David Bowie, le riflessioni di cinque artisti italiani

Manuel Agnelli, Pierpaolo Capovilla, Federico Fiumani, Morgan, Enrico Ruggeri
David Bowie, le riflessioni di cinque artisti italiani

Ecco le considerazioni su David Bowie espresse da cinque artisti italiani nel 2012, quando ancora l'artista era in vita, raccolte da Leo Mansueto per il suo libro "L'ultimo dei marziani".

 

Manuel Agnelli


Non va dimenticato che quando David Bowie è venuto alla ribalta, in Inghilterra era in corso un cambiamento del costume
che lui ha saputo cogliere e interpretare non solo con le canzoni. Ha sbattuto la sua ambiguità sessuale in faccia alla società bacchettona del tempo e ha rappresentato magnificamente il tema dell’alterità vestendo i panni dell’alieno caduto sulla terra nel film di Roeg. In italia, alla fine degli anni Settanta, quella rivoluzione arrivò in maniera attutita. eppure, anche noi abbiamo
avuto i nostri rottamatori dei codici estetici tradizionali, su tutti Renato Zero e Donatella Rettore.

Certo, nel circolo dei rockettari siamo tutti un po’ snob e ci fa sorridere il ricordo dei lustrini e delle paillettes di quegli anni, ma è innegabile che l’immagine del primo Renato Zero era di gran lunga più trasgressiva di quella di tanti altri blasonati rocker nostrani.

Insieme all’eclettismo, considero straordinaria la cura di Bowie nei confronti delle formule musicali che ha di volta in volta adottato. E poi, quella sua spregiudicatezza: Bowie ha sempre osato. È passato da un periodo all’altro rinnegando o rinnovando completamente quello precedente. in questo assomiglia molto agli artisti di altri campi, ai pittori, agli scultori, alle avanguardie dell’inizio del secolo scorso. Aveva la capacità di calarsi appieno in ogni suo personaggio per poi abbandonarlo e la volta successiva incarnarsi in uno nuovo. Come un teatrante che crede profondamente nella recita che sta sostenendo sul palco. Ci crede ma, appunto, sta solo recitando. il suo manifesto è sempre stato: vai, fallo fino in fondo, poi distruggi tutto e ricomincia da capo.
È quel che si dice rock’n’roll.

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Pierpaolo Capovilla

David Bowie è stato il più importante e influente cantante degli anni Settanta e Ottanta della musica leggera mondiale, alla
quale ha impresso continui e strabilianti mutamenti attraverso dischi mai uguali, ma sempre connotati da una brama di ricerca
del nuovo, rimodulando di volta in volta il proprio suono e la propria cifra stilistica, senza mai inseguire le mode o il gusto del momento, ma precorrendolo, quando non creandolo tout court.

il folk degli esordi, così controcorrente. il glam rock, del quale possiamo dire è stato il vero inventore, ma sopratutto "Low", “Heroes” e "Lodger": la sua trilogia berlinese è certamente alla base dell’intero fenomeno della new wave, che succede al punk e ne approfondisce i contenuti nel segno di un’estetica musicale più matura e più colta; la new wave inglese sarebbe impensabile senza david Bowie, vera musa ispiratrice della musica pop degli ultimi quarant’anni.


Quanta e quale mole di idee siano emerse dalla creatività di Bowie, e quante e quali impronte abbiano lasciato nella musica
pop contemporanea e nell’immaginario collettivo, è ancor oggi difficile dire, ma credo di non sbagliarmi quando intravedo la
sua decisiva influenza negli album degli XTC, o degli Ultravox di John Foxx, pietre miliari di un modo di fare musica fra i più
innovativi di sempre.

