Ligabue e 30 anni di carriera: “Il futuro si crea giorno per giorno"

Una lunga conversazione senza filtri, per ripercorrere successi ed errori, dal disco d'esordio alla nuova raccolta di 77 singoli e al nuovo disco. "Ho anche pensato di ritirarmi", rivela, "Poi ho pensato che non avrei potuto fare più concerti".
Ligabue e 30 anni di carriera: “Il futuro si crea giorno per giorno"
Credits: Ray Tarantino

Forse l’unica cosa che Ligabue non ha fatto, in 30 anni di carriera, è partecipare in gara a Sanremo - dove peraltro è stato ospite un paio di volte. Il resto c’è tutto, e anche di più: 22 album, 6 libri, 3 film, oltre 800 concerti. "Facendo la media, ho pubblicato un singolo ogni 5 mesi e mezzo", racconta.
Tantissimo. Troppo? È lui per primo a dire: 
“Ho anche esagerato, ma sempre seguendo un’urgenza", raccontando che quando la pressione per il successo era troppo alta, ha pensato al ritiro dalle scene. 
Ecco il resoconto 

un’ora di conversazione faccia a faccia, attraverso lo schermo di un computer ma senza altri filtri. Con Ligabue ripercorriamo le tappe di questa lunga strada: da un lato la voglia di comunicare, la passione e la dipendenza per la musica e dal pubblico; dall’altro la consapevolezza che un percorso così lungo è un grafico fatto di alti e bassi, di tentativi ed esperimenti. Ligabue dice che non ama parlare di sé, ma quando si parla di musica racconta tutto quello che può e non fa sconti, soprattutto a se stesso: quelle volte che ha pensato di ritirarsi, ma anche l'avere creato un'epica rock italiana diversa da quella americana. I paragoni con l'estero continuano a non convincerlo: “È più facile riuscire a cavalcare un’epica sul tunnel tra New Jersey e New York che sulla provinciale Correggio-Carpi”, dice con un sorriso.
A 30 anni e 6 mesi da “Ligabue” (maggio 1990) andiamo a ritroso in questi 3 decenni, dal nuovo progetto “77+7” che esce venerdì 4 dicembre - una doppia raccolta e un album nuovo - tornando fino agli esordi accidentati: il rapporto complesso con la fama e la stampa, il ritorno con Fabrizio Barbacci, il diverso ruolo in un panorama cambiato dallo streaming: “Come artista ho il dovere di andare per la mia strada”.

Un libro, un disco nuovo, una raccolta, un nuovo Campovolo nel 2021. Come è nato questo progetto per raccontare i 30 anni di carriera?
Sicuramente pensavamo di pubblicare qualcosa per l’anniversario, ma alcune cose sono nate per strada. Maioli mi ha detto che Pietro, il nostro collaboratore che io chiamo “WikiLiga”, aveva fatto l’elenco dei miei singoli e neanche a farlo apposta erano 77 canzoni e il 7 è un numero sempre presente nella mia storia. Quella è diventata la raccolta delle mie canzoni più ascoltate. “È andata così”, il libro con Massimo Cotto, era un progetto a cui pensavo, ma che ha preso un’altra piega durante il lockdown, in cui era più facile guardarsi indietro che guardare avanti. Sempre durante il lockdown, per distrarsi da statistiche e virologi, è nato “7”, il nuovo album, con il desiderio di recuperare un suono e tornando a lavorare con Barbacci.

Che effetto ti ha fatto ripercorrere 30 anni di carriera?
Mi sono reso conto di avere fatto tantissimo, di avere buttato fuori tutto quello che nei 30 anni prima di fare il musicista non ero riuscito a fare. Ho visto anche di avere esagerato, ma sempre seguendo un’urgenza. Guardandomi indietro ho capito le cose che hanno funzionato e quelle meno, quando la mia voce è arrivata chiara e quando più confusa. Certe volte la voglia di non farsi trovare nello stesso posto dove ti aspettano si è trasformata in un passo troppo di lato. È una storia bella anche nei suoi problemi.

Non hai la sensazione che ci sia qualcuno che sa più cose di te di quanto ne sai tu?
Sicuramente. Penso che siano in tanti che sanno delle cose che ho detto e fatto, anche delle cagate…  Poi ovviamente io so di me stesso cose che altri non sanno. Ma rispetto al ricordare tutto quello che ho fatto, sono un po’ indietro in classifica.

Di te si dice che non ti fermi mai. Oggi è normale per un artista, con l’esposizione su piattaforme e social; in passato sei stato discusso. Oggi rifaresti le cose in maniera diversa?
Credo che non ci si possa permettere rimpianti. Mi reputo fortunato a fare questo mestiere, ad avere avuto la possibilità di fare quello che volevo. Un’esagerazione di produzione rischia di fare apprezzare meno quello che fai, questo sì. Io quasi ogni anno sono uscito con qualcosa: se ho pubblicato 77 singoli in 30 anni, vuol dire che ne ho pubblicato uno ogni 5 mesi e mezzo. Il che dice che 1) le radio hanno avuto molta pazienza e 2) averne uno ogni 5 mesi significa avere un po’ di ripetitività: alla fine, diciamocelo, le scrivo sempre io. Per quanto cambi, il tuo gusto è quello lì. È un esempio di esagerazione, che non va a beneficio di un ascolto generale. È andato a beneficio delle mie urgenze.

