Porfirio Rubirosa, un dadaista in cerca di una nuova umanità

Tra sacro e profano, nel nuovo album “Breviario Di Teologia Dadaista” il cantautore seziona, cita, mescola e rigetta la nostra realtà, partendo da una storia antica, iniziata molto tempo addietro. Che non potevamo non farci raccontare.   
Porfirio Rubirosa, un dadaista in cerca di una nuova umanità

Dalla Genesi all’Apocalisse, un viaggio di creazione e distruzione attraverso lo sguardo cinico e surreale di chi si affaccia sul grande buco nero di un mondo in preda a vecchie e nuove barbarie.

Porfirio Rubirosa nel suo “Breviario Di Teologia Dadaista” ha ricomposto una personale Bibbia tra reggae, sirtaki, pop, folk e goliardia, giocando tanto con le parole quanto con il comune senso del pudore. Per infastidire di sicuro, ma anche per lasciarsi alle spalle il lungo sonno della ragione del nostro tempo. “Essere dadaista significa prendere la realtà granitica e monolitica che ci circonda per farla a fette e rimontarla in una maniera differente. Per me vuol dire essere in un posto diverso da quello che gli altri pensano che tu sia e dire una cosa diversa da quella che gli altri pensano che tu debba dire. Un circolo vizioso e diabolico che Gaber a suo tempo aveva già teorizzato: noi non suoniamo liberamente, ma suoniamo quello che la libertà vuole”. .
 
Andare controcorrente quindi per cambiare le regole. “Scegliere di non fare nessuna pubblicazione digitale è la decisione più moderna che ci possa essere. L’epoca dei follower, dei like e delle visualizzazioni è destinata a scomparire perché è soltanto una soddisfazione effimera e vanesia che dura il tempo di un battito di ciglia, ma il mondo va sempre di più, non in direzione dei grandi numeri, ma in quello delle piccole comunità. Non mi interessa andare alla conquista di decine, centinaia o migliaia di ascoltatori occasionali che fanno un ascolto altrettanto occasionale del mio album, che è un concept album. A me interessa intercettare quelle persone che abbiano voglia di ascoltare un disco così come io l’ho pensato e come a loro piace ascoltarlo. Certo, l’urgenza comunicativa può scendere a compromessi con l’industria, ma la cosa tremenda è che sia l’industria a dire come fare le canzoni”.  
 
La ricerca di una nuova maturità, per il musicista che ha scelto come nome d’arte quello di uno dei più assidui frequentatori del jet set internazionale del Novecento, è condizionata da un nemico spietato. “In realtà anche i playboy si trovano ad affrontare il mostro più terribile che esista: il tempo! Io ho cominciato facendo canzoni da spiaggia, divertenti e allegre, ma ho capito a un certo punto che le canzoni, in quanto espressione artistica, sono un’occasione. E purtroppo di canzoni come di occasioni nella vita non ce ne sono all’infinito. Così ho pensato che dovevano essere sfruttate per dire qualcosa. Non potevo più permettermi di fare dei brani solo per il gusto di farli, volevo che ci fosse qualcosa di più. Bernie Rhodes, lo storico manager dei Clash, li motivava dicendo che se nei loro pezzi non c’era un cazzo da dire allora tanto valeva non farli nemmeno. Magari non tutto riesce bene, ma non ci si può ridurre sempre a un tipo di espressione effimera e gioviale. Si dice in giro che ci vuole leggerezza. No, io dico che ci vuole profondità”. 
 
Dall’iniziale “Tolomeo, perché sei morto?” alla conclusiva “Oggi non mi va”, ogni testo è accompagnato da note esplicative che oscillano tra Galileo e Ghali, Maradona, Bob Marley, beat generation e punk per descrivere il nostro tempo. “Lì c’è tutto il mio mondo culturale, con quelle modalità espressive. Nel booklet dell’album ci sono circa ottanta note ai testi, tutto ciò che ha contribuito a formarmi, perciò non posso non averne rispetto. Certo, con un mio stile di understatement, di sovvertimento delle normali scale di valore vicino a quello ideato da Freak Antoni. Lui aveva quella maniera lì, buffa, nonsense, surreale, di trattare le cose. Il suo grandissimo difetto però è stato quello di aver coniato il termine “demenziale”, che nella percezione di tutti è un disvalore. Un altro a cui mi posso sentire affine è Rino Gaetano. In lui c’è molto di quel citazionismo preso, mescolato e buttato”.  
 
