David Bowie, cinque anni dalla morte: gli ultimi giorni

Dal 3 gennaio al 10 gennaio 2016, "Blackstar" e l'addio
David Bowie, cinque anni dalla morte: gli ultimi giorni

New York, 3 gennaio 2016


“David, che piacere, come va?”, esclama Tony Visconti quando, sul suo FaceTime, appare il volto sorridente dell’amico di una vita.
“Ciao Tony, qui non si molla”, risponde David. “Ho appena finito di registrare un demo. Ora, in totale, ho cinque nuove canzoni. Che dici, facciamo un altro album?”.
Visconti è sconcertato. Ormai da quando conosce David, e cioè da quasi 40 anni, non si sorprende più delle sue trovate, spesso assurde e imprevedibili. Ma, sapendo dell’attuale situazione, rimane spiazzato da quelle parole.

Per replicare, usa l’ironia: “Ragazzo, tra qualche giorno ne compirai 69, quando si è anziani bisogna prendersela con calma. Te l’ha mai detto nessuno?”.
“Ma piantala, parli tu che fai ancora il giovane andando in giro per l’America con gli Holy Holy a suonare le mie canzoni. Le facessi almeno bene!”, risponde David mostrando un sorriso sardonico.
“E poi ti dovresti vergognare”, prosegue, “non sei manco venuto a vedere una replica del mio 'Lazarus'”.
“Touché”, ribatte Tony, “però ti farà piacere sapere che me ne hanno parlato bene. Facciamo un patto: io passo al NY Theater Workshop per il 'Lazarus' e tu ci fai il regalo di venire a cantare un paio di pezzi con noi alla Highline Ballroom, ok?”

“Affare fatto amico mio, contaci”, dice David, questa volta in modo dolce e affettuoso. “Comunque, per la cronaca, il musical sta andando a gonfie vele. Dopo Broadway andremo a Londra. Ne parlavo qualche giorno fa con Ivo Van Hove, il regista, e con il nostro comune amico Robert Fox: mi piacerebbe ci fosse un sequel”.
“David”, lo incalza Tony, “ti ricordo che l’8 gennaio, il giorno del tuo compleanno, pubblicheremo 'Blackstar', il tuo nuovo e venticinquesimo album”.
Ora la sua voce assume un tono professionale, da produttore e non più da amico: “Ci abbiamo lavorato tanto ed è venuto proprio bene… gli vogliamo fare un po’ di promozione?”.


“Sì, Tony, non preoccuparti”, anche la voce di David a questo punto si fa seria. “Per 'Blackstar' ho in mente la miglior mossa di marketing possibile”.

 

 

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Una settimana dopo

Nella notte tra il 9 e il 10 gennaio, in una stanza d’albergo a Toronto, l’iPhone di Tony Visconti inizia a emettere suoni di ogni tipo: sono notifiche di SMS e WhatsApp. Un diluvio di messaggini tutti tristemente uguali – e tutti egualmente tristi – di sole tre parole: “Bowie has died”.
“Rammento solo di aver esclamato: ‘Oh mio Dio’”, ricorda Tony commosso. “Anche se sapevo che sarebbe successo, non credevo sarebbe avvenuto così presto. Pensavo di essere pronto, ma non lo ero”.
Poco prima, sulla pagina Facebook del cantante era stato postato  questo messaggio: “10 gennaio 2016, David Bowie è morto circondato dall’affetto dei suoi cari dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro durata 18 mesi”.


L’8 gennaio David Robert Jones aveva compiuto 69 anni. Nel 2016, nei mesi successivi alla morte, le vendite di "Blackstar" superano i due milioni di copie, facendolo diventare l’album di maggior successo di Bowie degli ultimi anni: la sua annunciata “mossa di marketing” ha funzionato.

