I Rokes: sfruttati, censurati, spiati

Due nuovi libri illustrano passi e discografia della più celebre band operante in Italia negli Anni Sessanta. Noi – assieme ai 4 musicisti – vi raccontiamo i retroscena più imbarazzanti della loro carriera.
I Rokes: sfruttati, censurati, spiati

I protocapelloni inglesi tra Totò e Festival di Sanremo

Sono stati i protocapelloni della musica italiana: quattro invasori britannici che stabilirono nel Villaggio dei Cronisti sulla romana via Cassia il loro quartier generale per vendere nei “favolosi anni Sessanta” oltre 5 milioni di dischi. Si chiamavano The Rokes e a loro sono dedicati due libri freschi di stampa che bizzarramente portano quasi lo stesso titolo: "Ascolta nel vento" scritto da Luciano Ceri per l’editore Iacobelli (qui la recensione di Rockol) e "Ascolta: nel vento c’è il primo sintomo. La rivoluzione del beat in Italia (1963/1966)" firmato e autoprodotto dal Circolo Amici del Vinile.

Shel Shapiro, Johnny Charlton, Bobby Posner, Mike Shepstone girarono film con Totò e Rita Pavone, Caroselli per i gelati, presero parte alla commedia musicale per la TV “Non cantare, spara!” con il Quartetto Cetra, parteciparono a due Cantagiro, gareggiarono in tre edizioni del Festival di Sanremo. Una band superstar resa celebre da canzoni sempreverdi, cover di brani catturati oltreoceano con gli efficaci testi in italiano confezionati da Mogol come "È la pioggia che va" e "Che colpa abbiamo noi", o composti da loro quattro, come "Piangi con me", altro formidabile successo depositato con solo i nomi di Mogol e del leader Shel (Norman David Shapiro), perché unico del gruppo iscritto alla SIAE. Il libro di Luciano Ceri propone una versatile illustrazione dell’opera omnia dei Rokes, con un’analisi dei contenuti e i commenti dei protagonisti; quello del Circolo degli Amici del Vinile racconta la storia del gruppo corredata da materiale iconografico multiforme. Due pubblicazioni che rappresentano un tesoretto per estimatori e collezionisti.

I nomi degli autori cambiavano tra dischi e depositi SIAE

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Da questi lavori si può altresì prendere spunto per approdare a un’indagine di carattere diverso. La Società Italiana degli Autori ed Editori, della quale Mogol oggi è Presidente, collezionò negli anni d’oro della discografia una serie sorprendente di depositi infedeli. E i Rokes rappresentano un significativo modello, seppure tutt’altro che eccezionale, di quelle procedure scorrette. Dietro alla facciata dorata del gruppo idolatrato dai ragazzini si muoveva una realtà fatta di interessi di produttori, discografici, editori, impresari che riducevano all’osso i guadagni destinati ai quattro protagonisti. Prigionieri di contratti capestro, costretti - diventati celebri - a rispettare condizioni e percentuali stabilite quand’erano quattro orchestrali squattrinati all'essenziale ricerca di vitto e alloggio, con per giunta l’handicap di essere cittadini stranieri e soprattutto privi della tutela riguardo alla propria opera dell’ingegno. Shel, il più dotato artisticamente dei quattro ma anche il più accorto, una volta eletto frontman tentò di arginare le prevaricazioni, spesso senza riuscirci e in più divenendo bersaglio di recriminazioni degli stessi colleghi.

Basta il confronto tra i nomi che compaiono sulle etichette dei dischi e i crediti che invece emergono dai depositi della SIAE – ovvero quelli necessari a stabilire le quote di profitto delle canzoni – per rendersi conto dei vincoli e dei compromessi a cui Shel & C.

dovevano sottostare. A cominciare proprio dal brano "Ascolta nel vento", che dà il titolo alle pubblicazioni di Luciano Ceri e del Circolo degli Amici del Vinile. Sulle etichette compaiono i nomi del compositore Shel Shapiro e del produttore e paroliere Sergio Bardotti, colonna della RCA Italiana, che firma assieme a Shel molti dei brani dei Rokes, anche quelli con il testo in inglese ("Take A Look", "Put The Pen Down" e altri otto, sempre in inglese, dell’album "The Rokes volume 2"). Ma nel deposito SIAE di "Ascolta nel vento" compare il nome di un altro compositore accanto a quello di Shapiro: è Guido Cenciarelli. Mai ricordato nelle etichette dei dischi, Cenciarelli firma come compositore molti dei successi dei Rokes: da "Eravamo amici" (che divenne anche un cavallo di battaglia del cantante Dino) a "Finché c’è musica mi tengo su", da "Per te, per me" (inciso anche dalla cantante Nada) a "Siamo sotto il sole", da "Il primo sintomo" a "Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi".

