Addio a Cesare Romana: il saluto di Aldo Vitali

Un allievo ricorda il critico musicale scomparso giorni fa
Addio a Cesare Romana: il saluto di Aldo Vitali

Quando venni assunto al "Giornale" di Montanelli venni affidato a Cesarone.

Lo chiamavano così gli altri della Redazione Spettacoli, Maurizio Papini, Roberto Barbolini, Giuseppe Piacentino, Massimo Jevolella, Andrea Bosco, tutte persone speciali, originali, sul filo della bizzarria. Che si capiva perché Montanelli li avesse scelti. Era la redazione più pazza del mondo: uno studiava arabo di nascosto in bagno, uno riceveva corone funebri dai più grandi cantanti lirici per ripicca a una recensione non benevola, uno sapeva tutto di cowboy e poco altro. Poi c’era Cesarone. Cesare G. Romana (non ebbi mai il coraggio di chiedergli cosa si nascondesse dietro quella G puntata che ne caratterizzava così elegantemente la firma, girava voce che stesse per “Giulio”, ma chissà, non ci giurerei).

Il suo ruolo ufficiale era quello di critico musicale (musica leggera, rock, eccetera, sebbene ascoltasse più volentieri musica classica). Ma di fatto, chiunque fosse il capo (se ne avvicendavano molti), era il punto di riferimento della redazione. Non solo perché aveva la scrittura più cristallina di tutti (solo Montanelli era al suo livello, ma Indro non lo superava), anche per come era lui come persona: misteriosa, solitaria, con un passato di cronista di nera che ogni tanto affiorava dai suoi racconti, con una rocciosa formazione anarchica libertaria, con il suo vocione basso che spesso rendeva incomprensibile ciò che diceva, una voce che solo in qualche caso interrompeva i suoi lunghi silenzi. Ma soprattutto per la sua straordinaria bravura nella “macchina” redazionale: era un vero fenomeno, avrebbe potuto fare il giornale da solo, a una velocità supersonica e con una qualità inimitabile.

Credo che se adesso me la cavo con la "cucina di redazione", lo devo a quell’imprinting: ero il suo allievo, e arrivato in redazione mi insegnò tutto.

A disegnare le pagine, a decidere gli argomenti e i “pesi”, a fare i titoli. Ero anche il suo vice: se lui non aveva voglia o tempo di andare a un concerto o alla presentazione di un disco, andavo io. E mi ricordo che lo divertivano le mie prese di posizione drastiche, tipiche del giovane di bottega con scarsa esperienza e tanta presunzione. Ma mai una volta mi tagliò una riga, anche quando un mio articolo poteva metterlo in difficoltà con gli artisti con cui aveva rapporti amichevoli. Tutti lo rispettavano e lo temevano, ma raramente stroncava qualcuno. E se lo faceva il tono era così elegante che era impossibile per la vittima prendersela. .

Era amico fraterno di Fabrizio De André e una volta, a un Festival di Sanremo in cui era in gara Dori Ghezzi, mi presentò al suo amico Faber. Gli disse che ero un tipo in gamba, ma De André volle vederci chiaro e mi sottopose, nell’“aula magna“ del bar dell’Hotel Londra, a un vero e proprio esame sui "Promessi Sposi", chissà perché. La mia fortuna fu che sono da sempre un appassionato di Manzoni, perché se De André mi avesse chiesto qualcosa dei suoi amati scrittori americani contemporanei, di cui non so tuttora quasi nulla, Cesarone avrebbe fatto una brutta figura. E anch’io, ma mi sarebbe dispiaciuto per lui, che si era così bonariamente sbilanciato (e che, mi stavo dimenticando di dirlo, aveva insistito perché venissi assunto al "Giornale").

In quattordici anni passati quasi tutti i giorni insieme ho vissuto con Cesarone momenti bellissimi, altri divertenti (aveva un senso dell’umorismo molto raffinato, quindi irresistibile) e altri di normale quotidianità. Migliaia di giorni insieme, lui capo e io vice, sempre al sicuro sotto la sua ala protettiva. 
Finché un giorno Montanelli lasciò il Giornale per andare a fondare "la Voce" e chiamò me e non Cesare come capo degli spettacoli.

Ma non volle, chissà perché, Cesare. Questa è la parte più dolorosa della storia, che svelo solo ora. Perché non ebbi mai il coraggio di dire a Cesarone che era stato Montanelli a non volerlo, lui che aveva una venerazione per quello che chiamava bonariamente “il Vecchio”. Mi presi la responsabilità di dirgli che era una mia scelta, e credo che per un lungo periodo lui mi abbia considerato, giustamente dal suo punto di vista, un ingrato. Non venire alla "Voce" fu però la sua fortuna, perché dopo meno di un anno quel quotidiano di matti si dissolse nel nulla, mentre lui continuò a lavorare al Giornale. Forse con meno entusiasmo, ma col carattere che aveva difficilmente sarebbe andato a cercarsi un altro posto. Avrebbe preferito sparire, come ha fatto negli ultimi anni. .

In seguito ci siamo rincontrati, dopo aver vissuto insieme anni di quotidianità quasi... coniugale, solo qualche volta. Abbiamo riso di alcune vecchie gag che ci accomunavano, Montanelli era morto e avrei potuto svelargli la verità sulla "Voce". Ma non lo feci. E ancora oggi sono qui a chiedermi se ho fatto male o bene a nascondergli come erano andate le cose. Anzi, oggi non sono qui a chiedermi questo. Ma a piangere un maestro e un amico. A cui professionalmente devo tutto, e quasi tutto in tutto il resto.

Aldo Vitali

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