2014, la diagnosi

A metà del 2014 gli era stato diagnosticato un tumore al fegato.
Sottoposto a un programma di chemioterapia, Bowie aveva reagito bene – tanto da tornare al lavoro con entusiasmo e rinnovate energie.
“Un giorno è arrivato in studio”, ricorda Visconti, “e non aveva più capelli né sopracciglia… era reduce da una seduta di chemio, ma non l’aveva detto a nessuno. Tutti – musicisti e tecnici inclusi – ce n’eravamo accorti, ma lui non aveva proferito parola.
Alla fine della session ha voluto parlarmi in privato. Ci siamo seduti in una stanza, solo noi due, uno di fronte all’altro. E lì mi ha raccontato della malattia. Non sono svenuto per miracolo”.
A metà 2015 sembrava proprio che la terapia stesse funzionando. Anche i medici parevano ottimisti: il cancro era in remissione.


“Eravamo tutti super contenti”, racconta Tony, “solo David sembrava in ansia. ‘Per ora è in remissione’, diceva, ‘non significa che sia guarito’. Coscienziosamente, aveva continuato a fare la chemioterapia
e a lavorare al disco. Io ero certo che ce l’avrebbe fatta. Poi, a novembre, la notizia ferale: il tumore si era diffuso ovunque. Non restava più niente da fare”.
Solo in quel momento, Tony Visconti si era reso conto del vero significato dei testi di "Blackstar".
“Sei un maledetto furbacchione”, gli aveva urlato, “hai voluto fare un disco d’addio”.


Bowie gli aveva sorriso, così come aveva fatto con Johan Renck, regista del video di "Lazarus", il brano scelto per promuovere "Blackstar". “Ero stato io ad avere l’idea”, ricorda Renck. "Gli avevo detto: se il pezzo si chiama 'Lazarus’, devi stare in un letto. In realtà, pensavo al personaggio dei Vangeli e non alla malattia di David”.


Proprio durante i giorni in cui veniva girato il clip, a Bowie veniva comunicato che il tumore era ormai incurabile e che le terapie sarebbero state sospese. “Ma sul lavoro è sempre stato lucido e professionale, spingendo me e la troupe a fare altrettanto”, ha raccontato Renck. E l’ha confermato il vecchio amico Robert Fox, il produttore coinvolto da Bowie per la realizzazione del musical "Lazarus".
“Sapevo della malattia”, ha spiegato Fox, “ma come tutti quelli a cui l’aveva detto, anch’io ho mantenuto la promessa di non divulgare la notizia. David con 'Lazarus' ha fatto l’ennesimo miracolo: in 10 mesi è riuscito nell’impresa, quasi impossibile per un musical, di creare uno show e portarlo in scena”. “David ha partecipato a molte prove”, ricorda ancora Fox, “e poi è venuto in teatro la sera della
prima, il 7 dicembre. Ma ha voluto starsene in disparte. È sempre stato una persona molto schiva, attenta alla propria privacy”.

 

Un inglese a New York

Lo sanno bene i newyorchesi.

Dal 1992, da quando cioè aveva sposato la top model somala Iman Mohamed Abdulmaji, Bowie era diventato uno Newyorker convinto, acquistando anche un appartamento al nono piano della Essex House a Central Park South. “C’ho vissuto così tanto che ormai non potrei abitare da nessun’altra parte”, diceva spesso. Della Big Apple amava ogni cosa: il fatto di essere metropoli cosmopolita sempre in movimento, in grado di dare spazio a tutti e a tutto, specie a chi aveva idee artistiche e progetti culturali validi e innovativi. E soprattutto era felice di poter vivere nella “capitale dell’anonimato”, di non venire fermato per strada, di non essere sottoposto alla tortura quotidiana di autografi o selfie. .
“Ci siamo visti un sacco di volte per un tè o un cappuccino a Le Pain Quotidien a Broadway”, ricorda ancora Robert Fox. “Chiacchieravamo come due amici e nessuno ci veniva a disturbare. Sì, ogni tanto sentivo qualcuno che diceva: ‘Ma quello è…’. Però poi ci lasciavano in pace”.


D’altronde, Bowie conduceva una vita assolutamente normale: accompagnava a scuola la figlia Lexi, la andava a prendere a casa di amici e – da vero newyorchese – di mattina passeggiava per le strade di SoHo.

