Vasco Brondi, “Per ora noi la chiameremo felicità” compie dieci anni

Il secondo album del cantautore, sotto il nome Le luci della centrale elettrica, rimane un disco fuori moda, perfetto per i tempi che stiamo vivendo.
Vasco Brondi, “Per ora noi la chiameremo felicità” compie dieci anni

“Mi parlavi di risorse limitate, della tua pelle rovinata. Di eclissi per non rivederci, che a forza di ferirci siamo diventati consanguinei. E dici questa città non ci morirà tra le braccia”. Ascoltando “Una guerra fredda”, la terza traccia dell’album “Per ora noi la chiameremo felicità”, uscito l’9 novembre del 2010, viene da interrogarsi sul quanto le ferite profonde allo strato più visibile della realtà che viviamo possano poi diventare cicatrici da cui ripartire. Il progetto di Vasco Brondi, sotto il nome Le luci della centrale elettrica (nome abbandonato nel 2018), fu proprio incentrato su questo tema, lo stesso che aleggia oggi come un fantasma sulle nostre esistenze. Quella “Cara catastrofe” di cui canta Brondi, “tanto amata ora, quanto criticata dieci anni fa”, ha ricordato il cantautore su Instagram per l’anniversario dell’uscita, è un concetto dalla doppia faccia, come la maschera del teatro, che ghigna e piange contemporaneamente. È una scossa che ci ricorda, oggi come allora, quanto il controllo su di noi e sul presente sia una pura e fallace illusione. Ma è anche uno sprone a reagire, a inseguire e a ritrovare la bellezza e l’amore “ai tempi dei licenziamenti”.

I call center, dopo dieci anni, ci fregano un po’ di meno, sono stati sostituiti da banner e annunci di sconti sul web. “Cara catastrofe le impronte digitali e di notte le pattuglie che inseguono le falene”, canta Brondi nella traccia di apertura che fa subito intendere quanto l’album sia più curato negli arrangiamenti rispetto all’approccio minimale del disco d’esordio. Una scelta che fece storcere il naso ai puristi della prima ora: ai tempi si sbagliarono perché non riuscirono a capire l’evoluzione del cantautore, capace di uscire dalla dimensione della sua cameretta e di abbracciare sonorità più complesse ed elettriche, sfruttando anche l’uso di archi e fiati, per dare nuova linfa vitale alle sue atmosfere, rimaste intatte. È il primo piccolo passo, sul fronte sonoro, verso “Costellazioni” del 2014 dove il processo di inspessimento della parte musicale ha trovato compimento. “Per ora noi la chiameremo felicità” è il “Brondi di mezzo”, per chi vi scrive il più affascinante, perché viscerale e struggente, con un suono più complesso e sempre oscuro. Un pugno di canzoni che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. 

Il titolo dell'album è tratto da una frase di Léo Ferré dal brano “La solitudine”: “La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità”. Brondi ai tempi spiegò: "Per arrivare a una sorta di felicità devi partire da qualcosa di reale e problematico, quindi non è solo allegria. È anche un modo per dire che la disperazione è un motore propulsivo per cambiare le cose”. Dentro ci sono storie di lavoro oberante, di ragazzi che sognano di andare sulla luna in Fiat Uno, di rapporti umani che non si piegano alle difficoltà, di speranze che si schiantano come macchine contro i muri, di umanità. Le canzoni sono intrise di quella disperazione di cui parlava Brondi, ma a riascoltarle, oggi come allora, non ci si ritrova risucchiati in un buco nero nichilista, ma piuttosto si ragiona su quello che siamo e viviamo. Sono radiografie sempre attuali, un atto di consapevolezza. Brondi non ha mai cercato l’effetto “universale”, ha sempre raccontato quello che ha visto e vede, partendo da se stesso. Eppure, questo è il grande dono di chi sa elevare la musica a una dimensione più alta, è sempre riuscito a parlare a molti, per non dire a tutti, beccandosi anche etichette (che ha sempre rigettato) come quella di “cantautore generazionale”.

I brani ci suggeriscono che c’è qualche cosa che va oltre quella disperazione, forse al di là c’è una luce, ma bisogna avere i giusti occhi per coglierla come buchi in sacchetti che coprono il volto. Chi lo definisce un “disco profetico” cade nell’errore di pensare che i terremoti al nostro vivere siano ciclici, quando invece sono costanti. Non è facile pensare a un “dopo” in questi tempi incerti in cui la catastrofe ci è esplosa addosso con violenza. Riascoltando il disco, possiamo provare a ripetere quello che canta Brondi nella traccia di chiusura, “Le ragazze kamikaze”: “E se gli alberghi appena costruiti coprono i tramonti. Tu non preoccuparti. Tu non preoccuparti”.

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