Quando Keith Richards si mise in proprio

Nella seconda parte degli anni Ottanta il chitarrista dei Rolling Stones è in piena crisi con Mick Jagger.
Quando Keith Richards si mise in proprio

Caro, vecchio Keith, oggi ne compi settantasette.

Nella smorfia napoletana il settantasette corrisponde ai diavoli, ‘E riavulille, in lingua originale. E tu, un diavoletto, lo sei per davvero. Per noi sei un diavolo buono. Un diavolo che continua a regalarci dell'ottima musica e ti/ci auguriamo possa farlo ancora per molto. Un diavolo che il 17 ottobre del 1961 al binario 2 della stazione ferroviaria di Dartford - cittadina situata a circa cinquanta chilometri a sud-est di Londra – incontrò un altro diavolo di nome Mick Jagger: Mick aveva sotto braccio due dischi, tu avevi in mano una chitarra. E, come si dice in questi casi, il resto è materiale per la storia del rock. Un capitolo particolarmente ampio e importante della storia del rock, quello che avete scritto con la vostra band, i Rolling Stones.

La saga dei Rolling Stones scorre ininterrotta dalla prima metà degli anni Sessanta, ma, come accade in ogni famiglia, non è sempre stato tutto rosa e fiori.

Di tensioni ce ne sono state molte e qualche libera uscita si è rivelata necessaria per rinsaldare il rapporto. La prima libera uscita discografica, leggi disco solista, di Keith Richards risale al 1988. Il 3 ottobre di quell'anno infatti venne pubblicato "Talk is Cheap". Un album che il chitarrista inglese ha scritto insieme al poco più che trentenne percussionista newyorkese Steve Jordan che all'epoca aveva in portafoglio l'aver militato nei Blues Brothers e l'aver suonato, nel 1986, nell'album di Neil Young "Landing on Water". Invero, uno dei peggiori dischi di sempre del cantautore canadese. Ma è necessario contestualizzare: si era in pieni anni Ottanta, un periodo delicato per molti degli eroi del rock del ventennio precedente. Vuoi perché questi stavano facendo i conti con gli 'anta', vuoi per il doverli fare trovandosi alle prese con nuove sonorità a loro estranee.

Succede che i Rolling Stones nella seconda metà degli anni Ottanta stiano attraversando un periodo di crisi.

Nel 1986 pubblicano "Dirty Work", un disco poco convincente sotto molti punti di vista, non ultimo quello musicale. In più, Keith è convinto che Mick si sia tenuto i pezzi migliori per i suoi due album solisti – "She's the Boss" (1985) e "Primitive Cool" (1987) – impoverendo quindi la buona riuscita di “Dirty Work”. I cui lavori, a Parigi, agli ordini del produttore Steve Lillywhite, furono all’insegna del malumore che serpeggiava evidente e sovrano tra Mick e Keith. “Talk is Cheap”, forse, nacque proprio in risposta a quella insofferenza. La critica acclama il lavoro solista di Keith, che viene indicato come 'il vero Rolling Stone'. Il vanitoso Mick Jagger non rimane indifferente agli elogi spesi dalla critica per l'album del compagno di mille avventure. Il frontman degli Stones è sempre stato un tipo particolarmente sveglio e comprende che se vuole mantenere in vita i Rolling Stones deve darsi una mossa, quindi, dopo anni di rapporti tesi, tende la mano e si ricongiunge in studio con Keef e, a Barbados, solo qualche mese dopo la pubblicazione di "Talk is Cheap", i due gettano le fondamenta per l'album del grande ritorno della più grande rock band di tutti i tempi: il 29 agosto 1989 esce “Steel Wheels”.

Ma torniamo a "Talk is Cheap". Oltre a Keith e Steve Jordan nell'album suonano - chi più, chi meno - Maceo Parker, Sarah Dash delle Labelle, Patti Scialfa della E Street Band, Bernie Worrell, Bootsy Collins, Chuck Leavell, Memphis Horns, Willie Mitchell, Mick Taylor (ex chitarrista dei Rolling Stones), Charlie Drayton, Ivan Neville, Waddy Wachtel, Michael Doucet, Stanley Dural, Jimmy Kinnard, Joey Spampinato, Bobby Keys e il pianista Johnnie Johnson, il “Johnny B. Goode” celebrato da Chuck Berry che, al tempo dell'album, era caduto in disgrazia e lavorava a St. Louis come autista di autobus.

“Mettetelo in un sacchetto di carta marrone.

Non me ne frega un cazzo della dannata copertina”, questa fu la reazione di Keith Richards quando si dovette decidere la grafica della copertina di “Talk is Cheap”. Per lui, infatti, la sostanza (leggi, la musica) ha sempre avuto molta più importanza della forma (leggi, tutto il resto) e anche questo disco non fa eccezione, tant’è che per lui è ancora “fresco come il giorno in cui è uscito”. In un’intervista dell’epoca, disse: “È un disco vero. Non abbiamo affatto cercato di fare qualcosa di modaiolo”. Che sia un album sincero lo dimostra una canzone come “You Don’t Move Me”, dove Keith sfoga la sua rabbia nei confronti di Jagger, dandogli dell’avido egoista. Ma, al di là delle beghe personali, il disco è autentico nelle sonorità e brani come “Take It So Hard,” “How I Wish” o “Whip It Up” ci fanno capire quale dei due Stones avesse ancora delle buone cartucce da sparare. Per sua stessa ammissione, Keith Richards, in realtà, non voleva registrare un disco da solista, lo fece solamente perché in quel momento le cose con Mick Jagger non funzionavano per il verso giusto. Comunque sia "Talk is Cheap" gli servì per ritrovare la linfa necessaria a nutrire la sua creatività e, nella duplice veste di chitarrista e cantante, a esplorare terre sconosciute. Per una volta, non fu costretto a scrivere canzoni cucite addosso a Mick.

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