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Clash, 40 anni di “Sandinista!”: intervista a Marino Severini dei Gang

L’artista ricorda l’impatto generazionale dell’album: “Joe Strummer parlava al mondo, fu un messia. In molti non lo capirono”.
Clash, 40 anni di “Sandinista!”: intervista a Marino Severini dei Gang

“Forse solo due pietre miliari come ‘Sgt Pepper’s Lonely Hearts club band’ dei Beatles e ‘Quadrophenia’ degli Who possono essere paragonati a ‘Sandinista!’ dei Clash. Qui il punk e il rock c’entrano fino a un certo punto: la grande forza di questo album risiede nel suo essere ecumenico, si tratta di un’opera capace di parlare al mondo e non più solo a una generazione di ragazzi”.

Vivere come una rockstar? Puoi farlo anche tu

Marino Severini quando nel 1980 si trovò per le mani l’iconico album del gruppo inglese ebbe una folgorazione.

Quattro anni più tardi, insieme al fratello Sandro, con i suoi Gang, pubblicò il primo disco “Tribes' Union”, iniziando un percorso che prosegue ancora oggi, nel segno di un folk e di un punk-rock ribelle e rivoltoso, figlio, manco a dirlo, dei Clash. “Lo stesso anno, in quel 1980, li vidi anche dal vivo – ricorda Severini – non fu un concerto memorabile dal punto di vista tecnico, Lou Reed e Frank Zappa, per esempio, erano di un’altra pasta, ma lo fu sotto il profilo umano e onirico. Joe Strummer era un messia, la sua grande lezione fu: “puoi farlo anche tu”. .Quel concerto mi fece tornare la voglia di prendere la chitarra in mano, tutti sentivamo un fuoco dentro, volevamo essere avvolti da quella magia. I Clash forgiarono un sogno in cui credere, senza barriere e limiti. ‘Sandinista!’ aumentò quella fiamma perché rimise al centro la strada e la sua subcultura, ma non più per parlare solo a chi ne era figlio. Strummer, con ‘Sandinista!’, si rivolgeva al pianeta: rock, reggae, funk e perfino rap, non manca nulla nel disco impreziosito da un mare di collaborazioni e strumenti non usuali per i Clash. ‘The Magnificent Seven’ è stato il primo pezzo hip hop realizzato da bianchi. A farsi sentire c’era anche l’influenza di Bob Marley, trasferitosi a Londra nel 1977. I Clash presero le radici di tante culture e subculture musicali e le innalzarono sull’onda del punk, anticipando, con la musica, il processo di globalizzazione”.

Le critiche: dai puristi a Kurt Cobain

Sarà proprio Strummer, più tardi, nelle note di copertina di “Cut The Crap”, l’ultimo album della band, a mettere nero su bianco lo scopo finale della loro “missione impossibile”: “i ragazzi di strada e gli uomini di parola devono costituire insieme una grande banda. I grandi cambiamenti iniziano sempre dalla strada”. “I Clash, con ‘Sandinista!’, ridiedero vigore al rock, che all’alba degli anni ottanta sembrava ormai annacquato”, dice Severini. Ma perché allora l’album fu criticato e da molti non capito? “Era il tentativo di ingabbiare qualche cosa che ancora oggi non può essere etichettato – sottolinea Severini – il disco entusiasmò tantissimi ragazzi, Manu Chao ha raccontato che, se non avesse ascoltato quell’album, non sarebbe diventato quello che è, ma è innegabile che molti, soprattutto i puristi, non lo capirono.

Nella sua autobiografia Kurt Cobain lo criticò aspramente, ma lo fece con il filtro del giovane artista un po’ invidioso e quindi, secondo me, mentendo. In tanti, davanti a quelle 36 canzoni, non compresero il progetto: creare un’opera epica in cui tutte le subculture potessero trovare casa. È come un’opera omerica.. I Clash andarono alle radici della storia black, da cui nasce il rock, e la innalzarono rendendola internazionale e globale. Per la prima volta il rock, inteso come rivoluzione giovanile, diventò ‘altro’”. Politica? “No – ribatte Severini – la Rivoluzione Sandinista del Nicaragua era allora, negli anni 80, la punta della freccia scagliata verso il futuro di quel pensiero intellettuale e culturale del “né Washington e né Mosca” in cui in tanti credevano, ma ridurre il tutto alla politica sarebbe sbagliato. L’opera dei Clash è pura comunicazione, è un manifesto. ‘London Calling’ ha rappresentato le radici, e infatti non è un caso che in un Paese non avvezzo alle novità come l’Italia sia l’album più amato, mentre ‘Sandinista!” rappresenterà sempre lo sguardo verso il domani, verso un mondo in cui non dovrebbero esistere barriere”.

Tre brani da ascoltare

Severini, figlio della lezione dei Clash, quali brani di “Sandinista!” porta nel cuore? “Sicuramente ‘The Magnificent Seven’, ‘Junco Partner’ di cui facemmo una versione insieme a Billy Bragg, e ‘One More Time’ – conclude il musicista – resto convinto che tutto il disco meriti di essere studiato, per la sua grande capacità di fare surf fra i generi. Ricordo che in quegli anni ‘Sandinista!’, i western di Sergio Leone e ‘Apocalypse Now’ ebbero un grandissimo impatto sulle nostre vite. Oggi forse il rock non ha più quel potere magico, la musica si è evoluta: è diventata un grande patchwork capace di mischiare più suoni e idee, proprio come avevano predetto i Clash”.

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