Zucchero: "Mai stato uno stratega, mi interessa solo suonare con bravi musicisti”

Il successo e la depressione, le collaborazioni internazionali e l'attitudine diversa dei colleghi italiani, le polemiche: un'intervista senza filtri con Adelmo Fornaciari: "Io sono una star - se vogliamo usare questo termine - anomala"
Zucchero: "Mai stato uno stratega, mi interessa solo suonare con bravi musicisti”
Credits: Daniele Baracco

“Attenzione alla stufa, esce del fumo!”, si interrompe Zucchero. “Scusami”, riprende la conversazione, “Ma qua dove sono abbiamo ancora le stufe a legna”. Parla di Lunisiana Soul, il suo mulino tra Alpi e Appennini, Liguria e Toscana, dove si ritira quando non è in tour o in promozione: è appena tornato da Milano, dove ha racontato a stampa e TV “D.O.C. deluxe” e il duetto con Sting, “September”.

“Ristrutturando questo posto ho ristrutturato me stesso”, mi dirà nel corso dell’intervista: Zucchero è così, uno che passa tranquillamente dal racconto del successo a quello della depressione che lo ha accompagnato per anni, superata non con l’analisi ma con il lavoro per rimettere in piedi un vecchio casale. Di sé dice: “Non sono uno stratega, non sono un comunicatore”, spiega di voler pensare solo alla musica a non alle polemiche. Ma commenta candidamente anche quello che si dice di lui, dalle storie di plagi, alle litigate vere e presunte, come quella con Vasco: “C’è una grande stima reciproca, ora ci frequentiamo un po’ meno e ogni tanto qualcuno tira fuori una frase fuori contesto. Abbiamo fatto anche delle cose insieme ma non le abbiamo mai pubblicate”. Ha più amici musicisti all’estero che in Italia, e ci spiega perché.

Partiamo da Sting, e dalla vostra recente collaborazione su “September”. Vi conoscete da più di 30 anni, giusto?
Ci siamo conosciuti nell’89, aveva preso una villa vicino a Pisa, gli era piaciuto “Oro incenso e birra” e aveva chiesto ad un amico comune di conoscermi.

La chimica a quella prima cena fu immediata, tanto che mi chiese di fare da padrino a sua figlia Coco il giorno dopo. Ero in soggezione e non gli ho mai chiesto il perché, credo di avergli ispirato subito fiducia. 
Da lì in poi siamo rimasti in contatto e abbiamo fatto diverse cose assieme. Quest’estate, era in Italia, mi ha chiesto un testo per una melodia a cui stava lavorando, senza sapere come l’avremmo usata. Abbiamo finito per trovarci e inciderla: ho colto l’occasione per metterla nel mio disco, lui nel suo. Dovevamo uscire in contemporanea, poi lui ha posticipato a marzo il suo album di duetti, mentre noi avevamo già programmato di uscire a dicembre.

Miles Davis, Eric Clapton, i Queen, gli U2 e tanti altri. Ma proporzionalmente le tue collaborazioni con gli italiani sono molte meno. Come mai?
La maggior parte delle mie collaborazioni internazionali non sono state cercate o pianificate, sono successe. Con gli italiani forse qualcuno l’avrà chiesto a me o alla mia casa discografica, ma non credo di avere avuto tante richieste…

Credi che queste frequentazioni internazionali abbiano creato invidia nei tuoi colleghi?
Non credo, è diverso.

Clapton, per esempio, mi chiamò un pomeriggio per fare un salto sul palco la sera a Bologna, dove suonava con Elton John. Mi indicò una canzone, che non conoscevo: dalle 3 alla sera me la sono imparata. Non siamo riusciti a fare neanche il soundcheck, l’abbiamo provata in camerino e siamo andati sul palco. Lo stesso quando sono andato sul palco a Torino con gli U2 qualche anno fa. Devi avere coraggio ed essere in grado di farlo. 
Quando ho fatto “Zu&Co” a Londra ho chiesto ad un italiano di partecipare, 20 giorni prima del concerto. Lui, non dico il nome, subito ha detto di sì, poi ha iniziato a chiedere se poteva portare la sua band, poi ha iniziato a dire che c’era poco tempo, anche se conosceva la canzone. È un’attitudine diversa. .

