Spotify e Amazon, probabilmente avviate a proporre podcast in esclusiva. Apple, così facendo, le anticiperebbe guastando i loro piani ed alzando l'asticella dei costi per ogni protagonista del settore.

La seconda è completare la propria offerta di contenuti in abbonamento a pagamento: a parte Apple Music, introdotta anni fa per tallonare Spotify dopo avere dominato la scena della musica in download, di recente a Cupertino hanno lanciato servizi di news, gaming, fitness e video. E, in genere, a Cupertino c'è l'abitudine di proporre questi servizi ai propri clienti a pacchetto. Possibile, dunque, che i bundle di Apple si arricchiscano pure dei podcast. 

La terza è prepararsi all'assalto dell'antitrust. In un modo che, personalmente, non riesco a capire, ma che ragionevolmente sono sicuro faccia parte della strategia. Dopo tutto Apple ce li ha tutti addosso, da Facebook a Spotify, e le accuse di utilizzare la sua posizione dominante nel mercato dei dispositivi ha qualche fondamento. Eppure - dopo, si mormora, avere provato essa stessa ad acquisre Wondery - continua i suoi movimenti di "incorporazione" proprio quando l'amministrazione Biden promette pochi sconti alle Big Tech, di cui alcuni eminenti esponenti democratici vorrebbere fare spezzatino. Un'opzione suggestiva, allora? Quando la mannaia dell'antitrust diventasse inevitabile, ecco un piccolo impero media da staccare e far camminare con le sue gambe.

 

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