Numero Uno: alcuni pareri sulla "rinascita" dell'etichetta

Auspici e perplessità: parlano Maurizio Becker, Michele Neri e Franco Zanetti
Numero Uno: alcuni pareri sulla "rinascita" dell'etichetta

Per ora possiamo accettare la definizione di "rinascita", come da comunicato stampa. Il ritorno in attività della Numero Uno, la gloriosa etichetta fondata nel 1969 da Mariano Rapetti, da suo figlio Giulio (Mogol) e da Alessandro Colombini (qui la storia della sua attività), non può che far piacere, in sé, ma suscita molte perplessità: il rischio, tanto per dirla papale papale, è che risulti una riesumazione, e non una resurrezione.
La presentazione dell'iniziativa, avvenuta con un incontro trasmesso in streaming, è stata piena di belle parole, ma ha lasciato la sensazione che i "testimonial" presenti (Mogol, Mara Maionchi, Franz Di Cioccio) sappiano poco o nulla - e poco o nulla gli importi - della "nuova" Numero Uno, e che i curatori della nuova Numero Uno non sappiano molto - se non per sentito dire - della "vecchia" Numero Uno.
(Mara Maionchi: "Quella è stata una stagione fantastica in cui c’erano signori che sapevano di cosa parlavano". Già...) 


Mancava, e temo che manchi, una persona di raccordo autorevole, che sovrintenda alle ripubblicazioni (le prime annunciate sembrano messe insieme in maniera un po' casuale) e che rappresenti, in un certo senso, una figura di garanzia rispetto all'utilizzo futuro di un marchio al quale, in nome della storia che ha avuto, non si può far rischiare lo sputtanamento.
Una domanda, per quanto oggettivamente mal posta e fuori luogo, come quella rivolta nella sessione Q&A sull'ipotesi di un tributo discografico a Carlo Donida da parte della Sony, non può ricevere una risposta generica e impacciata come quella che ha ricevuto: altrimenti la sensazione è che nessuno dell'attuale staff della Numero 1 sappia con qualche precisione chi è stato Donida.


Il mio parere (del tutto personale) è che il paravento di un marchio e di un logo glorioso non sia sufficiente, di per sé, a dare credibilità a un roster in costruzione, e che i pericoli della sovrapposizione fra catalogo "storico" e catalogo "nuovo" siano superiori ai vantaggi - per entrambi. 
Ma oltre al parere mio, ho chiesto un'opinione anche a due persone ampiamente qualificate a formirci il loro. Ve li riporto qui di seguito, ringraziandoli per il loro contributo.
(Franco Zanetti) 

 

Maurizio Becker

caporedattore di "Classic Rock", "Vinile" e "Hard Rock Magazine"

Le etichette, da quelle più piccole e artigianali a quelle più prestigiose e strutturate, sono fatte di persone. Il marchio è una scatola vuota: dipende da come la riempi. Questo l’ho imparato conoscendo e frequentando gente che ha fatto la grande discografia degli anni d’oro: cosa sarebbe stata la RCA Italiana senza i Melis, i Micocci, i Lilli Greco, i Bardotti, i Morricone? O la Dischi Ricordi senza Nanni Ricordi e Franco Crepax? O, per citare una realtà infinitamente più piccola, la Bla Bla senza Pino Massara? Ho sempre diffidato delle etichette senza un volto. Se pensi alla Cramps, pensi automaticamente a Gianni Sassi; se pensi alla Ascolto o alla Sugar pensi a Caterina Caselli. Il punto è capire dove sta l’anima della nuova Numero Uno. Mi sembra di capire che almeno per ora le figure centrali siano Stefano Patara, Sara Potente e Massimo Bonelli, tre figure che hanno una bella storia alle spalle e rappresentano tre approcci molto diversi in teoria utilmente complementari. Ma chi di loro decide veramente la linea artistica? 


Un’altra cosa: la nuova Numero Uno sarà una faccenda tutta virtuale, o avrà anche un luogo fisico in cui gli artisti possano ogni tanto incontrarsi e confrontarsi? Non dico che ci vorrebbe il mitico bar della RCA, ma almeno un ufficio con le porte sempre aperte me lo immagino. Non si può costruire una grande etichetta solo via mail e whatsapp. 
Uno dei punti chiave è il catalogo. La nuova Numero Uno si trova a dover gestire un patrimonio. Mi auguro, e le auguro, che lo faccia meglio di quanto è stato fatto con altri marchi storici, anche in un passato recente, e penso ovviamente alla Cramps, che è stata un’operazione che sinceramente non ho capito molto. A parte ristampare Area e Demetrio Stratos, non s’è visto molto.


