Spotify, dagli artisti indipendenti critiche a Discovery Mode

Gli sconti sui corrispettivi per spingere i brani nelle playlist non piacciono alla comunità artistica USA: c'è chi, polemicamente, parla di payola e rent-seeking...
Spotify, dagli artisti indipendenti critiche a Discovery Mode

Come prevedibile, non sono tardate le reazioni da parte degli artisti a Discovery Mode, la nuova funzionalità di Spotify - per il momento attivata solo sul mercato americano - che permetterà a etichette e titolari dei diritti di riproduzione di promuovere le proprie opere nelle playlist in cambio di uno sconto sui corrispettivi maturati dalle canzoni grazie al nuovo tool.

Al di là delle reazioni più scomposte - il tentativo, da parte di singoli, di lanciare nei trend topics di Twitter l'hashtag #fuckspotify - è da segnalare la reazione dell'Union of Musicians and Allied Workers, associazione americana che raggruppa musicisti, DJ, produttori e lavoratori del settore come tecnici e addetti alla logistica costituitasi durante l'emergenza sanitaria da Covid-19:

"Questa è payola", hanno affermato i portavoce dell'associazione, riferendosi alla pratica illecita - oggetto anche di indagini da parte delle autorità statunitensi - di corrompere i programmatori delle radio per l'inserimento dei brani nelle heavy rotation delle emittenti, e invitando il pubblico a sottoscrivere una petizione dove si chiede alla piattaforma guidata da Daniel Ek di "alzare i pagamenti agli artisti e una maggiore trasparenza nelle pratiche di ripartizione".

Altri hanno parlato di rent-seeking, ovvero di una ricerca di rendita non associata a nuovi contributi rivolti alle controparti.

Nonostante la mancanza di elementi concreti per inquadrare l'operazione - Spotify non ha ancora chiarito a quanto ammonterà la commissione trattenuta dai corrispettivi, né se il Discovery Mode sarà notificato al pubblico per le canzoni alle quali verrà applicato - l'iniziativa presa dalla società quotata a Wall Street apre scenari inediti in quello che, attualmente, è il primo operatore di streaming musicale a livello internazionale: secondo gli analisti un ricorso massiccio alla nuova funzionalità - sia da parte dei big che da parte degli indipendenti - potrebbe innescare una diffusa spirale al ribasso che potrebbe assottigliare le quote (già considerate non eccessivamente generose dall'industria del settore) corrisposte alla filiera creativa. Viceversa, un ricorso solo parziale al Discovery Mode, magari da parte degli artisti più popolari, potrebbe contribuire ad allargare ancora di più la forbice tra big ed emergenti/indipendenti, sbilanciando ulteriormente la già sbilanciatissima percentuale che vede il 90% degli stream totali registrati da Spotify essere generato da appena l'1% degli artisti iscritti al servizio digitale.

Dall'archivio di Rockol - Music Biz Cafe, parla Andrea Rosi (Sony Music Italy)
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