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David Bowie, le testimonianze di cinque giornalisti italiani

Ernesto Assante, Luca Dondoni, Paolo Giordano, Andrea Laffranchi, Andrea Spinelli scrivono di Bowie e scelgono la loro canzone preferita del suo repertorio
David Bowie, le testimonianze di cinque giornalisti italiani

Ernesto Assante, "La Repubblica"

Celebrare l’arte e il genio di David Bowie non è facile.

Ma come, direte voi, un genio, di tale portata! E invece no, proprio perché la sua genialità ha prodotto risultati davvero unici e in molti campi diversi, celebrarlo senza dire un mucchio di ovvietà non è semplice. Non lo sarebbe in termini di spazio, perché perché concentrare in poche lo straordinario, ricco, affascinante e complesso percorso artistico di Bowie è praticamente impossibile. Non lo è in termini musicali, perché talmente vasto è il catalogo dei brani “essenziali” per comprendere il suo mondo da rendere impraticabile un “best of” che contenga davvero tutto quello che sarebbe necessario raccontare, come rivedere e riascoltare. Non lo è nella sostanza, perché il dolore per la sua morte è ancora così forte che tutte le volte che ci apprestiamo a scrivere di lui, a ricordarlo o anche ad andare in scena nelle serate in cui alle volte sono chiamato a farlo, l’emozione tende a sopraffarmi. Si, sembrerà strano, ma è così. Ancora mi capita, nonostante siano passati degli anni, di commuovermi ascoltando Bowie e pensando che non sarà più possibile vederlo, che non potremo più farci sorprendere dalla sua arte. Ma, e questo è un inarrivabile pregio del mestiere che faccio, so che avrò ancora molte occasioni per poter condividere l’interesse, la passione e l’amore che ho, che abbiamo provato e proviamo per David Bowie e la sua musica. Quindi so che avrò la possibilità di ripercorrere ancora alcune delle tappe fondamentali della sua vicenda artistica e umana, di raccontare la sua storia, di ascoltare e vedere molte delle sue canzoni più belle, intense, originali, importanti e di successo, in tanti giorni, pomeriggi, serate fatte di parole e soprattutto di grande, grandissima musica.

Okay, passiamo all’inevitabile ovvio: David Bowie è stato, senza alcun dubbio, uno dei più grandi artisti del Novecento e del nuovo secolo, ha saputo anticipare tendenze, creare fenomeni artistici, realizzare opere innovative, ha raccontato il nostro mondo guardandolo con attenzioni, ha immaginato mondi ai quali ha dato vita attraverso le canzoni, ha messo la sua arte nelle strade, ha rovesciato abitudini e creato scompiglio, e ha fatto tutto questo in nome del rock.

Si, perché David Bowie ha dato un senso al rock, mescolandolo con l’arte, visiva e testuale, ha trasformato l’idea di autenticità connaturata al rock stesso nella creazione di personaggi che erano però sempre credibili, ha mescolato con infinita sapienza l’avanguardia al pop, come solo il miglior rock sa fare. E ha fuso completamente arte e vita, fino all’ultimo minuto, fino all’incredibile finale, a quel “Blackstar” che ha chiuso coscientemente la sua parabola artistica e personale. Bowie era la sua musica, era la sua arte, era i suoi personaggi, nulla si poteva separare, era un’insieme straordinario e unico. Che ancora ci emoziona, quando ascoltiamo le sue canzoni, quando vediamo i suoi video. Sono stato fortunato, sono vecchio abbastanza per poter dire che l’ho visto dal vivo, diverse volte, che ho avuto la possibilità di incontrarlo, di parlare con un uomo che appariva, almeno a noi giornalisti, gentile ed elegante, disponibile e profondo, divertente e accessibile. Ho avuto la fortuna di trasformare le sue canzoni in colonna sonora della mia vita e di poter crescere con la sua musica. Musica che resterà, permettetemi l’ultima ovvietà, immortale, come tutta la grande arte, musica che illuminerà ancora la vita di milioni di persone.

 

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Luca Dondoni, "La Stampa"

1983 Los Angeles Anheim Stadium "The Last Dance Tour".

Bastano queste poche parole per farmi tornare alla mente uno dei momenti più belli mai vissuti durante un concerto dal vivo in tutta la mia carriera. Avevo appena finito il servizio militare e innamorato degli Stati Uniti, curioso di conoscere i luoghi da dove veniva la musica che adoravo e adoro, mi ci trasferii per sei lunghi mesi. Il "Last Dance Tour" di Bowie  però "era l'evento al quale non si poteva mancare" nell'estate del 1983 e seppur con pochi dollari in tasca, feci di tutto per andarci. Lui, quello  che ancora qualche DJ di KIIS FM si ostinava a chiamare il "Duca Bianco", stava portando avanti la sua rivoluzione estetica/musicale con un .
disco che sarebbe stato importantissimo per chi, come me, ha sempre dato importanza al lato "funky" della vita. Sul palco, oltre al protagonista fasciato nel suo "Pink Panther Tuxedo", c'erano coristi come Luther Vandross che più tardi sarebbero diventati vocalist sublimi e di gran successo. 
Ricordo che quella sera, lo sguardo profondo di un alieno mi aveva catturato e per due ore e mezza aveva fermato il tempo così che per me, giovane affamato di musica, la sua musica fosse viva per sempre.

 

Paolo Giordano, "Il Giornale" 

Quando è arrivata la notizia della morte di David Bowie, in redazione non ci credevamo.