Dopo aver venduto il loft alla Essex House, nel 2002 i Bowie avevano infatti comprato un appartamento al 285 di Lafayette Street, un condominio nel cuore del “South of Houston street”. Quasi tutti i giorni, David faceva un salto nelle librerie della zona come la McNally Jackson Books in Prince street o lo Strand sulla Broadway, il posto (quest’ultimo) in cui, come diceva lui, “non trovi mai il libro che cerchi ma trovi sempre quello che non pensavi di cercare”.
La musica (registrata) la scovava al Bleecker Street Records Store, mentre quella live la ascoltava al Bitter End sulla MacDougal, il vecchio club che negli anni Sessanta aveva ospitato i grandi del
folk revival, a un passo da Washington Square dove Bowie amava fermarsi ad ammirare gli street artist che ancora oggi popolano quel bizzarro angolo di Manhattan.
Da buon abitudinario, poi, a David piaceva prendersi un cappuccino allo storico Caffe Reggio del Village, una volta frequentato dai beatnik, o mangiarsi un turkey sandwich da Olive’s in Prince Street. Oppure ancora fare acquisti presso il 23 bistrot italiano Bottega Falai, proprio di fianco al portone di casa.

 

Un rifugio fra le montagne

Dopo aver registrato "Heathen" e "Reality" negli studi Allaire di Shokan, nei pressi di Woodstock, NY, David aveva scoperto il fascino delle Catskill Mountains, “luoghi aspri, ma semplici e genuini”, come lui stesso li aveva definiti. E, d’accordo con Iman, nel 2011 aveva acquistato quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto diventare il suo “buen retiro”: una casa da due milioni di dollari, immersa nel verde di Mount Tonche. “Bowie veniva spesso a Woodstock”, ricorda Joe Veillette, guru degli strumenti acustici. “Lo si incontrava per strada, nei bar o nei ristoranti. Ma negli ultimi mesi era sparito dalla circolazione”.
Ciononostante, sempre in virtù della sua riservatezza, non erano in tanti a conoscere questo suo rifugio nascosto nelle montagne
“David era molto più casalingo di me”, ricorda Iman, “e a Woodstock stava da Dio”. Sempre fedelmente al suo fianco, fino agli ultimi istanti di vita, Iman continua a commuoversi ripensando a quei “24 anni di vita insieme frenetici, passionali e deliranti, ma sempre pieni d’amore, e che oggi mi sembrano volati via troppo velocemente. Non riesco ancora a concepire una vita senza di lui. Ma sono sicura che David è qui, da qualche parte, perché l’amore non finisce, si trasforma”.
Due giorni prima dell’addio, Iman aveva twittato: “Ti amerò fino alla morte… buon compleanno Mr. Bowie, ci rivedremo tra le stelle”.

 

Il testamento

Nel suo testamento, depositato presso un notaio newyorchese, pare che Bowie abbia chiesto esplicitamente che le sue ceneri venissero sparse a Bali, secondo il rito buddista. In realtà ci sono almeno altri due luoghi in cui, si dice, le spoglie del cantante possono essere state depositate.
Uno è il celebre festival esoterico Burning Man che si tiene dal 1986 a Black Rock, nel deserto del Nevada. Ma la notizia, pubblicata su diversi rotocalchi nordamericani, è stata categoricamente smentita dal primogenito Duncan Jones, il figlio che Bowie ha avuto da Angela Barnett. “Se mio padre avesse voluto che i suoi resti fossero dispersi in pubblico, avrebbe scelto Skegness Butlins”, ha dichiarato scherzando, quando ha menzionato il luogo di vacanza per ragazzi in cui, nel 1960, Lennon e McCartney avevano incontrato Ringo Starr per chiedergli di unirsi ai Beatles.
Più probabile, invece, che il posto in cui le ceneri di Bowie sono state sparse possa essere il “buen retiro” sulla Tonche Mountain, nei pressi di Woodstock, New York, dove David e Iman amavano trascorrere in solitudine, immersi nella natura, giornate di relax in una villa
costruita a loro immagine e somiglianza. 

 

Il testo è tratto da "Amore, morte e rock'n'roll" di Ezio Guaitamacchi, pubblicato da Hoepli, per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

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