Don't think twice, it's all right: Dylan e Universal Music Publishing

Il business dei cataloghi regna sovrano. Qualche considerazione sul suo funzionamento e sull'operazione di ieri.
Don't think twice, it's all right: Dylan e Universal Music Publishing

Cosa significa la vendita dell'intero catalogo di Bob Dylan a Universal Music Publishing? Che il primo ha incassato circa 300 milioni di dollari e che la seconda, avendoli pagati, reputa che nel tempo ne genererà di più. La cifra in sè è elevata, forse mostruosa; in termini relativi, però, non lo è affatto.

Stevie Nicks, in cambio di una quota di maggioranza del suo catalogo ceduta a Primary Wave (e non per la sua interezza, quindi) ha di recente incassato 100 milioni di dollari: in proporzione all'ampiezza e al valore potenziale dei due songbooks, con tutto il rispetto, non c'è nemmeno paragone tra l'autrice di "Rhiannon" e Dylan. Nemmeno paragone. La differenza è che, come azionista di minoranza del proprio catalogo, la ex frontwoman dei Fleetwood Mac continuerà a incassare royalties pro-quota.

Sul mercato dei cataloghi abbiamo già riferito varie volte e torneremo  spesso nel vicino futuro. Il lettore affezionato di queste pagine avrà certamente notato anche la copertura di Rockol su Hipgnosis, questa settimana di nuovo sotto i riflettori nell'appuntamento con l'andamento delle quotazioni delle aziende musicali in borsa. Hipgnosis insegna esattamente come funziona il business dei cataloghi.

Nata con alle spalle un fondo appositamente creato per acquisire quote di maggioranza di cataloghi di autori - che, in base al modello, restano spesso co-proprietari per essere motivati essi stessi nella valorizzazione continua e futura del business - Hipgnosis ha una lista della spesa lunga circa un miliardo di sterline per i prossimi 12 mesi.

Funziona così: per il prossimo round di acquisizioni, chiedo al mercato - che so - 200 milioni di sterline; come società, pago quei fondi emettendo nuove azioni e, quindi, diluendomi in termini di azioni proprie. Tuttavia, via via che il valore di Hipgnosis cresce, ad ogni giro successivo quei 200 milioni di sterline le costeranno meno azioni, poichè il loro valore pro-capite sarà aumentato nel frattempo. Grazie a cosa? Grazie, per l'appunto, al valore dei cataloghi acquisiti. Quella che viene definita una leva favorevole: investo 100, aumento istantaneamente il fatturato, il mio valore prospettico viene accresciuto, il mercato lo anticipa e il valore delle azioni sale subito (e con azioni più costose, ai giri successivi spenderò meno).

Come aumenta il valore delle azioni di una Hipgnosis (non all'infinito, s'intende, ma durante la sua fase espansiva)? Aumenta all'aumentare del suo giro d'affari, basato sullo sfruttamento dei cataloghi. Il quale cresce in modo naturale al crescere della quantità complessiva delle canzoni di cui dispone (quando acquisto un catalogo X, infatti, è perchè quel catalogo stava già generando denaro, e continuerà a farlo: dopo averlo pagato n volte il suo fatturato attuale, quel denaro sarà mio istantaneamente e, qualora - da specialista - io sia un migliore sfruttatore del catalogo rispetto al precedente proprietario, aumenterà ulteriormente). Quasi un pleonasmo, a questo punto, ricordare che un catalogo si valorizza concedendo in licenza l'utilizzo delle canzoni per sfruttamenti nel cinema, nella pubblicità, nella televisione, nei giochi etc.

Questo autunno, per ricollegarci a Dylan e Universal, Hipgnosis ha dichiarato di avere utilizzato circa l'80% dei 200 milioni di sterline che aveva di recente raccolto sul mercato per acquisire quote di maggioranza di cataloghi di Wu Tang Clan, Chrissie Hynde e del rapper RZA. 160 milioni investiti per (la maggioranza di, non per la totalità di) questi 3 cataloghi, insomma. Come si paragona il loro valore aggregato con quello del catalogo di Bob Dylan? A ciascuno le proprie considerazioni, purchè scevre da gusti e preferenze e basate, invece, su dati quantitativi.

Vediamo l'operazione anche dal punto di vista di Bob Dylan. Ha quasi 80 anni e, in base alle sue considerazioni personali, avrà preferito un incasso immediato rispetto a un flusso continuo. Il primo beneficia il sè stesso vivo e vegeto, il secondo avrebbe beneficiato nel tempo gli eredi della sua fortuna. Tuttavia anche l'incasso immediato, qualora non lo dilapidasse in pochi anni, finirebbe con il beneficiare gli eredi: in effetti, se assumiamo che un signore delle possibilità di Bob Dylan acceda facilmente a ottimi consulenti finanziari, quei 300 milioni - che sono una massa critica enorme - potrebbero accrescersi di molto in breve tempo. In ogni caso, secondo le logiche di questo mercato e di questo comparto, 300 milioni avranno certamente rappresentato un moltiplicatore attraente rispetto a quanto il catalogo gli stava fruttando anno dopo anno.

Le conseguenze economiche, quindi, sono lampanti; quelle artistiche riguardano invece la perdita del suo controllo sull'utilizzo dei suoi brani, fatti salvi eventuali e non noti patti riservati tra le parti che, in determinate condizioni, gli riservino il diritto di approvazione. Per dire, il musicista americano Domenic Bucci ha commentato: "E adesso sotto con tutti i brutti spot in TV che utilizzano canzoni di Dylan fuori contesto". Sì, è qualcosa che può succedere. Quando "Like a rolling stone" dovesse fare da tema sonoro alla pubblicità di un pick up, orde di fans delusi e scandalizzati saranno idealmente contrapposte a una nuova generazione di ascoltatori che verranno per la prima volta in contatto con un classico grazie a uno spot.

Il valore dei cataloghi, come continuano a dimostrare le cronache musical-finanziarie dei passati diciotto mesi, è centrale nell'industria grazie allo streaming, all'economia della canzone e alle infinite occasioni di repackaging dei brani che non fanno che incrementare in progressione geometrica le possibilità di loro sfruttamento, ben oltre la tradizionale sincronizzazione.

E, allora, sono accadute due cose ieri. Una ricca leggenda è diventata ancora più ricca. E Universal Music Publishing ha fatto un colpaccio.

 

 

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