La longevità delle sue canzoni è qui a dimostrare che la grande musica non muore mai, ma si imprime,.
generazione dopo generazione: nei cuori e nelle menti dei giovani, che scoprono il passato prossimo e remoto del rock e lo
fanno proprio, spesso resuscitandolo con canzoni che guardano al futuro proprio ispirandosi a esse; e dei meno giovani, che quel passato non possono rinnegare e non vogliono dimenticare, perché la buona musica è memoria, individuale e collettiva, e contribuisce a dare continuità al percorso delle nostre vite, segnando magicamente un filo conduttore esistenziale che a tutti
noi ricorda che siamo stati giovani, abbiamo fatto cose importanti, abbiamo fatto cose inutili, abbiamo vissuto. 


Federico Fiumani

Ricordo uno speciale in tv, si vedeva Bowie che registrava agli Hansa Studios. Credo che il programma fosse "Odeon", ma non ci giurerei. Di sicuro andò in onda a tarda notte, e c’era Bowie che alla fine diceva: «...non so cosa sarò tra un anno: un predicatore, un santo, un pazzo... chissà».
Quelle parole fecero incazzare molto mia madre, venuta proprio in quel momento a intimarmi di andare a letto. La sconvolsero, ma a me piacquero da morire, anche se sapevo bene che per quanto fuori di testa Bowie era un artista molto furbo.Ecco, io volevo essere come lui, ragionare allo stesso modo. Ma non ci sono mai riuscito, me ne è mancato il coraggio anche se alla fine qualcosa, nel mio piccolo, l’ho pur sempre combinata.


Di Bowie mi piace un po’ tutto. L’indole trasformista, il talento compositivo, il fiuto per i musicisti di razza, la capacità di precorrere le correnti. il Bowie del biennio 1976/77 poi resta insuperato. di fatto, in quei due anni realizzò quattro dischi: "The Idiot" e "Lust For Life" di iggy Pop come produttore, più "Low" e “Heroes”. Quattro capolavori, uno più bello dell’altro.
Rimpianti? Quello di aver visto Bowie “incrociare” l’orbita di Tom Verlaine solo in occasione della cover di "Kingdome Come" nel 1980, per l’album "Scary Monsters".

Tom è da sempre il mio chitarrista preferito e sono convinto che, insieme, quei due avrebbero fatto grandi cose.


Morgan


David Bowie è un iceberg. Di lui non conosciamo che la punta, la materia affiorante, una parte minima di quello che effettivamente è il suo genio. Dal punto di vista musicale non credo esista un creatore di analogie, un alchimista altrettanto
estroso e bizzarro. Sono straordinari il numero e la varietà di elementi che Bowie è capace di infilare in una canzone. Ancor
più straordinari sono la sua abilità nel mediare arte alta e arte bassa e il gusto estetico con cui filtra ogni influenza e la rende organica con il resto.

Jazz, classica, accordi elementari di prototype, citazioni vocali di Lennon, testi ereditati dalla poesia.
romantica, filosofia nietzscheana: il bacino culturale e lo spettro di suggestioni a cui attingono le sue canzoni sono infiniti. Ma
oltre che per la sua complessità, la musica di Bowie mi piace perché, fondamentalmente, è dissonante. Bowie non ha paura
della distonia, della cacofonia, dell’aleatorio. È uno dei pochi musicisti pop che ti risparmia la noia dei tre soliti accordi e s’inventa strutture armoniche da musica classica. La ricchezza dei suoi arrangiamenti è tale che suonare la sua musica è un vero godimento.

 
David Bowie è uno scienziato del pop. Suono, arrangiamento, armonia, melodia, testo: nelle sue canzoni c’è un’inventiva
insindacabile.

