Il diritto d'autore, oggi: parla Ferdinando Tozzi

A colloquio con uno dei massimi esperti italiani di copyright per fare il punto della situazione - sulle royalties, sulla loro gestione e su tutto quello che c'è intorno...
Il diritto d'autore, oggi: parla Ferdinando Tozzi

Napoletano, classe 1977, Ferdinando Tozzi è un avvocato esperto di diritto d'autore: già coordinatore del Comitato consultivo permanente per il diritto d'autore, il giurista partenopeo ha affiancato all'attività di docente e ricercatore anche quelle di consulente per grandi società nazionali e internazionali come la Kenyon & Kenyon, studio newyorchese specializzato in proprietà intellettuale, e di promotore di iniziative come il Digital Music Forum. A fronte di un sempre maggiore interesse da parte dei grandi gruppi internazionali nella gestione delle royalties, su un panorama - quello digitale - estremamente fluido e ancora molto sfumato, Rockol ha chiesto all'avvocato di fare il punto sullo stato attuale del diritto d'autore, che - è bene ricordarlo, oggi più che mai - "per una precisa classe di lavoratori rappresenta l'unica fonte di reddito".


Le cronache - anche recentissime: si pensi, per esempio, all'acquisizione di una consistente porzione del catalogo di Kobalt da parte di Hipgnosis - dipingono le royalties come asset sempre più strategici, ma il boom dello streaming ha per certi versi sopito l'attenzione verso la sicurezza del diritto d'autore: quali sono, secondo lei, i pericoli più grandi per il copyright, oggi?

La pirateria come viene intesa tradizionalmente è senz'altro diminuita con il declino del formato fisico. C'è stato forse un vantaggio nel passaggio dal possesso all'accesso, ma la pirateria ha saputo adattarsi. Oggi esiste quello che chiamo il corpus digitale: l'oggetto che contiene l'opera ha lasciato spazio all'accesso a un'esperienza - in questo caso l'ascolto - che è un bene immateriale.
Questo fenomeno ha dato luogo a malintesi, sfociati in casi di pirateria talvolta anche per così dire in buona fede, dovuta più che altro a ignoranza. Specie in questo periodo, dove lo streaming - che pure, a mio giudizio, non può essere la panacea rispetto agli spettacoli dal vivo - è diventato uno degli strumenti utili per la sopravvivenza del settore: mi riferisco, nello specifico, alle esibizioni live trasmesse in streaming.
Quando si trasmette un'esecuzione si effettua una fissazione, seppure effimera, che è diversa da uno spettacolo dal vivo: un concerto è fruito solo dal pubblico, in quello specifico momento, e da nessun altro, mentre un set mandato in streaming - anche una sola volta, anche in simulcasting e senza repliche - può essere fruito da chiunque, e questo implica autorizzazioni discografiche ed editoriali diverse da quelle necessarie per uno spettacolo dal vivo. Ad esempio gli artisti titolari di un contratto discografico possono avere vincoli di esclusiva con la propria etichetta: di conseguenza, in teoria, anche facendo un semplice streaming su un social network si potrebbe violare il diritto dei vari aventi causa, perché la fissazione di musica, anche dal vivo, è paragonabile a una registrazione discografica.

Realtà nuove come Fortnite e Twitch stanno aprendo alla filiera creativa scenari inediti (fatti sia da incognite che da opportunità) concernenti il diritto d'autore, eppure - molto spesso - il copyright viene trattato per lo meno con disinvoltura da una buona parte degli addetti ai lavori...
Anche a livelli insospettabili c'è mancanza di consapevolezza riguardo il diritto d'autore, che nell'immaginario di molti resta indissolubilmente legato al formato fisico. L'immaterialità si presta a fraintendimenti, e il copyright - in questo contesto - non viene capito. Faccio un esempio che nella mia professione di avvocato esperto di diritti di autore mi è capitato: se una grande azienda possiede un quadro di un artista famoso esposto nella propria sede, la stessa azienda non potrà riprodurlo per scopi promozionali, perché possiede il quadro, non il diritto allo sfruttamento dello stesso. Questo concetto, tuttavia, non veniva compreso dall'azienda mia cliente. Così come mi è capitato di avere come clienti giovani artisti titolari di decine di milioni di stream sulle piattaforme digitali che non hanno idea di cosa sia una collecting, le royalties, insomma non hanno consapevolezza dei diritti di autore. Capisco che l'arte debba essere innanzitutto un piacere e un "gioco", ed è giusto che sia così, ma è anche vero che un artista dovrebbe considerarsi anche come una piccola media impresa, in grado di dotarsi di una squadra con precise professionalità che vadano anche oltre l'ambito familiare. Da avvocato provo sempre a costruire squadre di diverse professionalità intorno ad un artista e ritengo opportuno tenere, almeno una volta al mese, un incontro con il mio cliente a mo' di un consiglio di amministrazione per valutare cosa si sta facendo e come e cosa va corretto nel percorso professionale del mio cliente.

