Il ritorno di Moltheni: “Confondo Salmo con Coez, Calcutta con Gazzelle”

Il cantautore pubblica l’album “Senza eredità” a undici anni di distanza da “Ingrediente novus”: “Il mio scopo è far stare bene le persone con la mia musica”
Il ritorno di Moltheni: “Confondo Salmo con Coez, Calcutta con Gazzelle”
Credits: Daniele Franchi

Cantautore dalla scrittura trasversale e sempre riconoscibile, Moltheni è ritenuto uno dei padri fondatori del movimento alternativo degli ultimi vent'anni. Nel corso della sua carriera ha toccato numerose sponde del genere indie-rock, rappresentando un riferimento importante per la generazione di autori che lo hanno succeduto. Oggi si muove in un mondo tutto suo, lontano dai riflettori e dal marasma dell’indie-pop, continuando a sfornare canzoni che sono piccoli gioielli. A undici anni di distanza da “Ingrediente novus”, Umberto Maria Giardini, che non hai mai smesso di fare musica con nomi o progetti diversi, recupera il nome d’arte Moltheni, la cui prima uscita risale al 1999, per pubblicare il nuovo album “Senza Eredità”, in uscita venerdì 11 dicembre.

Questo è un disco targato “Moltheni”. Perché un ritorno a questo nome dopo 11 anni? Quali sono le differenze rispetto a un album di Umberto Maria Giardini?
“Il ritorno-non ritorno si è solo ed esclusivamente materializzato per la volontà di dar vita a quei brani che durante la carriera Moltheni non furono mai registrati, ma occasionalmente suonati dal vivo. Le differenze rispetto a “Umberto Maria Giardini” sono notevolissime ed evidenti, sia nel linguaggio che nel suono. Due cose diverse se pur viaggianti su binari per ovvi motivi paralleli. Tuttavia non spetta a me spiegare le differenze, è un incarico troppo noioso. Basta ascoltare ed essere masticatori di musica, il passo successivo della comprensione viene da sé”. 

Come è stato dal punto di vista emotivo mettere le mani nei cassetti della memoria tirando fuori i germogli che poi sarebbero diventati queste canzoni?
“È stato un processo abbastanza lungo durato circa due anni, ma non per questo noioso.

Per forza di cose mi sono dovuto rituffare in determinate sensazioni che appartenevano più agli anni della mia giovinezza, che alla mia maturità artistica sopraggiunta successivamente, tuttavia è stato molto romantico correggere, definire, e chiudere un cerchio che, senza rendermene conto, era rimasto ancora aperto. Ho cercato per prima cosa di non snaturare determinate modalità relative alla scrittura, nonostante ciò mi sono trovato molto a mio agio nel dover completare quello che appariva solo accennato e/o incompleto”.

Il risultato?
“Il risultato credo abbia premiato assieme a me anche chi ha creduto nel progetto e nell'idea, come la mia etichetta e come Corradino Corradi, amico fraterno che mi è stato sempre vicino nei momenti in cui ne avevo bisogno”.

Il pezzo “La mia libertà”?
“È il brano che apre l'album e l'unico scritto recentemente (2019). Lo scopo è stato quello di legare il passato con il presente, cercando di amalgamare i brani vecchi e originali di Moltheni, con qualcosa che sarebbe potuto essere il Moltheni di oggi, se fosse ancora esistito. Ne è venuto fuori un brano straordinario, una sorta di marcetta che denuncia cosa siamo diventati, privi di libertà e con la dignità sotto alle scarpe, quasi sempre alla ricerca del denaro a costo di diventare ciò che non vorremmo essere. Questo brano materializza il mio frequente obbiettivo di far riflettere, oltre che far cantare”.

La copertina dell’album?
“È un collage di Poison. Racconta della mia vita. Io tamburino, la mia famiglia medio borghese, mia madre, le donne, gli uomini e il mistero della fanciullezza, che determina nei suoi passaggi e nella sua psiche ciò che saremo da adulti. È una copertina molto diversa da tutte quelle adottate nella carriera Moltheni, ma è a suo modo stupenda e contestuale al contenuto”.