E c'è un gusto costantemente aperto alle sollecitazioni che arrivano dall’esterno. La sua è sempre stata la posizione di chi sta dentro il “dibattito musicale”. Quando fa avanguardia lui frequenta l’avanguardia. Quando si inoltra nei territori della jungle non si mette a fare jungle di seconda mano, ma la fa da primo della classe. E quando collabora con Trent Reznor, che è un suo grande fan, Bowie riconosce che l’allievo ha superato il maestro e scende dalla cattedra: si mette ad ascoltare i dischi dei Nine Inch Nails e resta ammirato dalla formidabile dinamica di quelle produzioni. Li studia, fa le sue ricerche, impara a fondo la lezione e la mette in pratica nel suo lavoro. Bowie si è sempre lasciato attraversare dalle cose con.
cui ha avuto a che fare, nel bene e nel male. È morto e rinato tante volte, cambiando pelle continuamente, in coerente simbiosi con le cose che ha toccato e di cui si è nutrito.


Chi sostiene che sia niente di più che un astuto riciclatore di idee, suoni e stili altrui, non ha capito nulla. Nessuna delle canzoni che Bowie ha scritto assomiglia a qualcos’altro a parte "Starman", creata sul calco di "Over The Rainbow", il nostro non ha mai plagiato nessuno. Al massimo si è divertito a disseminare citazioni, comunque dichiarando sempre apertamente la fonte (vedi i Beatles nel finale di "Young Americans"). È un po’ come per gli alberi. Si può forse affermare che l’albero “copia” la terra in cui cresce? L’albero cresce perché ha quella terra sotto.
C’è così tanto di David Bowie da esplorare ancora, laggiù fino alla fine dell’iceberg.


Enrico Ruggeri

i Beatles si erano sciolti. erano già usciti "Deep Purple In Rock" e "Led Zeppelin III". Genesis, King Crimson e Yes avevano segnato il percorso del progressive. il mondo aspettava qualcosa di nuovo. Qualcosa che arrivasse da un altro pianeta.
io avevo sedici anni.

Manuel insolera gridò al miracolo dalle pagine di «Ciao 2001» e io mi fidai: andai a comprare "The Rise And Fall Of Ziggy Stardust"… rimase sul piatto per almeno quindici giorni, senza che io sentissi l’esigenza di ascoltare qualcos’altro. Io conservo ancora quel vinile frusciante, testimone di una delle mie prime folgorazioni.
Pochi giorni dopo ero in cantina a convincere i miei amici: «dobbiamo suonare queste canzoni». C’era tutto quello che avevo da chiedere alla musica, tutto era così diverso dalle polverose esibizioni dei nostri cantautori: un’immagine nuova, sogni a profusione, canzoni che ti si appiccicavano addosso e tanto rock’n’roll.

E le sorprese non sono finite: a ritroso, per "Hunky Dory" e "The Man Who Sold The World", e, poco dopo, l’altra folgorazione, "Aladdin Sane". E poi "Pin-Ups", album sottovalutato, prima raccolta di cover, esperimento che avrebbero seguito in migliaia, me compreso. Tutto in pochi mesi, mentre a Londra si consumava un addio che fu straziante per i suoi fans: Bowie che uccide Ziggy Stardust, proprio nel momento in cui il mondo era ai piedi dell’alieno. Non era un funerale: un attimo dopo eravamo in sala parto ad assistere all’ascesa del Duca Bianco, dei suoi nuovi suoni, del contatto con il rhythm and blues, con canzoni che prendevano nuova linfa dagli incontri con nuove anime musicali. E poi via senza neanche respirare verso altre sperimentazioni, in un abbraccio con la Mitteleuropa, con Brian Eno a viaggiare nel futuro con un occhio al passato, fino a “Heroes”, eroi anche solo per un giorno.


Questo è il Bowie che mi tengo stretto, padrone del tempo e della musica. il Bowie che ho suonato, inciso anche (nei miei album ci sono "All The Young Dudes", "The Jean Genie" e "Life On Mars?", e in concerto ho suonato anche “Heroes” e "Diamond Dogs"), quello pronto alle sfide e allo stupore, visionario e allucinato, con la voglia di segnare il percorso a suon di stelle.


Testi tratti dal libro "L'ultimo dei marziani" di Leo Mansueto (CaratteriMobili, 2012).


 

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