Solo qualche giorno fa il Senato ha approvato il recepimento della direttiva UE sul diritto d'autore: sul versante musicale, l'accogliemento del testo da parte del governo porterà le big tech a modificare le proprie linee guida in termini di licenze nel nostro Paese?
Dovrebbero farlo, perché il provvedimento mira a riequilibrare i rapporti tra le parti ed al contrasto del value gap. Per farlo sono previsti sistemi di licenza specifici, legati al diverso ruolo che avranno i provider, che non potranno più essere considerati come soggetti irresponsabili. Ormai i provider si avviano a essere considerati quasi "editori" nel senso che gestiscono e mettono a disposizione sulle proprie piattaforme dei contenuti - il più delle volte non di loro proprietà - che, tuttavia, generano introiti. E' corretto, di conseguenza, che chi crea questi contenuti venga remunerato. La direttiva, in questo senso, non potrà che portare cambiamenti positivi. E, attenzione: non si tratta di un bavaglio al Web, come qualcuno tendeva a dipingerla qualche tempo fa. E' stato previsto un sistema di eccezioni che non intacchi l'operatività delle aziende garantendo la tutela del diritto d'autore, che per una categoria di lavoratori rappresenta l'unica fonte di sostentamento. Perché nel mondo dello spettacolo non esistono solo le star, non toccate dai problemi economici, ma anche un vasto indotto di precari e lavoratori saltuari che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

Il più recente rapporto Cisac ha spiegato che il Covid ha spazzato via 5 anni di crescita, in termini di ripartizioni, e che a patire maggiormente le conseguenze della crisi saranno gli artistipiù giovani e meno affermati: le previsioni sono davvero così fosche?
Per i giovani artisti che in epoca pre-Covid riuscivano a vivere grazie alla loro attività l'unica soluzione sarà quella di potenziare l'approccio professionale alle piattaforme digitali per non fare calare l'engagement del pubblico nei loro confronti: in questo caso, puntare sulle nuove tecnologie potrebbe essere una strategia giusta. Per quanto riguarda la musica dal vivo, i teatri avevano investito per operare in osservanza delle norme anti-Covid antecedenti al dpcm del 24 ottobre, e ora sono stati costretti a chiudere: pur in assoluta osservanza delle indicazioni di scienziati e autorità, credo sia opportuno trovare spazi e soluzioni alternative. La pandemia, anche quando arriverà la fase di regressione, psicologicamente terrà lontano il pubblico dagli spettacoli dal vivo per un bel po'. Non agganciare la piena ripresa entro l'inizio della prossima estate ci esporrebbe a quasi due anni di stop del settore, che causerebbe danni inimmaginabili, già ora ingenti. Scienza e politica devono immaginare soluzioni alternative che possano riportare gli artisti sui palchi, oltre - naturalmente - a specifici strumenti di sostegno al comparto. Un milione di streaming genera un'entrata sensibilmente inferiore a quella generata da uno show dal vivo, che - come se non bastasse - va condivisa con una filiera più lunga: ecco perché penso che il digitale non rappresenti una soluzione, anche solo a medio termine ma un aiuto.

Il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini ha fatto appello più volte - l'ultima la scorsa domenica, primo novembre - alle televisioni perché si attivino per aiutare il settore dello spettacolo, nuovamente fermato dal dpcm del 24 ottobre scorso: come giudica la sua proposta?
In questa ottica le soluzioni proposte da Franceschini le condivido, anche perché - se non altro - sono meglio di nulla. E' necessario però un tavolo di concertazione tra stakeholder per trovare una soluzione, perché è impensabile che il perdurare di questa situazione critica lasci spazio a speculazioni. Ci vorrebbe un vero e proprio gabinetto di guerra del mondo dello spettacolo, che però - purtroppo - non sempre ha dato dimostrazione dell'unità che altri settori sono stati capaci di adottare. L'ordine sparso, in situazioni come quella che stiamo vivendo, è deleterio: gli interessi di bottega vanno messi da parte. Condivido quanto proposto dal ministro, ma credo che anche la radio - oltre che alla TV e al digitale - possa essere d'aiuto: per mantenere alto l'interesse nei confronti della cultura e dello spettacolo gli strumenti ci sono, bisogna solo semplificare i meccanismi per attuarli nel rispetto dei diritti di autore. Senza andare a toccare le normative - non ci sarebbe il tempo per farlo - una concertazione tra gli aventi diritto potrebbe portare all'elaborazione di un protocollo che contenga le linee guida necessarie per operare su canali alternativi e per riprendere almeno in parte le attività dal vivo.

Dall'archivio di Rockol - 1991, l'ultimo anno d'oro del rock
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