Quali sono i colleghi italiani a cui sei più legato?
Con De Gregori ho molta sintonia da sempre, per me è un poeta: sono un suo fan e lui di me. Poi c’è Guccini, ci conosciamo da tanto tempo, da ancora prima di fare delle cose assieme. Vasco, con cui ci siamo frequentati per tanto tempo. Ora forse un po’ meno: io sono sempre in giro, lui ha le sue cose. Ma quelle due o tre volte che hanno provato a metterci contro erano frasi prese fuori contesto: se c’è una persona con cui parlare di musica, parlare di vita e stare assieme è lui. Abbiamo anche fatto delle cose assieme ma non sono mai uscite. C’è una stima reciproca.

Sei stato tra i primi a fare gli stadi, alla fine degli anni ’80 e primi ‘90. Negli ultimi anni molti tuoi colleghi li hanno cercati e ci sono arrivati, mentre tu fai luoghi più intimi. L’unico San Siro che hai fatto, nel 2008, era per un pubblico seduto come in un teatro. Ti manca quella dimensione?
Io ho fatto gli stadi al tempo di “Blue's” e di “Oro, incenso e birra” e sono stato non dico consigliato male, ma non c’è stato un lavoro di posizionamento da parte di chi lavorava con me al tempo. 

Mancanza di strategia o la tua musica non è adatta a quegli spazi?
Io non sono mai stato uno stratega, lasciavo fare, a me bastava suonare con dei buoni musicisti. Non ho mai investito sull’immagine da stadio. Poi quando uno fa gli stadi canalizza tutto il pubblico in 4 o 5 date: io ho sempre desiderato andare a suonare un po’ ovunque. Da una parte forse mi ha penalizzato, ma se fai 20 concerti all’Arena non è che la quantità di gente sia molto diversa. Poi per la musica che faccio, magari il mio pubblico è più sofisticato, vuole la certezza di avere un posto, di alzarsi. Ovviamente è un discorso che vale anche per altri artisti come Clapton ed Elton John. Non che io sia al loro livello…

C’è qualche scelta della tua carriera che non rifaresti?
Quando uscì “Senza una donna” nella versione con Paul Young la registrammo in un attimo, quasi per scherzo, perché eravamo uno fan dell’altro. La mandammo in giro e arrivò al numero 1 senza un video né altro pianificato, solo grazie alle radio. Mi dissero che era il momento perfetto per andare in tour in Europa, ma io ero depresso e dissi che non ci pensavo neanche.

Hai raccontato apertamente la tua depressione di quel periodo. Come hai vissuto il successo?
Dopo anni in cui cercavo di avere un contratto, dopo un primo disco che non vendette bene, mi è esploso tutto. Per me fu già tanto fare un disco con la musica che volevo fare. È capitato tutto così in fretta: “Oro Incenso e birra” che va meglio di “Blue's”, il successo internazionale di “Senza una donna”, il Pavarotti & Friends, i Queen che mi chiamano al tributo a Freddie Mercury… Non ho neanche avuto tempo di pensare a me stesso, sono stato dilaniato: da una parte ero al top, dall’altra, per la mia vita personale, ero all’inferno.

Di depressione nella musica si parla da relativamente poco tempo. Pensi che sia difficile andare oltre al mito dell'artista di successo invincibile?
Io sono una star - se vogliamo usare questo termine - anomala. Non ho mai fatto strategie per apparire in un modo o nell’altro. Quando stavo male si vedeva e lo dicevo, anche in un tempo dove i miei attacchi di panico erano visti come esaurimenti nervosi. Non mi sono mai preoccupato di dare un’immagine non genuina, diversa da quello che sono nella vita di tutti giorni. Non sono un comunicatore, sono uno che può passare dalla ragione al torto in una frazione di secondo.

