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Clash, 40 anni di “Sandinista!”: intervista a Drigo dei Negrita

Il chitarrista: “Furono una band incredibile, punk anche nei confronti del punk stesso”.
Clash, 40 anni di “Sandinista!”: intervista a Drigo dei Negrita

I Negrita indicano da sempre i Clash come una delle band fondamentali per il loro percorso. Per i 40 anni di “Sandinista!” abbiamo chiesto a Drigo di raccontarci che cosa abbia rappresentato questo triplo disco e il legame che li unisce alla band inglese. “Si tratta di un album che non contiene hit come “London Calling” ma è denso di creatività e di ricerca. I suoni stavano cambiando, si stava andando verso gli anni ottanta, in cui la tecnologia avrebbe modificato in modo sostanziale tutta la musica – dice il musicista - di lì a poco si sarebbe sedimentato un suono rimasto intatto fino all’arrivo del grunge.

I Clash preferirono seguire la propria strada, pubblicando un disco crossover in cui il reggae, il rock, il punk, il blues, il rap e la dance trovano un equilibrio. I Clash sono stati punk anche nei confronti del punk stesso. Lo hanno cambiato e non si sono fatti schiacciare da determinate influenze, sono partiti da un genere e ne hanno esplorato altri, pur mantenendo vivo il loro background”.

Che cosa unisce Negrita e Clash? “Noi siamo sempre stati attirati dai Clash, perché hanno avuto la forza di non essere settoriali, ma di andare oltre le barriere – sottolinea Drigo - il reggae, per esempio, è un genere che ci ha sempre affascinato, ma che all’inizio della nostra carriera, nei nostri primi album, non ci sentivamo di proporre. Il nostro disco più vicino alla ‘modalità Clash’ è stato “HellDorado”. Fu registrato a Buenos Aires fra un viaggio e l’altro, dentro c’era una forte esigenza artistica e l’influenza della musica latin avvolgeva tutte le nostre produzioni. Come i Clash e i Mano Negra di Manu Chao abbiamo cercato di fondere quelle sonorità con il rock, mantenendo anche una forte attenzione sulla parte testuale”.

E poi un ricordo speciale. “Nel 2015 io e Cesare, altro componente dei Negrita, decidemmo di andare al festival di Glastonbury su invito del fotografo Alessio Pizzicannella, che lavorava nel Regno Unito ed era molto amico dei Coldplay, prima che registrassero il loro primo album – conclude - mi ricordo che al festival si poteva passare da un’area all’altra solo camminando, era un’immensa distesa naturale in cui solitamente si radunano oltre 100 mila persone. Ricordo nitidamente .anche uno spazio dedicato a Joe Strummer, che era solito frequentare il festival dormendo in tenda, come una persona qualunque. In quell’area dedicata alla sua memoria c’era una sorta di atmosfera religiosa che non dimenticherò mai”.

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