"Visti da dietro": i batteristi raccontano Battisti, Celentano, Mina, Mia Martini e Vasco

In un libro di Francesco Rondolini, i cantanti raccontati da chi gli sta alle spalle
"Visti da dietro": i batteristi raccontano Battisti, Celentano, Mina, Mia Martini e Vasco

E' stato recentemente ripubblicato da Arcana "Visti da dietro", un libro uscito in origine nel 2016. Ne è autore un batterista, Francesco Rondolini, che ha intervistato 40 suoi colleghi, interrogandoli sul loro mestiere. Rimandandovi per una presentazione più ampia del volume a una prossima recensione, ho chiesto all'autore il permesso di pubblicarne alcuni estratti, in cui cinque batteristi raccontano il loro rapporto con celebri "datori di lavoro". Ve li propongo qui di seguito, consigliandovi la lettura del libro - che merita la vostra attenzione. (FZ)


Walter Calloni su Lucio Battisti

Io stavo collaborando con Claudio Pascoli, che stava facendo dei provini per la Numero Uno, essendone il produttore, e ricordo che Lucio Battisti era uno che voleva cambiare, era uno che voleva sperimentare, una persona molto pignola, che curava i dettagli sempre alla ricerca di qualcosa che lo emozionasse.

Non si accontentava, come succede adesso, di trovare un filone e seguirlo fino alla fine senza uscire dagli schemi, come molti oggi che fanno un brano e poi per il resto della loro carriera girano intorno a quella canzone. Lucio Battisti a ogni disco cambiava. Lui arrivava da un disco super arrangiato, con archi, cori, dodici chitarre, grande orchestra, ma voleva cambiare e stava cercando qualcosa che lo ispirasse, qualcosa che lo coinvolgesse. Passa in questo studio qua, mentre noi stavamo registrando proprio con Claudio Pascoli le nostre cose da pivelli, da ragazzini, le nostre composizioni per i nuovi artisti della Numero Uno, e Battisti passando sente questo suono scarno di chitarra e batteria. Era poi il periodo del prog e ogni quattro misure dovevi fare un fill, dovevi cambiare il tempo, cambiare la metrica, e invece noi eravamo già presi da musiche più tribali. A me affascinava tantissimo la sonorità di Miles Davis in "Bitches Brew", questa contaminazione, le ritmiche continue e ossessive. Poi noi avevamo avuto l'esperienza in Inghilterra con gli Osibisa, con quelle ritmiche lì che in quel periodo erano una novità. Questa cosa scarna che stavamo suonando piacque molto a Battisti e disse: «Ecco! Questo è il suono che interessa a me!» e ci chiamò subito per fare un provino. Siamo arrivati in sala, lui ci disse solo: "Seguite questa cosa" e incominciò a suonare la chitarra acustica, e noi gli andammo dietro seguendo quelle ritmiche che suonavamo un attimo prima. La cassa e il basso erano incollati, perché venivamo già dall'esperienza con Finardi, e avevamo la caratteristica di suonare cassa e basso insieme, che era una cosa nuova per quel periodo. Adesso c'è di tutto, quindi i ragazzi oggi, riascoltando quelle cose, non si rendono conto che in quel periodo erano cose innovative: ed è per questo che piacquero molto a Lucio. Quel sound non era frequente sentirlo, in quel periodo. E quindi iniziammo a suonare con lui, e licenziò Il Volo dicendogli: "Ragazzi, questo disco lo voglio fare con altri musicisti", e per quattro mesi siamo stati rinchiusi in questo studio pazzesco. Un sogno! Ma io non sapevo chi fosse esattamente Battisti, mi sono informato dopo. Probabilmente questa incoscienza ci ha permesso di avere un rapporto normale e non di sudditanza, come tanti altri. .
Lucio odiava i ruffiani, per non usare un'altra parola molto più volgare, non sopportava la stampa, che spesso fa gli interessi degli editori e dice quello che gli dicono di dire. È difficile trovare giornalisti puri e trasparenti, ce ne sono ma sono pochi. Lui era arrabbiato perché lo avevano etichettato come fascista, ma lui era antipolitico. Forse si avvicinava più all'anarchico. 
Lucio Battisti aveva le sue idee, non sopportava la politica e non voleva essere etichettato con nessuno, e in quel periodo era impossibile non essere etichettati. Tutti dovevano passare per la sinistra, se non eri di sinistra non potevi entrare in quella lobby lì, questo era il problema. E rifiutava assolutamente il gossip: mi ricordo che ci teneva come in una bomboniera, nascosti e ci diceva: "Vedi quelli là? Sono tutti paparazzi! È tutta gentaglia, gente che aspetta che io esca, che ne so, con la cameriera a prendere i piselli giù nell'orto per poi farci una foto e dire che ho l'amante". Lui odiava queste cose. Questo suo modo di essere faceva di lui un personaggio burbero, infatti io lo chiamavo il burbero più simpatico che abbia mai conosciuto. Era una persona, quando si lasciava andare, quando stava bene, quando non aveva problemi con la stampa, simpaticissima. Mi ricordo quando si metteva, dopo qualche cena e magari qualcuno aveva bevuto un bicchierino in più, diceva: "Ahò, ve faccio senti' i pezzi de Jimi Hendrix che hanno ispirato me e la mia musica". Lui suonava i pezzi di Hendrix in maniera così personale che sembravano già i suoi brani. lavorare con lui è stata un'esperienza meravigliosa, anche perché non avevamo il rapporto tra il grande cantautore famoso e i ragazzini che suonavano con lui. Ci dava il massimo delle libertà. Lui ci chiedeva sempre: "Voi qua, in questo brano, cosa fareste?" "Io proverei una cosa del genere..." E lui: "Ah si, non è male... Altrimenti cosa fareste?". Nella musica pop italiana Lucio Battisti era questo, arrivava lì e ci domandava se avessimo qualche idea musicale da suggerire per il brano. Ci lasciava molto spazio, artisticamente.

