David Bowie, "Diamond dogs": l'analisi di Carlo Boccadoro

Il compositore e direttore d'orchestra scrive per Rockol del suo album di Bowie preferito
David Bowie, "Diamond dogs": l'analisi di Carlo Boccadoro

Una delle leggende metropolitane del rock riguarda Keith Richards, che nel 1973 sarebbe andato in una clinica svizzera per farsi sostituire interamente il sangue ormai intasato da alcool e droghe varie. Lo stesso Richards in realtà ha ammesso di essersi inventato questa storia, ma facciamo conto per un attimo sia vera: a questo punto possiamo anche immaginare David Bowie che lo segue in incognito, magari travestito in modo da essere irriconoscibile (la sua capacità di cambiare aspetto è
ben nota) e una volta raggiunta la clinica si reca furtivamente nella sala dove sono raccolte le dosi del sangue ormai esausto di Richards, ne preleva alcune fiale e, rubata al volo una siringa dal reparto infermieristico, se ne inietta una quantità tale da permettergli di sentire una parte di Richards dentro di sé.

Chissà se in questo modo avrà anche lui la capacità di creare dei riff di chitarra indimenticabili, che si scolpiscono nel tempo come icone.Guarda caso l'anno dopo Bowie dà alle stampe l'album "Diamond Dogs", dove sono presenti brani come la title-track e "Rebel Rebel" che sembrano usciti direttamente dalla penna del "Human Riff".
Frasi ossessive, scarnificate, ripetute all'infinito che sorreggono con potenza assoluta le canzoni, imprimendosi dopo un istante nella memoria per non lasciarla più: certo, Bowie aveva dimostrato già in passato di saper scrivere ottimi brani rock come "Watch that man", "The Jean Genie" e "Suffragette City", ma queste canzoni di "Diamond Dogs" hanno qualcosa in più, possono abitare tranquillamente nell'empireo dove si trovano "Satisfaction" e "Jumpin' Jack Flash".

 

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Partendo dall'idea di realizzare un album ispirato al libro "1984", progetto poi abortito grazie all'ottusità degli eredi di George Orwell, Bowie si ritrova fra le mani una serie di brani dal carattere apocalittico che descrivono nei testi una società in putrefazione avanzata, dove il cielo inquinato di fumo si stende su un paesaggio grigio in cui si intravedono pochi alberi scheletrici, ben rappresentati da Guy Pellaert nella copertina del disco in cui un Bowie mezzo cane e mezzo uomo osserva l'acquirente dell'album con sguardo ipnotico, in compagnia di creature altrettanto inquietanti, due matrone felliniane pronte a trasformarsi in bulldogs feroci in grado di azzannarti alla gola senza pensarci due volte.


Anche il dipinto del gatefold interno descrive in una luce polverosa un paesaggio di rovine infinite.
Il testo di "Future Legend" accompagna il tutto raccontando di un mondo dove la morte è protagonista assoluta e in cui pochissimi sopravvissuti si aggirano tra palazzi disabitati e cadaveri che si squagliano sui marciapiedi, assaliti da “pulci grandi come topi che succhiano il sangue da topi grandi come gatti”. I riferimenti anatomici dei protagonisti della canzone "Diamond Dogs" non a caso fanno riferimento ai mostri del film di Todd Browning "Freaks".
All'inizio della canzone Bowie urla: “Questo non è rock'n roll, questo è genocidio!” e sul formidabile riff di chitarra si innesta una canzone che prima del ritornello ha uno scarto ritmico improvviso in cui si alternano battere e levare, recuperati successivamente con una battuta asimmetrica in 5/8. La sezione ritmica segue questi sbalzi senza fare una piega essendo composta dal basso di Herbie Flowers (che tutti ricorderanno come autore dei glissandi di "Walk on the wild side" di Lou Reed) e dalla granitica batteria di Ansley Dunbar (che negli stessi anni faceva parte delle Mothers di Frank Zappa e quindi si trovava davanti partiture ben più ardue dal punto di vista ritmico): queste alternanze di ritmi composti si ritroveranno alla fine dell'album nella struttura portante di "Chant of the ever circling skeletal family" che alterna battute di 6/4 e 5/4.