Alcuni tuoi dischi sono stati molto criticati all’uscita. Con il senno di poi, è cambiata la percezione di questi lavori e delle critiche che hai ricevuto?
Non sono uno che fa questo mestiere con leggerezza, ci penso bene prima di pubblicare le cose.

“Sopravvissuti e sopravviventi”, il mio terzo disco, ha quasi fatto calare il sipario sulla mia carriera. Tirava un’aria brutta - e non a caso ci fu la rottura con i ClanDestino - ma rimane uno dei dischi preferiti dei fan. Ha prodotto una sofferenza necessaria. Gli altri due album sono “Miss Mondo” e “Made in Italy”. Nel primo ho avuto bisogno di raccontare la mia crisi con il successo con “Buon compleanno Elvis”, presentandomi anche visivamente in maniera diversa: quando rivedo le foto di quel periodo mi do quasi fastidio. Fu un’esagerazione che però mi ha permesso di andare avanti. “
Made in Italy” fu quasi una cosa da incoscienti: un concept in cui cantavo con la voce di un altro; fui spesso frainteso. Ci furono polemiche su “È venerdì, non mi rompete i coglioni”, perché usavo quella parola, mentre io cantavo della crisi di un operaio. È un disco che avrei dovuto fare prima nella mia carriera, se ne avessi avuto l’occasione, prima che la gente pensasse che ogni parola che canto la dica davvero io.

Dopo 30 anni di carriera ti ritieni ancora un mediano, come cantavi negli anni ’90?
Intanto non c’ho mai creduto più di tanto. In quel momento vivevo di profondissimi sensi di colpa per il successo che ho avuto: famiglia comunista, educazione cattolica, avevo tutto il retaggio possibile. Mi sentivo a disagio, avevo pensato di ritirarmi. Quel retaggio mi ha portato a chiedere scusa per il successo, dicendo che però almeno lavoravo tanto, come un mediano che ci mette corsa e intensità. È una simbologia esagerata. 

In quel periodo i tuoi rapporti con la stampa erano anche molto tesi. Nel libro racconti di una conferenza stampa in cui prendesti a male parole i giornalisti.
Fu quella di “Miss Mondo”, e fu un grosso autogol. Oltre alla pressione del successo, avevo preso valanghe di merda per “Il mio nome è mai più”. Almeno Emergency costruì due ospedali con i proventi della canzone, ma alcune critiche mi ferirono profondamente. Era una cosa che covava e che alla fine esplose, la pentola bolliva da troppo tempo.

Perché avevi pensato di smettere? 
ll successo che avevo in quel periodo produce un tipo di visibilità diversa, si è esposti a tante correnti diverse, ad ogni tipo di interpretazione e di idea. Poi ho pensato che se avessi smesso, non avrei potuto più fare concerti.

Spesso hai usato l’espressione “dipendenza” per il tuo rapporto con i concerti. Ti ritrovi ancora in questa metafora?
Quella dal palco è proprio una dipendenza psicologica e fisica. Faccio un mestiere che si basa sull’approvazione, quindi sono cazzi. Non c’è niente come toccarla con mano, questa approvazione, vedendo gente di fronte a te che che canta o balla le tue canzoni. È una sensazione non ripetibile, e per quello non vedo l’ora di salire sul palco.

Avere iniziato la carriera a 30 anni ti ha permesso di gestire tutto con più consapevolezza?
Il successo è un amplificatore di privilegi ma anche di difetti, comporta un po’ di stronzaggine. Sono convinto che se avessi iniziato a 20 anni avrei fatto molte più cazzate. Però credo che aver fatto una vita vera, molti mestieri per 5-6 giorni a settimana per portare a casa la pagnotta, mi abbia permesso di avere una certa concretezza. Certo, anche di perdere la testa il giusto: le cazzate le ho fatte lo stesso, ma in un range accettabile.

Nel suo spettacolo di Broadway, Springsteen racconta che quella è stata la prima volta in vita sua che ha lavorato 5 giorni a settimana, pur avendo raccontato la classe operaia da sempre. All’inizio della carriera il paragone con lui ti dava fastidio, vero?
È interessante quello che dice, perché ha la capacità di rendere mitico quello di cui si ha bisogno: le macchine, la scena di Asbury Park… È più facile riuscire a cavalcare un’epica sul tunnel tra New Jersey e New York che sulla provinciale Correggio-Carpi. Ho avuto anche bisogno di raccontare sogni anche io, ma la mia epica, quella del Bar Mario, non può essere quella di “Jungleland”.