Hai mai pensato di ritirarti per la troppa pressione?
Si, ma non perché non sopportassi la pressione, ma perché ero andato talmente in depressione per la mia vita privata che quando mi rivedevo in TV mi chiedevo dove avessi trovato quell’energia, quella gioia. C’è stato un momento in cui mi sono ritirato in una casa di legno sul mare con un cane. Sono sparito per un po’ e ho scritto “Miserere”.

Hai raccontato di avere odio e amore per il palco: i momenti prima di salire erano complicati, per te. È ancora così?
No, l’ho superata. Prima avevo la sensazione di essere radiografato, pensavo che il pubblico pagasse il biglietto per vedere dove sbagliavo, se davo abbastanza. Avevo le mie ansie. Poi ci ho lavorato, mi sono detto: io sono questo, quando sono sul palco non mi risparmio, cerco di trasmettere tutto quello che ho dentro, con dei grandi musicisti. Se non vi piace, ciccia.

Come hai superato queste ansie? Sei andato in analisi?
No, non sono andato in analisi. Non avevo neanche la forza di uscire dal cancello di casa. Mi dissero di questo vecchio mulino da comprare, ma non ci volevo andare. Poi quando l’ho visto ho avuto la sensazione di esserci sempre stato. Piano piano, ristrutturando quel mulino, mi sono ristrutturato anche io. È diventato Lunisiana Soul, dove vivo anche ora.

“Discograficamente non vale una cippa”, dissero di te agli esordi.
Dicevano che non ce l’avrei mai fatta con la voce e la faccia che ho. Oggi sorrido e penso com’ero genuino e ingenuo. Mi facevano fare le passerelle di fronte alle segretarie per provare i vestiti che avrei dovuto mettere a Sanremo… E io mi prestavo a queste cose.

Dall'altro lato, però, nella tua autobiografia “Il suono della domenica”, racconti quelle che definisci le “sfide impossibili” ai tuoi collaboratori.
Più che altro desideri: come quando chiesi a Miles Copeland di farmi inserire nel cartellone di Woodstock, ma il cast era già chiuso. Michael Lang, l’organizzatore, mi conosceva e mi inserì: un sogno realizzato. Ma non credo di aver mai frustato qualcuno per fargli fare cose che non volevano. Sono molto esigente con musicisti e produttori, questo sì.

Credi che questo tuo modo di fare ti abbia portato ad alcune rotture nella tua carriera?
Le rotture ci sono state e se lo chiedi a me, io penso di avere le ragioni per averle fatte. Se lo chiedi a loro possono dirti le loro, ovviamente. Grazie a Dio ho una memoria da elefante e so benissimo il perché di certe scelte. Inutile far polemiche.

Però nelle polemiche tu vieni spesso tirato in mezzo. Che rapporto hai con quello che si scrive e si dice di te?
Se è una valutazione su un disco o un concerto, ed è motivata, non oserei mai dire che uno è stronzo per quello che ha scritto. Se sento della ruggine, della malafede per gettare del fango, non mi fa piacere: sono sempre stato così. Misero in dubbio che Randy Jackson avesse davvero suonato nel disco. Pur non essendo nessuno e avendo tutto da perdere, chiamai chi l’aveva scritto e gli dissi che se non gli era piaciuto il disco poteva dirlo, ma insinuare quel dubbio no. O quando dissero che per incidere con Miles Davis gli avessi regalato una Ferrari: ma in quel periodo non avevo neanche gli occhi per piangere.

In retrospettiva pensi che più diplomazia ti avrebbe giovato?
Questo sono io, non sono mai stato diplomatico. Sono cresciuto tra il diavolo e l’acqua santa, tra il sacro e il profano. Tuoi colleghi mi hanno chiesto come uno che ha scritto “Dune mosse” possa avere scritto “Per colpa di chi” o “Vedo nero”. Convivono in me questi due aspetti, uno goliardico che arriva dal rhythm and blues, con uno più intimo e malinconico, quello delle ballate. Non ho mai trovato nulla di anomalo in questo.

