David Bowie, esclusiva Rockol: parlano i Computers ("Ragazzo solo, ragazza sola")

L'intervista di Rockol a Mario Balducci dei Computers, primi interpreti di "Ragazzo solo, ragazza sola", e le dichiarazioni di Claudio Fabi e Mino di Martino dei Giganti raccolte da Vito Vita
David Bowie, esclusiva Rockol: parlano i Computers ("Ragazzo solo, ragazza sola")

Gli anni ’60 furono anni magici: poteva capitare che due ragazzi abruzzesi, notati come cantanti in un night club di Genova, nel giro di poco tempo si trovassero in studio con Lucio Battisti, che li battezzò i “Simon & Garfunkel italiani”, e con Mogol. E che l’autore milanese affidasse loro una versione italiana di “Space Oddity” di David Bowie, proiettandoli verso la notorietà. Mario e Gabriele Balducci ai tempi si facevano chiamare Computers.

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Sono passati cinquant’anni, ma il fascino di quel pezzo bizzarro, “Ragazzo solo, ragazza sola”, rimane intatto. È Mario a raccontare la loro storia, riavvolgendo il nastro del tempo.

Quando è nato il duo?
“Io e mio fratello maggiore Gabriele siamo nati in Abruzzo. Quando eravamo piccoli la nostra famiglia si trasferì a Genova. Abbiamo sempre avuto la passione del canto e l’idea di formare un duo. Frequentavamo l’imprenditore Carlo Trapani, che ai tempi ci procurò qualche collaborazione con lo Zecchino D’Oro. Le prime esibizioni, in seguito, le tenemmo in un night di Piazza De Ferrari, nel centro di Genova. Io tenevo nascosta la mia età perché non ero ancora maggiorenne. Una sera, due signori distinti che sorseggiavano un cocktail iniziarono a squadrarci mentre cantavamo”.

Chi erano?
“Sandro Colombini e Bob Lumbroso. Ci parlarono di questa neonata etichetta, la Numero Uno. Dentro c’erano Lucio Battisti, Eugenio Bennato e altri. Era verso la fine degli anni Sessanta. Ci chiesero se ci interessasse lavorare con loro. Non ci pensammo due volte: il giorno dopo eravamo a Milano catapultati in un mondo e nel mercato musicale vero”.

“Ragazzo solo, ragazza sola” fu il singolo di debutto? 
“Sì. Iniziammo a lavorare con l’etichetta come coristi. Alcune volte scrivevamo anche canzoni per altri. Fu Mogol a chiederci se fossimo interessati a interpretare un brano del quale aveva scritto un testo in italiano. Si trattava di “Ragazzo solo, ragazza sola”: fu un successo. Nel 1971 facemmo uscire anche “Maena”, anche quello fu un brano fortunato”.

Conoscevate la canzone nella versione originale di David Bowie? Mogol vi spiegò perché stravolse il testo?
“Non la conoscevamo, la ascoltammo poi tempo dopo. Ma quando vennero da noi Mogol e Colombini e ce la presentarono, rimanemmo stupiti: era perfetta per un duo. Mogol ci disse che il testo era pensato per il mercato italiano: mise al centro un’esaltazione dei sentimenti. Tutti si fidavano del suo istinto. Il brano di Bowie invece era da 'astronauti', più complicato per l’Italia di quel periodo”.

Si ricorda la registrazione?
“Certo, la facemmo in uno studio di via Borsieri, a Milano. La Numero Uno non era solo un’etichetta, ma una grande famiglia. In quegli studi passavano spesso Lucio Battisti, che dava consigli e suonava la chitarra, e Mogol. Ognuno metteva a disposizione le sue competenze. Il giorno in cui toccò a noi, in studio c’erano a nostra disposizione musicisti come Franz Di Cioccio, Gianni Dall'Aglio e Franco Mussida: erano i turnisti di quel periodo. Fu straordinario a riguardare il tutto con gli occhi di adesso”.

Con Battisti parlavate?
“È successo in parecchie situazioni. Una volta, con il sorriso, ci disse: 'eccoli qui, i Simon & Garfunkel italiani'. Ripeto: era un mondo speciale, erano anni speciali. Zero spocchia, ma solo tanta voglia di lavorare e fare bella musica”.

