Giorgio Canali, duro e crudo. L'intervista e un brano suonato live in esclusiva per Rockol.

Il nuovo album “Venti” è intitolato come il numero di tracce che contiene, denso tanto di brani quanto di riflessioni amare e spietate su un presente bisognoso soprattutto di vita. Ce lo siamo fatti raccontare dal suo autore.
Giorgio Canali, duro e crudo. L'intervista e un brano suonato live in esclusiva per Rockol.

Giorgio Canali ha provato a chiudere gli occhi e fare finta che tutto quello che gli stava accadendo intorno fosse solo un incubo. Chiuso nella sua bolla domestica ha iniziato a dare forma a pensieri caustici, ruvidi, punk e, soprattutto, pieni di vita, in un momento disgraziato in cui sente davvero che ce ne sia un gran bisogno. Il risultato è “Venti”, un album intitolato come il numero delle tracce che contiene, denso tanto di brani quanto di riflessioni.

Ironizza cinicamente sul nostro presente, sul suo vissuto e richiama a gran voce una presa di coscienza, perché, alla fine, qualcosa di tutto questo caos è riuscito ad aprirsi una pericolosa breccia.

“Senza la chiusura totale di tutto quanto, il lockdown per essere chiari, probabilmente non ci sarebbe stato “Venti”. Io non ero neanche a casa mia, ma in quella di Stewie Dal Col, il chitarrista, che a sua volta era chiuso a Miami, mentre Luca Martelli, il batterista, si trovava in Sardegna, Marco Greco, il bassista, a Bologna e Andrea Ruggiero, il violinista, a Roma. Avevo le attrezzature per mettermi a farlo, così è venuto fuori un pezzo che ho passato agli altri e a quel punto lì i brani sono partiti a ruota uno dietro l’altro. È smart working, seriamente. .L’esperienza l’avevo già fatta dieci anni fa con l’ultimo album dei PGR, nel 2009, quando io e Gianni [Maroccolo, ndr] ci siamo scambiati le tracce vedendoci una sola volta e in seguito Giovanni [Lindo Ferretti, ndr] è venuto da me per cantarci sopra. In cinque è tutta un’altra cosa, però ci siamo riusciti. Anche a livello compositivo, le cose partivano una volta dalle chitarre, da un giro di basso o addirittura dalla batteria, quindi ci scambiavamo le parti e le strutturavamo in canzoni. Un surrogato di quello che facciamo di solito in studio: non ci guardavamo negli occhi, ma ci parlavamo su whatsapp, tutto lì. Poi Stewie ha detto: “Perché non facciamo un album doppio?”, tutti d’accordo e siamo andati avanti. A un certo punto Stewie voleva farlo triplo, ma no, stop”.

Un disco in cui, con i suoi Rossofuoco, non si è di certo risparmiato, tra chitarre slide, new wave, folk, combat rock e drunken song “Su venti pezzi è più facile che ci sia ancora più crossover tra gli stili possibili.

Viene fuori un po’ di più quella sonorità new wave partita dai giri di Stewie, che è il chitarrista dei Frigidaire Tango, secondo me il gruppo più fico della new wave anni Ottanta che veniva dal buco del culo delle province italiane. E poi c’è il nostro amore per Neil Young che con i suoi Crazy Horse è sempre stato una delle matrici del sound dei Rossofuoco, proprio per scelta. Quel tipo di impatto sonoro, non troppo preciso, non troppo pulito… Un vecchio di merda, imitato da altri vecchi di merda, che però sono meno vecchi di lui” Non rinuncia affatto a sobillare gli animi, come sempre senza troppi giri di parole. “Ragiono con la mia testa, se poi la mia testa arriva a conclusioni a cui è già arrivato qualcun altro, magari anche imbecille, non fa di me necessariamente un imbecille. È un sillogismo aristotelico abbastanza strano, ma adesso si diventa subito complottista, negazionista, fascista e terrapiattista.. Mi rende triste il fatto che la gente sia disposta a fare qualsiasi cosa senza riflettere, anche senza chiedersi se abbia criterio o meno, perché è talmente terrorizzata da convincersi che tutto quello che si sta facendo per arginare questo problema sia sacrosanto. La separazione impedisce di fatto anche il confronto tra le persone, che poi è alla base di qualsiasi sedizione, se vogliamo. Usare la testa ogni tanto per pensare serve”.

Canta di “Raptus”, di gente “Inutile e irrilevante”, di difendersi dai barbari in “Canzone sdrucciola”, così come di essere “Circondati” e fotografa la realtà in modo terrificante in “Nell’aria”, mantenendo quell’esigenza, beffarda e spietata, di mandare tutto a farsi fottere.

“Mi sembra una maniera molto sensata di vivere. L’unico modo di reagire alle cose. So che queste canzoni potrebbero essere fraintese, però, quando è stato il momento di scegliere un singolo per anticipare il disco, eravamo tutti d’accordo che fosse “Nell’aria”, che è un brano molto particolare, meno Rossofuoco del solito, ma comunque molto violento. Uscire con un pezzo così, altro che negazionismo!”. .Il filo conduttore è l’esistenza, con tutti i suoi scompigli, perché in mezzo a tanti lividi e tante nuvole nere c’è bisogno di sentimenti, sigarette e qualche drink, tra le righeSi chiama vita. Mai come in questo periodo, in cui regna soprattutto la morte c’è bisogno di vita. C’era questa esigenza nel disco e c’è tuttora”.

 Riferimenti, nemmeno troppo velati, a Lanegan, Bauhaus, ma anche a cantautori come De Gregori e Battiato, sparsi lungo tutto l’album. “Mark Lanegan è proprio un omaggio musicale chiaro, con un registro basso che utilizzo poche volte perché poi ci sono troppe mutande che volano sul palco, quindi lo doso. È una cosa che ho sempre fatto quella di usare le paracitazioni, le parafrasi o delle citazioni proprio pure e dure. Nei dischi dei Rossofuoco c’è sempre un motivo portante. Nel primo c’era la parola fuoco in tutte le canzoni, mentre in quello precedente [“Undici Canzoni Di Merda Con La Pioggia Dentro”, ndr] i pezzi avevano veramente tutti la pioggia dentro, sia in parola che in concetto. A ‘sto giro volevo che la canzone d’autore italiana degli anni Sessanta e Settanta venisse in qualche modo omaggiata perché in fondo sono loro, De Gregori in testa a tutti, che mi hanno insegnato a scrivere in italiano sulla musica. Scrivere in italiano è una cosa, scrivere in italiano sulla musica è un’altra”. Immerso in una realtà che si evolve sempre per non evolvere mai davvero, “Venti” si apre con “Eravamo noi”, guardando in prima battuta a quello che è stato.

“Sono 62 anni della mia vita, la visione di chi è ogni volta dieci anni più giovane rispetto a quello che gli sta succedendo intorno. Non sono mai stato nostalgico, il mondo va avanti. Non cambia, perché è sempre la stessa merda. Essere nostalgici non ha nessun senso. Quando c’era lui era un’altra cosa certo, ma anche quando c’erano i CCCP era un’altra cosa e pure i Litfiba della prima ora erano un’altra cosa, però chissenefrega, alla fine si va avanti”. Eppure, prima o poi, tutta questa merda, che arrivi da destra o da sinistra, finirà per colpirci. “Il problema è riuscire a sporcarsi con la roba giusta. E non confondere la merda col purè”.

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