Gli Zen Circus sono i nostri Pogues. L’intervista.

La band pubblica il nuovo album “L’ultima casa accogliente”. Un progetto con testi densi e parti strumentali potenti: “È il disco più libero che abbiamo mai realizzato”.
Gli Zen Circus sono i nostri Pogues. L’intervista.
Credits: Magliocchetti

Se agli Zen Circus si fa una domanda, che mai si dovrebbe fare in realtà, in cui si chiede se sono consapevoli o meno di aver realizzato uno dei migliori dischi della loro carriera, le risposte possono essere di due tipi. La prima: “Tutto è imperfetto, non c'è tramonto così bello da non poterlo essere di più”. Andrea Appino, citando Pessoa, si rifugia nell’eterna insoddisfazione dell’essere umano. Risposta quasi seria. “È solo uno dei nostri tanti dischi…”. Ufo, con ghignetto ironico, gioca sull’effetto sprezzante. Risposta irridente. Resta il fatto che “L’ultima casa accogliente”, in uscita venerdì 13 novembre, a due anni di distanza da “Il fuoco in una stanza”, si presenta come un album denso di significato, musicalmente potente e ricco di sfumature, come quelle dei corpi ingabbiati o liberati di cui parlano le nove canzoni del progetto di Andrea Appino, Ufo e Karim.

“È un album figlio di grandi cambiamenti che mette al centro il tema del corpo – svela Appino – la prima canzone è “Catrame”, parte solo con la voce, che è la principale manifestazione di ogni corpo. La voce. Ci sono parole che pesano. Si parla di tumori. Dell’accettazione, che ci permette di vivere. Vicino a me ho avuto corpi malati, corpi trasformati, corpi pieni d’amore. E tutto è in continua trasformazione”. Un certo tipo di rock, lo dimostra anche un album come “Folfiri o Folfox” degli Afterhours, pubblicato nel 2016, non si pone problemi nell’affrontare determinate zone d’ombra della nostra esistenza. “Sembra che in Italia un tema come quello della morte sia una sorta di tabù – ricorda Karim – abbiamo visto persone morire accanto a noi, dolori diventare sempre più grandi. A me spaventa il non poter parlare della morte. Nella mia cultura, quella sarda, il morto si tiene in casa. Nel disco si possono trovare argomenti molto spessi e pesanti. La musica, al tempo stesso, è senza filtri e potente, ha un ruolo liberatorio e fa da contraltare. Non vogliamo fare i reazionari, ascoltiamo tantissima musica diversa, anche il rap, ma un disco suonato come questo, fluido e non vincolato, restituisce qualche cosa in più. Per me è il disco più libero che abbiamo mai realizzato”.

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Il nostro corpo, per gli Zen, è l’ultima casa accogliente, l’unica navicella spaziale in grado di farci viaggiare attraverso l’universo dell’esistenza. Un corpo trasparente, visibile e vulnerabile. Case che possono essere sia rifugi che prigioni, tutte formano una metropoli chiamata umanità. “Non” è un pezzo gioiello dell’album. “Non è facile parlarne - racconta Appino – nasce da una sessione con il mio psicologo in cui sono stato, a lungo, accanto al mio “io” bambino. Nulla di piacevole in realtà. Dovevo ucciderlo e liberarmi. Il brano sembra che abbia un impianto anni ’90, ma in realtà non è così. Ci sono dentro tanti aspetti del percorso degli Zen. Per me è il pezzo più emozionante del disco”. La lavorazione stessa del progetto lo ha reso unico nella ultraventennale carriera del gruppo. “Non so neppure quanti dischi abbiamo realizzato – sorride Appino – so solo che, nonostante tutte le differenze fra un album e l’altro, arriva un momento in cui le tante canzoni che abbiamo scritto, digerite, scremate, arrangiate, trovano un equilibrio. Quello che, per “L’ultima casa accogliente”, ha cambiato il nostro classico processo è stato il giungere della pandemia. C’è stata una pre-produzione notevole, ma poi il Covid ha stravolto i nostri piani: saremmo dovuti partire per gli Stati Uniti per registrarlo, ma non è stato possibile”. E ancora: “Non tutto il male viene per nuocere, ci siamo trovati davanti a qualche cosa di inaspettato – dice Ufo – in America avremmo dovuto “cristallizzare” l’album. Non potendolo fare, lo abbiamo ponderato ed elaborato di più. Inoltre, in un momento di restrizione, è fuoriuscita una libertà che ha dato una direzione ancora più netta a tutto il progetto”.

Poi Karim prosegue: “Io mi sono ritrovato a registrare le batterie a Bologna mentre Ufo e Andrea, in altre città, ascoltavano i suoni in videochiamata. Abbiamo lavorato in modo opposto rispetto a “Il fuoco in una stanza”, realizzato in corsa, in modo veloce. Questo nuovo album non ha editing, se ne frega, è a briglie sciolte. È suonato dall’inizio alla fine, per questo ha una carica speciale”. E risulta contemporaneo in tanti suoi aspetti. “Il disco, pur essendo stato scritto prima della pandemia, proprio per i temi trattati, in particolare il corpo, la morte e il dolore, è diventato attualissimo – ammette Ufo – per molti la musica è solo consolatoria, per noi è qualche così di più. Non critichiamo chi fa intrattenimento, anzi, ma noi non saremmo capaci di fare solo quello. Per noi la musica non è alzare il volume per allontanare lo stress, è qualche cosa di più profondo”. Un punto di riferimento in questa visione? “I Pogues – conclude Karim – hanno ritmo, ma anche ballate che scuotono le ossa”.

Dall'archivio di Rockol - Zen Circus, una versione di 'Catene' #NoFilter dal vivo per Rockol - VIDEO
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