Come nacque il nome Computers?
“Fu Gianni Boncompagni a suggerircelo. Diceva che in radio avrebbe funzionato. E ha avuto ragione. Avevamo la canzone giusta e il nome giusto, ma mancava ancora qualche cosa”.

Il look?
“Bravo. Fu Mara Maionchi la nostra direttrice artistica. Ci suggerì come vestirci e come muoverci in certi ambienti. Ebbe un ruolo fondamentale, e nell’etichetta e fuori fu considerata sin da subito una grandissima professionista. Quando il pezzo uscì eravamo al settimo cielo: mi ricordo che una volta in radio passarono i Beatles e poi subito dopo noi, fu incredibile”.

Che cosa avete pensato quando nel 1970 è uscita la versione in italiano di Bowie? 
“Mi ha fatto sorridere, cantava in italiano in modo strano. Non lo abbiamo mai conosciuto, ma mi ha dato una bella sensazione. Sembrava una voce amica”.

Quando Bertolucci ha messo la versione di Bowie e non la vostra nel suo film "Io e te" del 2012, ci siete rimasti male?
“Un po’ sì, ma lo ha fatto per il peso del nome. Un pezzo di Bowie resta un pezzo di Bowie”.

Perché poi lasciaste la Numero Uno, poco dopo quel successo?
“Ci furono dissapori fra Colombini e Mogol. Colombini abbandonò la barca. Noi venivamo da una famiglia di valori forti: 'non si abbandona chi ha creduto in te' era uno dei nostri punti fermi. Decidemmo di seguire Colombini: lui ci disse di non farlo e di rimanere nella Numero Uno con Mogol. Con il senno di poi, rimanemmo tagliati fuori dai giochi”.

Nel 1974 passaste alla Ariston. 
“Sì, mio fratello però non voleva più saperne di cantare. Rimasi solo, e fortunatamente trovai una mia fortunata strada personale. Iniziai a scrivere per Julio Igliesias, Iva Zanicchi, Little Tony, i Ricchi e Poveri, Christian. La mia carriera d’autore durò fino al 1990”.

C’era solo lei a scrivere i testi. Per questo erano firmati “Computer” e non più “Computers” al plurale?
“È la prima volta che qualcuno me lo fa notare. In effetti potrebbe essere così. Ai tempi non ci feci caso”.

Poi che cosa fece? E suo fratello?
“Dopo il 1990 entrai in una società sportiva, perché la discografia stava cambiando. Cambiò proprio l’intera industria. Ora sono fra i titolari di un tennis club a Milano. Mio fratello dopo la musica iniziò a lavorare nel teatro, curando la parte sonora di molti spettacoli. Ha avuto modo di collaborare anche con grandi personalità come Giorgio Strehler”.  

Claudio Cabona 


La storia della (anzi, delle) versioni italiane di "Space Oddity" non finisce qui. Grazie al collega Vito Vita, che ce ne ha concesso l'uso, riportiamo qui di seguito due frammenti di sue interviste a Claudio Fabi, che curò la registrazione della canzone in italiano cantata da David Bowie, e Mino di Martino dei Giganti, che pure incisero e pubblicarono una loro cover (con un testo diverso da quello di "Ragazzo solo, ragazza sola"), intitolata "Corri uomo, corri".


Dall'intervista di Vito Vita a Claudio Fabi

Con José Feliciano lavorai per la versione in italiano di "Light my fire", la cover dei Doors, per cui venne scritto un testo in italiano che non era un granché, ma alla fine non se ne fece nulla.
In questo ruolo mi occupai anche tra gli altri di David Bowie, di cui mi era piaciuta molto "Space Oddity" e che seguii per la realizzazione della versione in italiano, "Ragazzo solo, ragazza sola", in collaborazione con Giulio Rapetti, Mogol: andai in Inghilterra per seguire la registrazione del disco con questo testo abbastanza banale che trasformava le parole visionarie e futuribili di Bowie in una canzoncina d’amore.