Qui c’è da fare un lavoro enorme e appassionante, e potenzialmente anche molto redditizio: in fondo, siamo nell’epoca della riproposizione spinta del catalogo, rivolta a un pubblico adulto, alto-spendente e direi molto esperto. Quindi, per rivendere per l’ennesima volta il catalogo, devi fare come si fa all’estero: riedizioni super-curate, realizzate con il contributo di veri esperti. E soprattutto, permettetemi di dirlo, realizzate con amore. Amore per la musica e rispetto per i soldi degli appassionati. Il che vuol dire confezioni belle, note di copertina precise, saggi di approfondimento, e a monte un lavoro serio di scavo, di ricerca di inediti, rarità, versioni alternative eccetera. Ho il sospetto che negli archivi della Sony si nascondano autentici tesori. Ma quei tesori vanno individuati, eventualmente restaurati e proposti nella giusta cornice. È un lavoro tremendamente serio.
Ho visto che uno dei primi artisti della nuova Numero Uno è Iosonouncane. Mi sembra una buona pescata, e fa ben sperare. Il personaggio è interessante e non è un nome sputtanato. 

 

Michele Neri
Autore e consulente RAI e scrittore, cura la rivista "Vinile" sin dal primo numero. Ha pubblicato diversi libri, tutti a tema musicale tra cui uno, di 640 pagine di grande formato completamente illustrate, sulla discografia mondiale di Battisti uscito nel 2010

Ritorna la Numero Uno, la storica etichetta fondata da Mogol con il padre Mariano Rapetti e con Alessandro Colombini. Diventò presto famosa come l’etichetta di Battisti e Mogol ma a darle lustro furono anche i dischi della PFM, di Bruno Lauzi, della Formula 3 e poi di Ivan Graziani e di altri. Più sconosciuti, ma di culto successivo straordinario, gli esordi timidi di Eugenio Finardi, di Demetrio Stratos e di Edoardo Bennato. Insomma dischi immortali e curiosità da collezionisti, canzoni celebri e copertine famosissime per questa avventura magica durata circa sei anni; la Numero Uno cessò infatti di operare come etichetta autonoma alla fine del 1974.

Ma cosa vuol dire "ritorna"? La Sony, proprietaria oggi del marchio e di tutte le registrazioni edite e inedite, rilancia quell’iconico logo verde, bianco e arancione. Un’operazione analoga fu fatta con l’altrettanto storica Cramps di Gianni Sassi, e non è che la cosa abbia proprio entusiasmato: qualche ristampa dei soliti titoli, e qualche nuova produzione del tutto fuori tema rispetto a quello che l’etichetta milanese aveva rappresentato. Ecco perché non siamo in pochi a nutrire forte scetticismo e, perché no, preoccupazione per quello che verrà fatto per ricollocare sul mercato la Numero Uno. Le prime avvisaglie non mi rendono certo più tranquillo, ma significano in verità abbastanza poco. È stata annunciata qualche ristampa in vinile, tra cui il primo disco dell’etichetta, il singolo d’esordio della Formula 3 del settembre 1969. In realtà uscì qualche giorno prima un album di Luisella Guidetti, ma si trattava più di una distribuzione che di una vera e propria produzione. Poi è stata annunciata la ristampa di Collezione Numero Uno, una miscellanea dell’estate del 1970 mai riedita in alcuna forma.

Ma qualcosa di filologico arriverà? Faccio un esempio: nessun album di Lauzi uscito per la Numero Uno tra il 1970 e il 1974 (ma potremmo estendere tranquillamente il periodo) è stato ristampato o pubblicato in Cd. Una raccolta filologica dei singoli usciti per l’etichetta, ancorché impegnativa, riserverebbe sorprese e meraviglie. Di inediti e provini ce ne sono in grande quantità, di versioni estere anche – e alcune davvero rare e appetitose. Dubito fortemente che possiamo aspettarci qualche operazione d’archivio che ci faccia spalancare la bocca dalla sorpresa. Su come invece verrà gestito il “nuovo”, è difficile esprimersi: sarebbe perfino ingiusto ipotizzare fallimenti o successi senza avere la minima idea di chi entrerà in scuderia. Anche qui però ci vorrebbe una conoscenza profonda di quelle che sono le nuove leve della musica italiana, e un coraggio che raramente si scorge nelle zone più in vista della discografia italiana.

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