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Due grandi parolieri per tradurre due parole inglesi

Proprio il 45 giri di "Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi" contiene un lato B che la dice lunga sulle stranezze nei depositi dell’epoca: il brano s’intitola "Regency Sue", è in lingua inglese, ma c’è anche una versione italiana, un paio di rime per cui sono stati scomodati due tra i più autorevoli parolieri italiani: Sergio Bardotti e Franco Migliacci (entrambi anche produttori per la RCA Italiana), con la musica firmata dal solito Guido Cenciarelli assieme a Shapiro. Quella che ci fosse l’obbligo della ratifica nel bollettino SIAE di un musicista che avesse superato l’esame di composizione è una frottola che ha arricchito molta gente, più volte smentita dall’avvocato Giorgio Assumma che è stato presidente della SIAE dal 2005 al 2010. Smentita nello specifico dai fatti, con lo stesso Shel Shapiro che è riuscito a depositare brani con soltanto il suo nome, come "She Asks Of You".

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Chi era Guido Cenciarelli? “Era un musicista che lavorava per Mario Cantini, il direttore delle edizioni musicali della RCA Italiana" – racconta Paolo Dossena, all’epoca paroliere e produttore della stessa casa discografica – "Lo ricordo come una brava persona, non so però quale ruolo avesse nelle composizioni: una reale partecipazione o un aiuto alla trascrizione”. Paolo Dossena confezionò i testi di un paio di canzoni dei Rokes accreditati nel deposito SIAE al compositore Cenciarelli: "Spegni questa luce" e "Quando eri con me". 

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Shel: “Il Vento americano spazzò via Mogol e Battisti”

Il nome di Shapiro è comunque presente nella maggioranza della produzione del gruppo: è stato quasi sempre il solo Shel a rappresentare i quattro, e questo gli è costato in talune circostanze feroci polemiche. Nel 1968, ad esempio, i Rokes incisero in inglese una canzone che Lucio Battisti e Mogol avevano affidato ai Dik Dik: "Il vento". La versione dei Rokes, intitolata "When The Wind Arises", non uscì in Italia. La RCA Victor la pubblicò in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Canada. Ma mentre per il mercato britannico il disco riportava i crediti corretti, con i nomi di Mogol, Battisti e del batterista dei Rokes Mike Shepstone autore del testo inglese, nei dischi americani e canadesi figurava una coppia autoriale sconcertante: Shel Shapiro compositore assieme al paroliere Giuseppe Cassia. 

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Le versioni americana e canadese di "Il vento" di Mogol-Battisti nell’interpretazione dei Rokes.

L’errore era addebitabile presumibilmente agli impiegati della casa discografica: "When The Wind Arises" era infatti il lato B di "The Works Of Bartholomew", versione inglese di "Le opere di Bartolomeo" che in Italia era uscito con il lato B "Siamo sotto il sole", firmata appunto da Shapiro e Cassia. Ma Mogol la prese malissimo. Questo servizio esclusivo del Tg2 raccolse l‘imbarazzata reazione di Shel Shapiro e la furente replica di Mogol.



Tg2 Costume e Società “Canzoni segrete” di Michele Bovi, Raidue 1997.

Mogol minacciò azioni contro la RCA e la SIAE. La casa discografica pubblicò una compilation di brani di Mogol-Battisti eseguiti da altri artisti tra i quali la “canzone dello scandalo” dei Rokes senza neanche citare nell’etichetta il nome di chi aveva adattato il testo in inglese, ovvero il batterista Mike Shepstone, pure se nel servizio del Tg2 Shel si era autoaccreditata la paternità della traduzione. La SIAE si mosse a livello internazionale per ristabilire l’osservanza dei diritti d’autore. Accadde anche qualcosa di imprevisto nei depositi presenti: "C’è una strana espressione nei tuoi occhi", pezzo-bomba dei Rokes attribuito sulle etichette dei dischi alla compositrice statunitense Jackie DeShannon e a Shel Shapiro per l’adattamento italiano, nel bollettino della SIAE risultò accreditata a DeShannon e ai subautori Mogol e Ricky Gianco: ignorato il nome di Shapiro.