Nel libro racconti che molte delle cose che hai fatto sono nate con un tuo scetticismo iniziale e una grande carica del tuo staff, in particolare del tuo manager Maioli. Sembri quasi un "leader riluttante", come si dice di alcuni tuoi colleghi americani.
Io non sono pessimista, ma molto prudente e scaramantico. All’inizio mi vergognavo persino di far ascoltare le mie cose, per pudore, e pensavo di puntare alla scena indipendente mentre Maio già pensava in grande. Mi lascio trascinare dal suo ottimismo.

L’altra persona fondamentale, agli inizi, fu Angelo Carrara. Ci litigasti e poi vi siete riappacificati prima che scomparisse.
Angelo fece tantissimo, pagò il primo album e non solo, e quando tutti lo rifiutarono fece un secondo giro fino a quando si fece avanti Fabrizio Giannini, che lo pubblicò per la Warner. Poi le cose presero un’altra piega: aveva molte insicurezze, si aiutava con le sue dipendenze e questo complicava tutto: nel ’93, in 5 mesi, passai dal Forum esaurito a suonare per 100 persone a Baia Domizia. Franò tutto. 

Poi riallacciammo i rapporti nel tempo, mentre lui faceva il suo percorso di

rehab. Una volta venne a chiedermi scusa per cose di cui non c’era assolutamente bisogno di scusarsi, i problemi erano stati altri. Ma doveva farlo per il suo percorso: quell’incontro ci diede serenità e ci abbracciammo. Mi ha fatto male, però, che quando è morto non c’era nessuno alla sua camera ardente al Teatro Smeraldo. È stato crudele.

Tra le tante cose che hai fatto c’è fondare la Mescal, un’etichetta fondamentale ancora adesso, da cui però ti sei ritirato subito per evitare accuse di speculazione. Cosa successe?
Nacque per caso con Valerio Soave, che mi aiutò a liberarmi dal contratto con Carrara. Volevo dare una mano ai gruppi, a chi se lo meritava, solo per la parte discografica. Nella mia ingenuità del tempo volevo chiamarla come il liquore, “Metzcal”. Ci aiutò Stefano Ronzani, segnalandoci gruppi: vennero fuori i Modena City Ramblers, i La Crus, i Massimo Volume, si iniziò a pensare anche ai concerti. Diventò grossa, ci sfuggì anche un po’ di mano. Capii che il mio nome diventava ingombrante e che il giochino era diverso da come me l’ero immaginato, così diedi a Valerio le mie quote.

A proposito di discografia: oggi il panorama è completamente cambiato. Le piattaforme fanno grossi numeri soprattutto con artisti molto giovani e di tutt’altro genere. Come ti ritrovi in questo scenario?
Sono stato ovviamente spiazzato da questi cambiamenti degli ultimi anni, che sono stati devastanti. Sono cresciuto pensando che qualcuno avrebbe preso tra le mani la musica che hai prodotto: ho appena avuto la copia di “7” e mi piace la sensazione tattile, pensare che ha una sua collocazione fisica. Poi anche io, come utente, il venerdì apro le playlist per vedere cosa esce. Mi rendo conto che è un grande servizio, che però finisce per farti ascoltare male, perché al ritornello stai già pensando alla canzone successiva. Ma come artista ho il dovere di andare per la mia strada.

La musica però è anche competizione tra artisti, e tu ti ci sei spesso trovato in mezzo. Come la vivi?
È inevitabile, è un discorso che ha che fare con le considerazioni che vengono fatte su di te. Certe volte il successo mette un po’ a tacere le cose, anche se non è sempre giusto che sia quello il metro di valutazione. La cosa su cui ci sento un po’ di più è il processo di identificazione: sono molto orgoglioso di come i fan mi difendono. Credo che la competizione sia giusta e sana, ma senza prevaricare. E lì iniziano i problemi: quelli di cui saresti avversario certe volte pensano, dicono e scrivono di te le cose peggiori.

Quando uscì “A che ora è la fine del mondo?” lo presentasti dicendo che non era il nuovo album. “7” è il nuovo album o un progetto particolare?
È un album nuovo a tutti gli effetti, una sintesi di quello che ho fatto. Sono semi del passato che ho rielaborato con una compattezza che va di pari passo con il racconto che volevamo fare di questi 30 anni… Per esempio ci sono tutti i miei 4 chitarristi, Max Cottafavi, Mel Previte, Federico Poggipollini e Niccolò Bossini. Come si evolverà tutto questo non lo so, ma mi ci trovo molto bene, quindi mi sa che con Barbacci giocherò ancora.

Ti sei fatto un’idea di come andrà avanti la tua carriera nei prossimi anni?
È impossibile saperlo. Io ho corso tanto, e questo spesso ti toglie il tempo per riflettere su di te. Che ci piaccia o no, e non piace a nessuno, questa è un’occasione per farlo. Il futuro lo si crea pian pianino. Certo, dirlo a 60 anni è più facile che a 20.  Adesso ho bisogno di sapere che ci sia un domani, poi come riempirlo e come renderlo all'altezza della vita che voglio ancora vivere, ci pensiamo giorno per giorno.

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