Non perché sembrasse una messinscena pubblicitaria per il nuovo disco ma perché per tutti, idealmente, David Bowie era immortale, era sicuro che sarebbe vissuto per sempre, oltre tutti noi, senza sentire i segni del tempo. Per me infatti è ancora vivo. Lo ascolto tutti i giorni, lo trovo nei suoni e nelle voci di altri cantanti, anche e soprattutto quelli nuovi, che forse manco lo conoscono bene. In un tempo musicale che a parole boccia tutti i “vecchi” eroi musicali, David Bowie è uno dei pochi a salvarsi dal “generazionicidio”. È stato glam quando  il rock era roba per virtuosi con la Stratocaster o la Gibson Les Paul. È stato punk quando erano tutti prog. È stato tutto quando tutti gli altri erano solo una parte. Io l’ho incontrato soltanto una volta, e per sbaglio. Ero in un hotel milanese per una intervista e in un corridoio l’ho visto arrivare. Lui mi guardava con il terrore di chi non ha nessuna voglia di fermarsi con uno sconosciuto e firmare un autografo. Io lo guardavo con il terrore di chi non potrà fermare il proprio idolo e parlargli almeno per sei ore.  Perciò è quasi inutile spiegare perché, secondo me, David Bowie è, con i Beatles, il vero motore essenziale degli ultimi sessant’anni di rock e pop. Non il migliore. Non il più creativo. Ma uno dei due realmente insostituibile. Al punto che è vivo ancora oggi cinque anni dopo esser morto.

 

Andrea Laffranchi, "Il Corriere della Sera"


David Bowie per me è il liceo.

Era la passione musicale, e non solo, di Laura, una mia compagna di classe. Passavamo i pomeriggi mischiano compiti, musica e reciproche consolazioni per i nostri amori impossibili. Lei aveva tutto quello che riguardava Bowie. E anche di più. Erano gli anni di Let’s Dance e Tonight con i videoclip che arrivavano su Deejay Television, ma grazie alla sua collezione scoprii la trilogia berlinese. Laura aveva tutto quello che riguardava Bowie. Alla discografia ufficiale aveva affiancato anche qualche bootleg. E da quelli eravamo partiti per fare scambi, con registrazioni anche di altre band, attraverso circuiti di mailing list e fanzine, francobolli e cassettine. Ad aprire gli orizzonti c’era anche la collezione, intoccabile e infinita, di suo fratello che ordinava dischi a pacchi dall’America. Bowie è stata una delle porte di accesso all’universo rock e anche il ricordo di un’età in cui la musica è scoperta di suoni e parole, ma anche di emozioni in un viaggio interiore personale che ancora continua. E con David qualche tappa l’ho fatta.

Andrea Spinelli, "QN"

Cinque anni dopo, ricordo David Bowie un po’ come lo ritrae la foto di Jimmy King che appariva sul palco al termine del musical “Lazarus”: sotto una nevicata newyorkese, mentre saluta militarmente con la mano alla tempia quanti l’hanno amato.

In 37 anni di giornalismo è l’unico a cui, dopo un’intervista, abbia chiesto l’autografo. È stato, infatti, assieme ai Pink Floyd l’artista di riferimento della mia adolescenza. Lo scoprii grazie a “Rebel rebel” tra le citazioni di Orwell e Burroughs impigliate nei versi di un album visionario come “Diamond dogs”, seguendo poi con passione tutte le successive mutazioni artistiche. La folgorazione live arrivò, invece, nell’87 con lo showcase di “Never let me down” al Piper Club di Roma e la tappa fiorentina del "Glass Spider Tour". L’avrei rivisto in concerto un’altra quindicina di volte: svociato nella replica modenese del "Sound+Vision Tour" e in forma smagliante allo Smeraldo di Milano con i Tin Machine, recitare il padre nostro a Wembley sul palco "Freddie Mercury Tribute" e infiammare l’Alcatraz per il lancio di “Hours…”.

Ricordo che, a tu per tu, il Duca Bianco diventava affabile e tagliente, come in quella conferenza stampa del ’97 al Grand-Hotel du Cap Ferrat quando, alla domanda di una collega su cosa provasse ad aver compiuto cinquant’anni, rispose con un sorrisetto divertito: “Me lo dica lei, signora”. A Berlino, “città in cui è facile perdersi, ma pure ritrovarsi” come diceva, mi sono sorpreso a seguire le tracce di “Low” e di “Heroes” srotolando un filo rosso dei ricordi che dagli Hansa Tonstudio porta all’appartamento abitato al 155 di Hauptstrasse, ai quadri dell’amato Erick Heckel, al Brücke-Museum. E ancora oggi nelle interviste con Iggy Pop mi accorgo che non manca mai o quasi, da parte sua, un accenno a quegli anni passati assieme all’amico all’ombra del Muro.

A Londra battagliai a lungo per riuscire a mettermi in tasca uno degli ultimi biglietti di “Bowie is...”, la mostra dedicata al “fenomeno Bowie" dal Victoria & Albert Museum, lasciandomi poi trascinare dalla fiumana dei visitatori stanza dopo stanza. Tutt’altro contesto a Bologna dove, grazie all’anteprima dell’esibizione per la stampa, riuscii finalmente a perdermi in solitudine tra le sue reliquie, il lascito emotivo di un’icona pop che ha vissuto, creato, e perfino “abbandonato l’edificio” a mondo suo.

 

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