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Bobby: “Il mio nome dimenticato dalle Edizioni Paoline”

Di certo i quattro Rokes non hanno mai ottenuto il meritato riscontro dei diritti d’autore. Neppure dopo lo scioglimento della band. “Nel 1971 incisi un album edito dalle Edizioni Paoline: era intitolato 'Baby Bobby', con dodici canzoni per bambini composte e cantate da me con i testi di Augusto Grippini" – racconta Bobby Posner, ex bassista dei Rokes – "Non ho mai visto un soldo di diritti d’autore”.

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La ragione è semplice: chi effettuò il deposito alla SIAE inserì nel bollettino soltanto i nomi di Grippini e dell’editore Multimedia San Paolo, dimenticando di indicare il compositore. "Soldatino vanitoso" è uno dei dodici brani contenuti in "Baby Bobby": ecco come fu depositato: 

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Mike: “Maschi o femmine? Per questo la RAI ci censurava”

I Rokes sono stati famosissimi in Italia ma hanno anche subito diversi soprusi. Ad esempio la censura da parte della RAI, come loro stessi ci raccontano in questo servizio. 

Segreti Pop “La musica vietata” di Michele Bovi, Raiuno 2015.

Johnny: “Monitorati dall’intelligence e telefoni controllati”

Quattro inglesi in Italia in un momento di profonde mutazioni sociali, di rivoluzioni giovanili in cui la musica, anche la loro, giocava un ruolo importante. I Rokes, quelli di "Un’anima pura" e di "Che colpa abbiamo noi", diventarono così elementi interessanti non solo per la discografia, ma addirittura per l’Intelligence, come ci rivela l’ex chitarrista Johnny Charlton. 

Segreti Pop “La musica spiata” di Michele Bovi, Raiuno 2015.

Le parole di Johnny Charlton non devono sorprendere. Gli apparati di sicurezza in Europa si erano già allertati con l’esplosione del Beat, che stava trasformando non soltanto la musica ma anche i costumi, le mode, l’educazione dei giovani. Era doveroso cercare di capirne di più, oltre all’ascolto dei dischi e alla lettura delle interviste sui giornali. Prima dei Rokes toccò tempestivamente ai Beatles. Il quartetto di Liverpool si esibì in Italia dal 24 al 28 giugno del 1965 tra il Velodromo Vigorelli di Milano, il Palasport di Genova e il cinema–teatro Adriano di Roma. Nella capitale la band e gli accompagnatori si fermarono tre notti, collocati dagli organizzatori presso l’Hotel Parco dei Principi, struttura all’epoca di assoluto gradimento per i servizi segreti. Soltanto un mese prima nello stesso albergo l’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio aveva allestito un convegno sulla guerra rivoluzionaria, un summit dell’intelligence passato alla storia. 

Il conto di termine rapporto: i Rokes in rosso

Spionaggio, censura, equivoco riconoscimento dei diritti legati all’opera dell’ingegno e alle esecuzioni: a quei quattro talentuosi ragazzi inglesi accadde di tutto. Non furono i soli. Il vertice della RCA Italiana non amava i gruppi: i Primitives, i Motowns e perfino le Pecore Nere riferiscono di atteggiamenti di tracotanza e disattenzione da parte dei massimi dirigenti della casa discografica. Ma meglio degli artisti possono testimoniare i contratti. Quello dei Rokes riconosceva ai componenti una percentuale – oggi assolutamente assurda – del 5 percento sulle vendite dei dischi, e inoltre una postilla brigante li chiamava a rispondere in solido delle spese di promozione. Cosicché, allo scioglimento del gruppo, i Rokes, che pure non avevano incassato anticipi, si scoprirono in debito con la RCA Italiana di una trentina di milioni, come dimostra questo documento inedito: la lettera che l’avvocato Giuseppe Attolico, storico legale della casa discografica di Via Tiburtina, inviò a ciascuno dei quattro musicisti. 

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Quello di addebitare agli artisti le spese di marketing è stato a lungo un accorgimento che ha consentito ai discografici un disinvolto tornaconto. Che aumentò negli anni Ottanta con il riconoscimento del “ticket TV”, una clausola contrattuale che addossava anche agli artisti le spese degli spot pubblicitari radiotelevisivi. Una storia tutta da raccontare...

Michele Bovi

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