Io l’ho sofferta, questa cosa, perché le parole di Mogol me le mandarono all’ultimo minuto, sono partito per Londra quasi senza testo, Giulio stava lavorandoci a Milano e io partivo da Roma. Quando mi arrivò lo lessi insieme a David e ci guardammo in faccia: capimmo subito che il testo di Mogol non c’entrava nulla, era proprio l’opposto del mondo culturale di Bowie, che però fece buon viso a cattivo gioco dicendomi 'Non ti preoccupare, questo ci hanno dato e questo facciamo', perché io ero più deluso di lui: anche se era un ragazzo ancora agli inizi, io lo ritenevo - ma non solo io, anche a Roma Lilli Greco e  Ettore Zeppegno erano della mia opinione - un artista interessante e creativo, grazie praticamente solo a questo primo singolo; ci rendevamo conto che rispetto al materiale che arrivava dall’estero in quel momento aveva un qualcosa di speciale.

Nello stesso periodo i Giganti la incisero con un altro testo di Mino Di Martino, "Corri uomo corri", che sicuramente era più vicino all’originale di quello di Mogol.

Sì, è vero; ma in generale era un problema di quasi tutte le cover del periodo, difficilmente il testo italiano rendeva un’idea di quello originale, noi avevamo questi parolieri che si sbizzarrivano ma quasi mai uscivano dai binari della solita canzone d’amore. Comunque facemmo questa incisione con una fonetica tremenda perché lui, essendo molto inglese, non riusciva a dare una pronuncia mediterranea…


Dall'intervista di Vito Vita a Mino di Martino dei Giganti

Nel 1970 avete pubblicato un 45 giri con tre brani di cui uno, "Corri uomo corri", era una cover di "Space oddity" di David Bowie. Il testo però è diverso da quello di "Ragazzo solo, ragazza sola", inciso dallo stesso Bowie e dai Computers, tuttavia è firmato ugualmente da Mogol: puoi dirci come è andata? 

Cominciamo con il dire che il testo è mio e non di Mogol; e anzi, quando dopo qualche tempo eravamo a suonare in Svizzera, è arrivata la moglie dell’epoca di David Bowie e ha chiesto chi avesse scritto il testo di "Corri uomo corri"; e poi, quando la sera siamo usciti a cena tutti insieme, lei mi ha detto “A mio marito è piaciuto tantissimo il tuo testo, quello che aveva fatto Mogol faceva schifo”.

Se avessi avuto più velleità magari sarei rimasto in contatto, e invece alla fine ci siamo salutati così “Se vieni a Londra passa a trovarci”. Comunque la questione all’epoca era così: chi per primo faceva la versione in italiano la firmava, e se anche uno dopo faceva una versione diversa, con altre parole intendo, a livello Siae restava la firma del primo autore; e nel nostro caso, Mogol aveva ovviamente tutti i contatti con la casa editrice inglese, il suo testo l’aveva scritto per primo, oltretutto io nemmeno ero ancora iscritto alla SIAE, così è rimasta solo la sua firma. Devo dire che Mogol non ha nessuna colpa, la regola era quella e io nemmeno lo sapevo, e poi stiamo parlando di una canzone che ha venduto poco più di trentamila copie, che oggi è tanto ma allora non era nulla, e poi abbiamo fatto sì e no due o tre apparizioni televisive con questo brano e basta.

Anche qui suonano Tempera e gli altri?

Sì, ma c’è anche Checco all’organo, se ascolti il finale di "Corri uomo corri" è lui che fa quella bella parte nel finale, un assolo pauroso, che dimostra che come musicista non aveva nulla da invidiare a nessuno. Quello che secondo me non è tanto riuscita nel brano è la parte cantata all’inizio da Papes, non è che non cantasse bene ma in quel caso non era tanto sul brano.
Il fatto è che io lavoravo sulla composizione, e poi in fase di arrangiamento eravamo coinvolti tutti, però in questi ultimi brani, con il fatto di aver coinvolto altri musicisti, c’è stata meno sinergia con il gruppo.

 

Vito Vita, giornalista e storico della canzone, che ringraziamo per averci concesso questi contributi, è autore di "Musica solida".

 

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