 

Gianni Dall'Aglio su Adriano Celentano

Mio padre poi mi fece suonare con un gruppo di rock 'n' roll, qua nella mia città, perché il loro batterista era andato militare, si chiamavano Original Quartet.

In questa band mi sono fatto le ossa; suonavamo un po' di tutto, però prevalentemente pezzi di Elvis Presley, Little Richard, Gene Vincent. Il gruppo era composto da due chitarre, basso acustico, pianoforte verticale e io alla batteria. Avevo dodici anni. Ho suonato con loro un anno e mezzo. Poi con questo gruppo andammo in trasferta fuori provincia, dove c'era Celentano come attrazione. Noi facevamo l'orchestra di base, e alle dieci e mezzo avrebbe dovuto esibirsi questa star nazionale che cominciava proprio allora. Era il 1959. Era venuto in quel locale senza band e aveva chiesto subito il nostro aiuto, in particolare un chitarrista e il batterista, perché lui suonava la chitarra acustica. Lui poteva esibirsi da solo, chitarra e voce, ma cercò appunto altri elementi che lo accompagnassero, però quando vide questo batterista bambino non rimase molto contento. Allora mi padre gli si avvicinò e gli disse: "Lo provi, perché mio figlio è bravo. Conosce tutte le sue canzoni". Allora Adriano si convinse e disse: "Va bene, allora proviamo 'Tutti frutti'! la sapete?". Io ero molto timido, non riuscivo nemmeno a parlare, ed ero seduto sulla mia batteria. Lui è partito, io l'ho accompagnato facendo le cose giuste, e quando abbiamo finito il brano lui si è girato e mi ha fatto ok! con la mano e mi disse: "Bravo! Bravo! Ué, ma tu suoni bene. Suoni come uno grande. Bene così, non proviamo più allora". Io un po' allarmato dissi: «Signor Celentano, mi scusi, ma quante canzoni canterà?" "Ma tanto le conosci tutte!". Praticamente avevamo un filo comune, che era la storia del rock 'n' roll di quella generazione, e questo ci ha legato. Da quel momento io ho suonato sempre con lui. [.] .
Nel 1970 con Adriano ho inciso "Il tempo se ne va" e "Soli", ci siamo incontrati in studio interrompendo per un momento quel lungo silenzio. Poi appunto nel settantasei ho ripreso a collaborare con lui. Partimmo in tour e fu quella famosa tournée da cui poi registrarono il disco live dove, nella data di Cesena, presenta tutti i suoi musicisti e a me mi presenta come Gianni Cocaina - mi aveva soprannominato così, a lui piaceva dare soprannomi. Gianni Cocaina perché lui erroneamente pensava che mio padre avesse una drogheria; in realtà mio padre usava la macchina di un suo amico droghiere per accompagnare la band dell'Original Quartet a fare le serate, tra cui anche quella famosa sera che conobbi Adriano. Lui pensando questo mi presentava dicendo: "Alla batteria c'è Gianni Cocaina, perché suo padre ha una drogheria". 

 

Maurizio Dei Lazzaretti su Mina

Mina è una persona straordinaria che a mio parere, se avesse fatto qualunque altro lavoro, l'avrebbe fatto al top, perché ha una personalità particolare, non è solo un talento musicale.

È una donna molto intelligente, molto in gamba, molto pratica e molto fuori dal comune, nel senso che non fa per niente la star. Purtroppo la gente a volte pensa il contrario, perché lei si è ritirata molti anni fa senza più apparire pubblicamente. Questo credo che non sia un atteggiamento da star, perché sennò lei lo avrebbe dovuto mantenere anche nei rapporti con noi, in fondo noi musicisti siamo al suo servizio. Quando lavoriamo con i cantanti, alcuni di loro spesso fanno le star anche se siamo lì a registrare il disco, tranne qualcuno con cui siamo più in confidenza, anche se a volte spesso questa confidenza risulta finta. Invece con lei, pur essendo una grande personalità dell'ambiente musicale italiano, c'è sempre stato un rapporto molto carino umanamente. È una persona molto umile, e poi è veramente molto brava. Non so se lo sai, ma lei è una cantante che canta le sue cose tutte al primo take, non ne fa mai un secondo. Tant'è che mi ricordo di un disco che registrammo dal titolo "Napoli", tutto acustico, contrabbasso, batteria, pianoforte. Noi abbiamo deciso lì per lì le canzoni da suonare. Tutti brani della tradizione napoletana. Siccome dovevamo registrare necessariamente tutto in diretta, non avevamo il click, non avevamo una traccia da seguire. Era tutto in contemporanea con lei che cantava e se succedeva per una ragione qualunque un errore o qualche cosa che non andava, noi cambiavamo pezzo piuttosto che fare un altro take dello stesso brano. Per cui ti dico: un'esperienza davvero unica! È una grandissima cantante, un talento fuori dal comune. .

