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David Bowie, i viaggi-chiave della sua carriera: un saggio di Andy (Bluvertigo)

Il musicista, grande estimatore e studioso di Bowie, contribuisce con un suo testo al nostro speciale
David Bowie, i viaggi-chiave della sua carriera: un saggio di Andy (Bluvertigo)

Ci sono cinque spostamenti fondamentali che hanno caratterizzato le diverse morfologie musicali e personali di David Bowie: cinque viaggi andata e ritorno che hanno portato dallo spostamento geografico allo spostamento iconografico, e - di conseguenza - alla creazione di differenti alter ego e alle metamorfosi musicali che sono state fondamentali nella sua carriera. 

Nel parlarne vorrei evitare i coinvolgimenti legati all’uso di stupefacenti, che negli ultimi anni sono sempre stati messi in rilievo parlando delle sue fasi, quasi fossero un manifesto di consumo personale: il suo stile di vita era inevitabilmente accessoriato da una serie di addizioni, ma vorrei mantenere il discorso sul piano artistico.

Perché Bowie ha sempre saputo ottimizzare i suoi spostamenti, non ha mai perso tempo. La sua è stata una continua cavalcata, anche irruente, attraverso alcune fasi. Bowie è stato un compulsivo della vita. E questi sono stati i suoi viaggi...

 

 

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Primo viaggio negli USA: da cantautore a Ziggy Stardust

E’ l’epoca post-”Space Oddity”. Bowie parte dal Regno Unito come cantautore capellone per gettarsi nella New York di Andy Warhol, che pure incrocerà, in un incontro per la verità piuttosto deludente. Torna in Inghilterra - con i capelli corti - e si proclama omosessuale, seguendo una spinta per autocelebrarsi presso la stampa che utilizzerà per manipolare i media, prendendo spunto dall’incontro fallito con il genio della pop art. Così nasce Ziggy Stardust.


Secondo viaggio negli USA: “Aladdin Sane” e la black music

La chiave è, come la chiamo io, la “musica dalla pelle nera”. C’è un aspetto del DNA musicale afroamericano al quale Bowie apre le porte, con “Golden Years” e il suo periodo funk. Raggruppa intorno a sé una band di musicisti di colore che lo influenzano tantissimo, e lui non si oppone in nessun modo a questo tipo di influenza. Anzi. Si fa permeare da quel tipo di ritmo, di trascinamento musicale proprio della sua fase funk. Penso a “Fame”, e a “Young Americans”. 
Lo spostamento americano e la fase funk dopo un po’ lo assorbono completamente, fino ad arrivare all'ultimo stadio, che è quello della metà degli anni Settanta: l’impulso della musica nera lo porta, alla fine, a far riaffiorare il bianchissimo Thin White Duke, con “Station to Station” - che, musicalmente, è un riassunto perfetto della black music, ma filtrata attraverso il suo nuovo personaggio - e il film “L’uomo che cadde sulla terra”.

Con questo viaggio Ziggy diventa Blackie, e - una volta diventato Blackie - il funk lo porta a consumarsi nel Duca Bianco. .
Una delle cose che ho sempre amato di Bowie è stata la sua capacità di mettere a frutto il suo disagio: non ha soltanto creato, grazie alle fasi euforiche, realtà parallele come quelle di “Diamond Dogs”, ma è stato anche capace di scavare e di mettere in bella il profondo disallineamento con il suo aspetto interiore, emotivo e spirituale. Si è sempre messo in gioco, mettendo in scena la crudezza della depressione. 


Terzo viaggio: dall’America a Berlino, la trilogia e la fine del Duca Bianco

Bowie dagli USA fugge a Berlino con Iggy Pop, e si chiude in studio con la sua equipe, nella quale trovano spazio il grandissimo Brian Eno - uno dei personaggi più amati dai frequentatori di Bowie proprio perché parte del trio composto da lui, Robert Fripp e Tony Visconti.