Il “Breviario” riformula in dodici brani dogmi e liturgie dell’uomo contemporaneo con uno sguardo piuttosto pessimista. “Chiunque afferma che nel futuro staremo meglio per me è un pazzo, incapace di seguire quello che succede nel mondo. C’è una frase in “Giudizio universale” che dice: “Siamo tutti morti, siam cadaveri ambulanti e anche se non lo diciamo, lo sappiamo tutti quanti”, perché essere gioviali e spensierati vale soltanto per l’Orchestrina del Titanic o per i gerarchi nazisti nell’aprile del 1945 a Berlino. Girarsi dall’altra parte è un atteggiamento che secondo me vuol dire negare l’evidenza. Un sospiro di sollievo arriverà quando avremo finalmente la consapevolezza di dovercene andare da questo mondo lasciando più di quanto abbiamo preso”.  
 
Quindi meglio riavvolgere il nastro e tornare alle teorie di “Tolomeo”, forse… “Quella è falsamente una canzone terrapiattista. Un pretesto per dire di smettere di essere oggetti e tornare ad essere soggetti, come diceva Gaber, per uscire da questa enorme omologazione di massa. Non è culto dell’individualismo, ma di ricerca dell’essere umano e delle sue capacità. Se tutti noi riuscissimo a scoprire il nostro vero talento, il mondo sarebbe avanti di millenni. Se io scoprissi di essere quello che sa aprire le ostriche in venti millesimi di secondo saremmo tutti a cavallo. Probabilmente il più grande scienziato di tutti i tempi in questo momento sta facendo il fruttivendolo. Tirare fuori i nostri talenti può succedere solo se siamo capaci di esprimerci in piena libertà”.  
 
La favola di un biscotto invenduto in “L’omino biscottino” porta l’attenzione sul problema degli allevamenti intensivi, con un video apertamente provocatorio. “In realtà nell’economia della canzone il personaggio dell’omino biscottino non serve a niente. È un “white rabbit” che utilizzo per far abbassare la guardia all’ascoltatore con le situazioni edulcorate che a Natale funzionano sempre e tirare poi un diretto con un altro tipo di messaggio, completamente diverso. Nel video c’è molto di questo esperimento sociale perché ho voluto fare una cosa percepibile come brutta e pure un po’ stupida, ma guardandola, stai facendo il mio gioco”.  
 
Una società piena di paradossi che si scontra nei suoi valori nelle vicende di “Lazzaro ed Epulone”. “È una storia vera. E ho capito una cosa: che noi da un punto di vista lavorativo siamo arrivati a talmente tante stratificazioni per cui esistono moltissimi lavori dove non si produce un cazzo. E penso ai broker assicurativi e finanziari che mi hanno proposto investimenti che io come un pollo ho sottoscritto per vent’anni. Materialmente non ho mai ottenuto niente: non è che mi hanno dato una cassetta di mele, un libro o qualcos’altro. Ho solo perso soldi. Allora che differenza c’è tra quelli e uno che mi viene a chiedere un euro? La differenza è che l’impatto sociale tra chi mi chiede un euro è molto molto inferiore a quello che me ne fotte mille all’anno facendomi fare investimenti del cazzo che non mi hanno portato mai niente”. 
 
Un modo per sensibilizzare, con un linguaggio diverso, sulle tematiche del lavoro che ha consegnato alla canzone “Lazzaro ed Epulone” il premio “La Musica è Lavoro” in questo difficile 2020. “La penso come De André. Inserire la musica all’interno di un cluster lavoro è quanto di più riduttivo ci possa essere. Devo veramente ringraziare la CISL che mi ha premiato, perché al giorno d’oggi premiare il mio tipo di cantautorato può farlo solo chi ha molto coraggio. Io però confido nell’esempio di Nicola Arigliano: ha ricevuto la considerazione che meritava a 80 anni, ma lui è rimasto là e ha aspettato che arrivasse. Ecco, magari un giorno scoprirò che qualcuno potrà non trovare sciocco o superficiale il mio modo di raccontare le cose”.  
 
Il ruolo perciò è sempre quello di un cantautore scomodo. “Piero Ciampi aveva un’urgenza espressiva e comunicativa distante dal concetto di successo che abbiamo noi con un orizzonte limitato. Si dice in giro di quello o di quell’altro: “Suona ancora?” o “Non l’ho più sentito!”, mentre nel frattempo magari ha fatto tantissimo. Giuni Russo dopo “Un’estate al mare” ha avuto un percorso artistico e personale incredibile e a distanza di quindici anni dalla morte tanta gente la sta scoprendo ancora oggi. Credo che il senso sia fare le proprie cose e non correre dietro alle cose, perché se corri dietro al mondo arrivi sempre dopo”. 
 
Senza limiti e senza certezze, soprattutto sul palco. “Come Antonin Artaud ne “Il Teatro della Crudeltà”, non voglio che il pubblico quando viene a vedere un mio spettacolo torni a casa confortato, perché se succede questo vuol dire che non ho dato niente. Mi ha fatto crescere quello che non conosco e che ho dovuto sforzarmi per capire. Ciò che ho afferrato immediatamente mi ha solo rassicurato”.  

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