Poi c’è la questione dei tuoi presunti plagi: la causa da cui è partito tutto, quella con Michele Pecora per "Era lei", venne vinta da te. Ma le accuse si sono ripetute altre volte.
L’avvocato di Pecora si ritirò perché non c’erano i termini. Poi ormai sono tutti professori, così come quando ci son le partite son tutti allenatori. Poi con i social, con l’anonimato… Sono i “codardi” di cui parlo in una mia canzone recente. È facile andare a spulciare, potrei raccontare tanti di quegli episodi, anche di tuoi colleghi… Ormai fanno parte dell’inventario. C’è chi per invidia o per racimolare qualche soldo ci prova.

Hai raccontato però che quella storia per un po’ ti ha lasciato il terrore che quello che scrivevi assomigliasse ad altro.
Mi ha bloccato per un po’, fai la figura dell’orco in quei casi. Ma consiglierei a tutti questi fenomeni di leggere “Anche Mozart copiava” di Michele Bovi o di leggere le interviste di Morricone che sosteneva che il plagio non esiste. O di farsi un elenco di tutte le canzoni rock che attingono ad altri classici. Non si è ancora capita la differenza tra l’essere ispirato e il plagio.

Hai spesso collaborato con altri autori, per i testi: Mogol, Panella, De Gregori, Paoli. Che rapporto hai con la scrittura?
Io mi sono ritenuto, soprattutto agli inizi, più un autore di musiche che di testi. Era un blocco, pensavo che fosse meglio affidarsi a degli specialisti. Però mi facevano penare, sembrava scrivessero più per fare un piacere alla casa discografica, mi facevano attendere, non potevo dire la mia. Così ho avuto una ribellione, mi sono detto “provaci, così non ti rompono più i coglioni, avrai pure qualcosa da dire”. 

E così nacque “Rispetto”. 

Ebbe successo e mi chiamò persino Vasco dicendo che avrebbe voluto scriverla lui. Così presi coraggio e da lì in poi li ho scritti quasi tutti io. Quando c’è un’idea molto personale e ho paura di rovinare la musica con un testo non all’altezza. Come “Diamante”, quando parlai con De Gregori a cui dissi che volevo scrivere di mia nonna e lui ha fatto un’opera d’arte. In quei casi, quando rischio di essere non obbiettivo o romantico, collaboro: mi sembra un atto di umiltà.

Ho trovato una tua intervista del ’99 in cui dici che “Internet ucciderà la musica. La grande rete sarà un magico veicolo per il music business, ma ruberà spazio ai musicisti veri, quelli che creano e che sudano sulle note”. La musica è ancora viva, ma il resto?
Che tutto questo sarebbe arrivato anche in Italia me lo fece notare Corrado Rustici già 20 anni fa, dall’America. La crisi del suonare, dell’album come opera e concept: “Vedrai che non esisteranno più, si faranno le loro compilation prendendo un pezzo di qua e uno di là”. Io rispondevo dicendo che era come entrare in una salumeria prendendo un etto di cotto e uno di mortadella, un pezzo di formaggio. È quello che è successo, da noi un po’ in ritardo. Mi piace che questi strumenti servano ai giovani che faticano ad avere un contratto: è un grande aiuto perché puoi far sentire la tua musica anche senza una casa discografica. Però io quando faccio un album ho bisogno di avere una visione totale.

Come vedi la tua carriera nei prossimi anni?
La vedo incentrata sul live: sono aumentati i posti prestigiosi dove suonare, le capacità. Non voglio essere troppo pessimista, ma il disco fisico rischia di diventare un oggetto per il banco del merchandising.

Ma farai ancora dischi?
Si, sono due rituali diversi. Il tour è adrenalina, è consumo immediato. Il disco è ritiro, lavoro certosino. Sono momenti entrambi belli ma diversi. Per questo io preferisco scrivere d’inverno e andare in tour d’estate. L’inverno aiuta la concentrazione.

Non sappiamo ancora cosa succederà l’anno prossimo. Hai un piano B se non andrai in tour?
Aspettiamo a gennaio di vedere che aria tira, se li faremo e come. Il fatto è che ogni paese ha una situazione diversa… Se parto in tour, per un anno sarò in giro, se no mi dovrò inventare qualcosa per tenere il motore in funzione. O magari mi invento qualche altro lavoro da fare a Lunisiana Soul, tipo piantare altri alberi.

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