Sono gli addetti ai lavori che gli permettono di mettere in scena il suo stato generale dell’epoca. Scappa dall’America alla volta di una zona non sospetta, dove però c’è una turbolenza sociale che per lui e Iggy Pop - col quale sta compiendo un grandissimo lavoro anche dal punto di vista personale - rappresenterà una vera e propria manna. Al proposito, Bowie parla di Berlino come un vero humus energetico di enorme ribellione. In questa fase l’aspetto discografico legato alle vendite e alle classifiche smette di essere considerato una priorità: Bowie svolge in totale libertà un percorso artistico che lo porta quasi all’avanguardia. Dal suo incontro con i Kraftwerk all’utilizzo - in studio, agli Hansa - di quelle che per i tempi erano macchine all’avanguardia, appunto, nasce la trilogia. Questa terza fase si esaurisce con il passaggio che va dalla fase berlinese - con la chiusura della trilogia, che per la verità è rappresentata da un quarto disco, “Scary Monsters”, sorta di fine di un ciclo -.
all’abbandono dei panni del Duca Bianco. Viene quindi il momento del ritorno in auge nelle classifiche, con “Let’s Dance”.


Quarto viaggio: il ritorno negli USA, da Nile Rodgers ai Tin Machine

Ancora gli Stati Uniti, questa volta con Nile Rodgers.

E’ l’epoca del trionfale “Serious Moonlight Tour”, quello di “Let’s Dance”, degli stadi in tutto il mondo. Una volta ho avuto l’onore di parlarne con Nick Rhodes dei Duran Duran: lui era molto critico nei confronti della fase del "Glass Spider Tour", che è stato uno dei primi veri mega-show con un aspetto scenografico preponderante. A me fece impazzire, quando lo vidi in video. Secondo Rhodes, invece, in quella fase Bowie pareva annebbiato, come se gli anni Ottanta e la relativa cultura estetica gli avessero fatto perdere lo smalto di un tempo. .
Eppure pubblica album bellissimi, magari un po’ datati per quelle che erano le sonorità dell’epoca, come “Tonight” o “Never Let Me Down”. Bowie ha sempre avuto la capacità di stare un po’ in anticipo e un po’ al passo coi tempi: non è stato solo un precursore, è stato anche capace di interpretare le mode del momento, e adeguarsi con le sue continue metamorfosi.
Questo quarto viaggio si chiude con i Tin Machine. Siamo alla fine degli anni Ottanta, sul nascere del grunge. Bowie ha voglia di band, e ne forma una con due degli elementi chiave che hanno accompagnato Iggy Pop in studio, i fratelli Tony e Hunt Sales - rispettivamente a basso e batteria - e Reeves Gabrels, attuale chitarrista dei Cure, che avrebbe collaborato con lui per diversi album successivi. Un quartetto base. Hard rock, punk. Una fase stupenda: Bowie riprende in mano in sassofono, concede molto ai suoi compagni di gruppo, si mette a fare il cantante di una band. I Tin Machine, tuttavia, sono stati assolutamente sottovalutati, e non considerati come una presa di consapevolezza sonora di quello che stava accadendo. In quel periodo stava nascendo il grunge, e in maniera ancora più estrema i Tin Machine lo portavano in scena.

Quinto viaggio: il ritorno in UK, ‘Outside’ e la nascita di Nathan Adler

Bowie torna a fare il solista.

Prima del botto con “Outside” a metà anni Novanta c’è una fase transitoria con “The Buddha of Suburbia”, scritta per l’amico Hanif Kureishi, e “Black Tie White Noise”, sorta di ultimo sguardo verso il funk, condotto però in chiave sperimentale con l’aiuto di jazzisti - per me, un disco di trasposizione. Poi si rimette al lavoro con Brian Eno e dà vita a Nathan Adler, il suo ultimo alter ego, per l’album “Outside”. Un disco molto complesso, dove torna nel suo personale tunnel introspettivo. Sta vivendo un periodo particolare: nel frattempo si è sposato, ha cambiato vita. E’ il suo ultimo viaggio, questa volta di sperimentazione. Poi con il disco successivo, “Earthling”, amplia il suo raggio di attenzione alla jungle, inizia a usare in modo quasi esasperato parti suonate ma trattate elettronicamente, a rimanipolare ciò che è stato prodotto strumenti alla mano. Questa è l’ultima fase in cui Bowie va alla ricerca dell’ennesima metaformosi. Dopo, per sua stessa ammissione, inizia a trattare l’ultimo periodo della sua carriera utilizzando album e sonorità precedenti come colori di una tavolozza, per andarvi ad attingere a seconda delle necessità.


L’epilogo

“Blackstar” lo escluderei da ogni tipo di analisi. Anche “The Next Day” fa presagire qualcosa di molto strano. Dico la verità: “Blackstar” lo sto ancora studiando. E’ rimasto un capitolo così estremo e ricco di elementi da poter essere considerato un album fuoriclasse, ed elevatissimo.

Andy

(la foto dell'articolo è di Mauro Negri)

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