Anche il suono delle chitarre è molto più grezzo e amatoriale rispetto ai dischi precedenti; Bowie decide di rinunciare alla perfezione tecnica di Mick Ronson per fare da sé: quello che si perde inevitabilmente dal punto della precisione lo si guadagna in brusca immediatezza, nasce un suono ruvido che Bowie esplorerà a fondo successivamente negli album con i Tin Machine. 
Innumerevoli sono le citazioni e riferimenti ad altre musiche presenti nel disco: durante "Future Legend" appare in versione elettrica la melodia di "Bewitched", classico di Rodgers & Hart tratto dal musical "Pal Joey" e divenuto in breve uno dei classici del songbook americano, entrato nel repertorio di Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald; dei riffs che omaggiano Keith Richards si è già detto, ma non solamente i Rolling Stones sono presenti idealmente nell'album, dato che i nastri suonati al contrario che introducono "Sweet Thing/Candidate" arrivano direttamente dalla coda del brano "Flying" dei Beatles presente in "Magical Mystery Tour", ma sono proiettati in un registro molto più scuro trasformando le ottimistiche scorribande psichedeliche dei Fab Four in un qualcosa di limaccioso, che ben si adatta ai personaggi descritti nella canzone, tra cui un politicante che si diverte a spargere bugie citando anche figure come quella di Charles Manson e due ragazzi che si imbottiscono di droga e si suicidano assieme gettandosi nel fiume tenendosi per mano.

Alla fine le chitarre danno vita a un cluster di puro rumore che passa da una cassa all'altra, trovando la sua progenitura nel caos della coda di "Helter Skelter" dei Beatles.


Il/la protagonista di "Rebel Rebel" non è definito dal gender, la sua ambiguità e diversità rimangono in tutta la canzone come elemento di ribellione nei confronti della propria famiglia: comunque questa canzone rimane l'unica del disco in cui i testi non si abbandonano al più cupo pessimismo ma dipingono una situazione di energia giovanile in piena attività.
Naturalmente tutto finisce presto, e nei brani successivi si ritorna nel buio più fitto.

Le parole apparentemente innocue di "Rock'roll with me" sono accompagnate da un andamento musicale funereo che ricopre tutto di cenere, mentre la successiva "We are the dead" è un manifesto fin dal titolo, dove uomini e donne senza alcuna speranza di futuro combattono “con gli occhi dei ciechi” e ballano “dove i cani marciscono defecando estasi” in un mondo ormai estinto dove le mani “sono quasi appassite”.
La chitarra ritmica con il wah-wah del brano "1984" rimanda allo "Shaft" di Isaac Hayes di tre anni prima, mentre l'uso del clavicembalo elettrificato, l'organo Hammond e le figurazioni degli archi riportano immediatamente alla memoria il suono retrò di innumerevoli brani pop degli anni Sessanta.


L'album culmina nell'epica "Big Brother", introdotta da altre allusioni beatlesiane (il suono della tromba proiettata nel registro acutissimo di "Penny Lane" si sovrappone al mellotron epico di "Strawberry Fields Forever") la cui produzione in stile Phil Spector dà il giusto tono di grandiosità, mentre la bellissima melodia sottolinea il desiderio del protagonista di essere guidato da un leader cui obbedire ciecamente (pensando ai seguaci di Donald Trump oggi le parole sembrano davvero profetiche).
Alla fine del "Chant of the ever circling skeletal family" la musica si paralizza all'improvviso, imprigionata in un loop ripetuto all'infinito che lentamente scompare, inghiottito da un'eco metallica che riporta tutto l'album in fondo al pozzo da cui proveniva.
Bowie ci regalerà altri album eccellenti negli anni successivi, ma a parer mio nessuno ha più raggiunto la forza tellurica di "Diamond Dogs", che a distanza di decenni risplende ancora di una luce malata e ambigua che lo pone tra i vertici della storia della musica rock.

Carlo Boccadoro

Carlo Boccadoro, compositore e direttore d’orchestra, è nato a Macerata nel 1963. Vive e lavora a Milano.
Fra i libri da lui pubblicati, "12. Storie di dischi irripetibili, musica e lampi di vita" (qui la recensione di Rockol) e "Lunario della musica. Un disco per ogni giorno dell'anno".

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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