 

Elio Rivagli su Mia Martini

Suonare con lei era facile e difficile allo stesso tempo. Era un'artista che se andavi bene apprezzava il tuo operato e allo stesso tempo, e credo sia una cosa comune, quando c'erano problemi a volte anche di comportamento, di atteggiamento non proprio gradevole, non facevi più parte del gruppo. Stare sul palco con lei mi divertiva tanto; con un'artista che canta in quel modo e che ti trasmette veramente la passione, la grande arte che lei ha sempre avuto dentro, suonare diventava un'emozione tutte le volte. Anche quando andavi a fare la festa di piazza, ti sembrava di essere in teatro, perché quando saliva sul palco ti dava questa bellissima sensazione di essere sempre importante in qualche modo. A volte era difficile, perché era esigente, come una dovrebbe poi anche essere, e aveva un carattere un po' spigoloso, ma alla fine se uno faceva il proprio lavoro non c'erano grossi problemi".

 

Daniele Tedeschi su Vasco Rossi

Quando suonavo con Vasco cercavo di suonare come mi veniva anche imposto, perché è uno che ti fa suonare come pare a lui, ti dà il compitino. 
Con Rossi facemmo "Fronte del palco", dove io ho suonato come mi sentivo. Fra l'altro in "Fronte del palco", se lo ascolti bene, c'è il charleston che per sentirlo devi appoggiare l'orecchio alla cassa acustica, i piatti e i tom uguale, mentre la cassa e il rullante hanno un suono della Madonna! E piace già così! È come se a un chitarrista, che ha sei corde, non gliene fai suonare quattro! 
Mi ricordo un pomeriggio, eravamo alle prove, con Braido e gli altri e abbiamo detto: "Dai, proviamo a suonarla più veloce!" - Braido più lo fai suonare veloce e più è contento - e a un certo punto arriva Rossi dentro e ci fermiamo, perché se ci sente suonare così ci licenzia: "Bella, mi piace così" esclama Vasco, e io: "Vasco guarda che è veloce, poi magari fai fatica a dir le parole". "No no falla così». 
Sai, io suonavo da quattro anni con Miguel Bosè, e allora suonare con lui era come suonare oggi con Ricky Martin, per farti un esempio. Facevamo concerti in sud America, in Spagna, in Francia... Bosè era figlio di persone importanti, lo sappiamo, una persona deliziosa, di un'educazione incredibile, e c'era sempre un clima molto bello. Quando sono entrato con Rossi mi sono trovato in un ambiente più ruspante, dove però mi sono dovuto adattare anch'io, perché se sei nella giungla devi starci, come Tarzan. Partivan delle sbronze! Ci sono stati dei concerti dove erano quasi tutti ubriachi tranne me, Vasco e il sassofonista Rudy Trevisi, Solieri che roteava la chitarra a due centimetri dalla testa dei figli dell'armatore Costa e questi che dicevano: "Cazzo! Questo è un concerto rock!". Eravamo al Covo di Nord Est a Santa Margherita Ligure. Tutti alticci, e non sapevi come finire i pezzi. Vasco incazzatissimo! Gli unici tre sani eravamo io, Rudy Trevisi e Vasco! Solieri bevve due cosette e gli salì subito il tasso alcolico, e quando comincia a dire: "Oh yeah!" l'è bel che cott! 
Maurizio Lolli aveva avvicinato Rossi a noi della band, tant'è che Vasco viaggiava spesso con noi. A volte era una pizza, perche dovevamo aspettarlo tre ore perché aveva i suoi capricci prima di partire. Viaggiava su questo sleeping bus con noi, ascoltavamo le registrazioni del concerto e lo commentavamo. Era il cantante della band, si divertiva da matti, stava bene ed era un'altra persona. C'è anche un filmato in cui si vede che lui veniva nel bus con noi. Era il momento in cui la musica veniva fuori bene. 
Vasco cantava da paura! "C'è chi dice no" sai quante volte l'ho sentita abbassata di due toni? In quel pezzo Vasco prendeva delle note da paura, ed era in forma. E c'era Lolli che era bravo; gli portava la bottiglia di whisky, senza dirgli niente ne vuotava una metà e l'altra metà la riempiva d'acqua. Vasco stava bene con noi e si divertiva. 
Io con Vasco ho sempre avuto un rapporto molto diretto, così, come parlo con te. Una volta mi disse: "Tedeschi sei il mio batterista!" E io: "Te sei il mio cantante!". "Cazzo, è vero!".

 

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