Le recensioni di Reg Mastice: Black Fence, "Carrions" (2020)

I dischi della domenica raccontati dal più specializzato dei critici musicali
Le recensioni di Reg Mastice: Black Fence, "Carrions" (2020)
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Dopo avere proposto lo scorso dicembre dieci "recensioni impossibili" di Reg Mastice (le trovate raccolte qui), tratte dal libro "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock", edito da Arcana, abbiamo chiesto all'autore di scriverne altre appositamente per Rockol. Così ogni domenica pubblichiamo una nuova "recensione impossibile" di Reg Mastice. Ma attenzione: fra le recensioni di "dischi inesistenti" ce ne sarà una che invece corrisponde a un disco effettivamente esistente. Al lettore che per primo individuerà la sola recensione "vera" e ci manderà, all'indirizzo contest@rockol.it, scrivendo come oggetto Reg Mastice, la propria recensione del disco effettivamente esistente, manderemo in omaggio una copia del libro di Reg Mastice.

 

Black Fence - CARRIONS (2020)

Pare che alla recente battuta di Liam Gallagher ("il 2020? È stato un anno un po' Radiohead") Thom Yorke abbia risposto per le rime: "forse si, ma solo se ci fossimo chiusi in studio a registrare un album di cover dei Black Fence".

Cosa che poi ci augureremmo tutti: se non altro per goderci il rischio di veder per la prima volta la misconosciuta compagine di Belfast in cima alle classifiche – seppur per interposta band. E invece ci tocca accontentarci (si fa per dire) di questa nuova sortita griffata Protervis, la 4AD dell’Irlanda del Nord: il decimo capitolo a firma Black Fence, il quindicesimo se consideriamo i parti solisti del suo vir bonus Harold Doylegal. E no, neanche stavolta cambierà qualcosa a livello di vendite: tant’è vero che l’etichetta ha ben pensato di distribuire l’album unicamente in formato gassoso – tramite proprio SoundCloud – e limitare il supporto fisico ad una manciata di audiocassette on demand, con prevendite aperte e consegna stimata in data da destinarsi. Strani tempi.

Ancor più strani perchè i sette lunghi brani, registrati nel corso d’un normalissimo 2019 (e che come al solito suonano poco irlandesi e molto svedesi, sospesi come sono in una nuvola di post-rock eremita e fungino ed elettronica fredda dal nocciolo incandescente) sembrano studiati piuttosto per accompagnare il ricordo di questo 2020 dal clima grottino: ma i Black Fence già dimostrarono ampie doti divinatorie nel 2000, con la pubblicazione di UPSIDE WORLDS, e insomma non ci si sorprende più di tanto. Ma mentiremmo se dicessimo che ansie hikikomori e distopie uggiose non fossero già dagli esordi bellamente patrimonio del gruppo (si veda il concept del ’99, CTRL+Ω, praticamente Philip K. Dick a cena con Zdzislaw Beksinski) così come la comprovata capacità di schermare le proprie scalette dietro impervi muraccioli di rumore, scalfibili solo con una perseverante caparbietà d’ascolto: e questo CARRIONS sposta giusto le pretese un po’ più in là, giocando a carte scoperte con la pazienza dell’astante-cavia.

Da segnalare con interesse le sottili colature di olio di merluzzo che ci regala la spugna sintetica di “20 Again”, un pascolo elettrificato che vibra come un giocattolo osè per quattro minuti nel recinto del ranch di Mark Linkous (i suoi inconfondibili clic clac analogici settano la pasta ritmica su metronomiche paturnie).

O le nevralgie-nostalgie lungo il nervo sciatico della Stratocaster fratturata di un Derek Clapton sui generis, per un blues dell'era pandemica che colpisce basso fomentando i nostri rimpianti live (“Soulscan Touchgrass Blues”). Stesso perverso copione per l'acidella "Sonofabeach", che di fatto vede l’indemoniato Doylegal saettare davanti alla fotocellula dell'ennesima sliding door da manuale con il solo pestifero intento di creare correnti d'aria curva in stile Terry Riley. Aggiungiamoci pure l’autostrada a quattro tracce diretta verso solarità pennute di “Plymouth Rock” (quasi un lost tape di Steve Kuhn impegnato a dipingere il grande affresco americano in stile puntinista, ma su un supporto di scottex) e quel che ne risulta è un campionario di aloni sorprendentemente variopinto, qualcosa che avresti visto bene in bianco & nero sopra una maglietta di Phil Lesh ai tempi dell’Avalon Ballroom ma che in quest’epoca tarda e maledetta – purtroppo! – ricorda piuttosto il fuori fuoco d’uno zoom malcalibrato, o la miodesopsia d’un Alex Brettin accerchiato dai parenti ad un party domestico targato 1984. .


Tutti noi amiamo le etichette, poiché catalogare fa parte dell'orrido campionario di lubriche ossessioni umane, ma talvolta lo scrigno disseppellito rivela una rastrelliera d'ampolle vergini e quel che rimane da fare allora è godersi il contenuto senza troppe indagini – sia esso elisir o veleno: e chi l'ha detto che il mestiere dell'ascoltatore sia sempre e completamente privo di rischi?

Reg Mastice
www.regmastice.com

 

Tracklist:
1. 20 again
2. Pornographic priestess
3. Soulscan touchgrass blues
4. Sonofabeach
5. Plymouth rock
6. Sober sex
7. Obscuraficionados

 

Scopri altre recensioni impossibili su "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice, edito da Arcana edizioni (qui la recensione di Rockol).
 

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