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Molte canzoni mi sembrano legate al concetto di libertà, all’idea di andare oltre gli ostacoli. È così?
“Ognuno deve ascoltare, leggere e tradurre quello che la sua reale visione della realtà gli suggerisce.

La mia musica non ha mai dato messaggi, poiché io non ne sono in grado e neppure mi interessa farlo. Posseggo da sempre un manierismo discretamente riconoscibile, visionario sempre collegato a ciò che scrivo e a come lo interpreto. Come se non bastasse, chi mi conosce lo sa, sono sempre stato molto distaccato dal mio pubblico, incapace di comunicare con esso in modo diretto. Il mio scopo è fare stare bene le persone che ascoltano la mia musica, tentando di renderle consapevoli di quello che l'essere umano è, nelle sue convinzioni, nelle sue incertezze, nei suoi molteplici dubbi spesso incoffessabili”.

Sul fronte musicale hai lavorato in modo diverso rispetto al passato?
“No. Io non lavoro mai in modo diverso dal passato, detesto l'idea di rinnovarmi perché sarebbe come snaturarmi. Non critico chi cerca e ricerca il nuovo, o il cosiddetto cambiamento, ma non potrei né vorrei mai applicarlo al mio lavoro, perchè non mi apparterrebbe, saprei di bleffare. Dal passato, specie nella musica, ho sempre succhiato insegnamenti, dal futuro incertezza e approssimazione. I tempi che corrono ne sono la prova, anche al di fuori del mondo legato al pianeta musica”.

Non manca il pop…
“In "Senza Eredità" ho affrontato il lavoro come sempre faccio, seguendo il mio istinto di accelerare e frenare quando era necessario. Mi sono circondato di persone capaci e responsabili, in grado di cogliere nel mio sguardo le mie intuizioni del momento, questo mi ha permesso di lavorare sereno e concentrato come piace a me. Credo lo si avverta ascoltando l'intero album che definisco estremamente pop. Gli stati di umore diversi fra di loro, finiscono per confluire nel denominatore comune della malinconia, approdando in un porto sicuro e accogliente, dove nulla può nuocere, senza significati importanti, senza tempo”.

Nella tua carriera hai più volte lavorato con Franco Battiato
“Franco è una persona straordinaria ed estremamente intelligente. Il suo contributo nella storia della musica italiana è stato per lungo tempo molto sottavalutato, nonostante sia diventato poi una sorta di guru nazional-popolare. Come dire, tutti amano Battiato, persino coloro che non conoscono la sua musica. Ai miei occhi questo approccio appare come un’ipocrita forma di manierismo tipica degli italiani, un po' come successe quando morì Dalla, poi amato e osannato da chiunque. Di quelle esperienze vissute con Franco ne faccio tesoro, ma non amo parlarne. È di sicuro un mio limite”.

Il nuovo cantautorato pop italiano oggi ha preso una strada precisa, tracciata da band e artisti come Cani o Calcutta. Da cantautore, che cosa ne pensi?
“Non sono in grado di rispondere poichè disconosco la materia.

Confondo Salmo con Coez, Calcutta con Gazzelle, e francamente non sento la necessità di metterli a fuoco per definire le loro presunte differenze. Molti cantano quasi in dialetto romano, altri sono sfacciatamente scazzati tanto da atrofizzarmi le palle dopo appena dieci secondi di ascolto. La verità è che inconsapevolmente sono tutti figli della rete e dell'epoca che rappresentano, di conseguenza anche volessi non riuscirei a seguirli. Se esistesse una scena con giovani talentuosi come .Emma Nolde, allora mi sforzerei di ricercare, ascoltare, guardare e comprendere ciò che mi si presenta davanti, ma la realtà ha un’altra fisionomia che mi lascia indifferente”.

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